martedì, Marzo 19

Uganda: nuove rivelazioni sul caso MTN Sono stati svelati nuovi particolari della intricata vicenda di spionaggio dei dirigenti MTN – Uganda: è confermato che l’operazione è firmata Rwanda e che l’obiettivo era destabilizzare il Paese e sostituire Museveni

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Nonostante che il Governo ugandese abbia tentato di chiudere velocemente il caso di spionaggio e favoreggiamento ad atti eversivi contro la Repubblica attuati all’interno della multinazionale sudafricana di telecomunicazioni MTN – Uganda con l’espulsione di tre top manager tra cui l’italo-francese Elisa Musolini, i media, che godono di maggior libertà rispetto a quelli ruandesi, hanno mantenuto la loro promessa di continuare ad indagare su questa vicenda che ha chiare complicazioni internazionali. Il sito ugandese di informazione online ‘SoftPowerha pubblicato nuove e inquietanti rivelazioni sul caso MTN che evidenziano il ruolo giocato dal Rwanda.

Al centro di queste rivelazioni vi sono i rapporti tra Annie Bilenge Tabura, Direttrice Generale delle vendite e distribuzione MTN – Uganda, Olivier Prentout, Direttore del Marketing MTN – Uganda e il Governo di Kigali. La Polizia ha appurato che la Tabura e il Prentout hanno utilizzato le tecnologie di MTN per porre sotto controllo vari alti funzionari di Governo -ministri e generali- e per finanziare l’oppositore Bobi Wine, il ‘re dei Ghetti’, e alcuni gruppi eversivi.
Il Governo ha scagionato la Francia e il Sudafrica, affermando che non esisterebbero legami tra i governi di questi due Paesi e le tre spie all’interno di MTN, mentre preferisce il silenzio sul Rwanda, anche se le allusioni verso il Paese fratello in armi sono palesi.
I destini di Uganda e Rwanda sono legati fin dagli anni ottanta, quando Paul Kagame e il clan degli ugandesi (la diaspora tutsi ruandese in Uganda) hanno combattuto assieme a Yoweri Kaguta Museveni contro il sanguinario dittatore Milton Obote. Liberato l’Uganda è stato il turno del Rwanda, liberato nel 1994, quando è stato abbattuto il regime razial-nazista di Juvenal Habyarimana al prezzo di un genocidio e di 1 milione di morti come ultimo irrazionale atto di un regime primitivo e brutale sorretto all’epoca da Francia e Vaticano. Museveni è di fatto il padrino di Kagame, e il loro rapporto è sempre stato difficile e conflittuale, soprattutto per quanto riguarda i giochi imperiali di Kigali e Kampala sulle risorse naturali del debole e caotico Congo.

Sono proprio questi minerali che hanno provocato nel 2000 la battaglia di Kisangani, aprendo la stagione di guerra fredda che dura tutt’ora. Una guerra fredda mai scoppiata in conflitto aperto in quanto entrambi i Capi di Stato hanno la gravosa responsabilità di difendere e mantenere al potere gli Hima: le popolazioni tutsi di Uganda e Rwanda. Un dovere etnico, che ha agito su due fronti: l’inclusione al potere di altre etnie ugandesi e gli hutu ruandesi e il progetto del Impero Hima sulla regione, in un primo tempo attuato con le armi, e ora con la potenza economica e la superiorità politica internazionale che i due Paesi godono.
All’interno di questo confronto vi sono anche rancori personali. Museveni non ha mai perdonato a Kagame la sua ribellione dal Padrino che gli ha permesso di liberare il Rwanda e istallarsi al potere. Museveni, inoltre, è invidioso del successo ottenuto a livello internazionale da Paul Kagame, uno tra i Capi di Stato africani più ascoltati e rispettati dalla comunità internazionale.

Le indagini di ‘SoftPower’ si concentrano sul ruolo di Annie Bilenge Tabura nella vicenda. Un ruolo di primo piano rispetto al Prentout e alla Mussolini, rivelando che Tabura era in realtà un agente segreto ruandese molto potente e dotato di immensi mezzi tecnologici e finanziari per condurre il suo mandato eversivo in Uganda. La Polizia ha appurato -lavorando sugli archivi amministrativi di MTN- che Tabura è stata assunta come top manager senza regole. Stesso dicasi per il Prentout e la Mussolini. Questo pone MTN – Uganda in una difficile posizione, in quanto i sospetti di connivenza dei vertici sudafricani di MTN sembrano ora consistenti.

Nel compiere il suo mandato la Tabura era costantemente in contatto con il generale Dan Munyuza, Ispettore Generale della Polizia ruandese e con il colonello James Birabyo, Consigliere Militare e responsabile della sicurezza  dell’Ambasciata di Rwanda a Kampala.
Tabura si concentrava sulle operazioni di intercettamento posizione GPS e controllo delle comunicazioni di personaggi chiave all’interno del Governo e  delle forze di sicurezza ugandesi e supervisionava la gestione dei finanziamenti illegali a Bobi Wine e ad attività eversive, materialmente il compito sarebbe stato affidato ad Elisa Mussolini.
Oltre ai milioni di scellini ugandesi versati senza traccia al ‘re dei Ghetti’, altri milioni di scellini sono stati utilizzati per preparare una grossa ondata di assassini politici di alti esponenti di partito e forze armate, tra questi il Ministro Philomon Nateke, con l’obiettivo di creare il caos politico in Uganda e favorire l’ascesa al potere di Bobi Wine, di certo incapace di gestire il Paese, ma facilmente controllabile e malleabile da parte dell’astuto Kagame.

Vari milioni di scellini sono stati utilizzati, tra il 2015 e il 2016, per finanziare le attività eversive del Generale Kale Kayihura, Ispettore Generale della Polizia destituito nel marzo 2018 e arrestato nel giugno 2018 per l’omicidio del portavoce della Polizia Adrew Felix Kaweesi, avvenuto nel marzo 2017.
Il Generale Kayihura, sotto il diretto comando del Governo ruandese, aveva creato milizie paramilitari segrete che si dedicavano ad attività criminali e omicidi con l’intento di creare il caos in Uganda. Una ondata di violenze inaudite presso la capitale Kampala attuate da una miriade di gang stile Arancia Meccanica e finanziate con i fondi provenienti dal servizio Mobile Money di MTN – Uganda di cui Elisa Mussolini era l’Amministratrice.
Quando il Generale Kayihura fu destituito riuscì a far cancellare tutti i dati delle sue comunicazioni telefoniche e accessi internet custoditi a MTN – Uganda, grazie al pronto intervento della Tabura. Inutile dire che Kayihura utilizzava solo carte sim MTN, spesso non registrate, e crediti illimitati per le comunicazioni telefoniche e connessioni sul web.

I trasferimenti Mobile Money che Elisa Mussolini era incaricata di gestire e monitorare servivano anche per finanziare i viaggi e le spese di missione di un nutrito gruppo di spie ruandesi che entravano in Uganda utilizzando le compagnie di trasporto autobus Jaguar e Trinity, sotto mentite spoglie di prostitute di alto bordo. Le loro missioni erano di agganciare politici e militari ugandesi per estorcere preziose informazioni durante le performance sessuali e, a comando ricevuto, eliminarli avvelenandoli.  

Altri finanziamenti sempre tramite Mobile Money sono stati dirottati verso altri agenti segreti ruandesi operanti in Uganda sotto le mentite spoglie di pastori protestanti che agivano a Kampala, Kisoro, Ntungamo, Isingiro, Nakasongola e Ngoma con il compito di alimentare il sentimento popolare contro Museveni durante i loro sermoni in chiesa.

Anche i numerosi assassinii politici di oppositori ruandesi compiuti dai servizi segreti ruandesi in Uganda sono stati finanziati attraverso il servizio Mobile Money di MTN.

SoftPower’ parzialmente spiega la strana decisione del Governo di non processare le tre spie, ma di deportarle nei rispettivi Paesi di origine. Il complesso network eversivo di Tabara, Prentout e Mussolini agiva in complicità con personaggi che occupavano importanti e strategici posti all’interno del Governo e delle forze di sicurezza, di cui il Generale Kaihura è solo il personaggio più conosciuto. Tre alti ufficiali dell’Immigrazione sono stati arrestati in connessione con il caso MTN-Uganda per aver cancellato l’ordine di massima sorveglianza diramato dalle autorità giudiziarie presso l’aeroporto internazionale di Entebbe. Ordine teso a impedire la fuga preventiva di Tabara, Prentout e Mussolini. I tre top manager avrebbero tentato di fuggire dal Paese prima che la Polizia li arrestasse e li sottoponesse a pesanti interrogatori. Un tentativo fallito grazie alla efficacia del potente servizio segreto ugandese.

Le rivelazioni fatte da ‘SoftPower’ sono state sistematicamente censurate sui media ugandesi tradizionali, compresi quelli vicino all’opposizione, in quanto compromettenti per il fragile rapporto tra Museveni e Kagame che potrebbe far scoppiare un conflitto aperto con gravi conseguenze per la regione dei Grandi Laghi e per tutti i fratelli Hima che, raggruppati in sub clan tutsi (Banyangole, Kalenjine, Banyamulente, e altri), vivono in Burundi, Congo, Kenya, Eritrea, Etiopia, Rwanda, Tanzania e Uganda.
I due leader rivoluzionari che hanno dato un volto nuovo all’Africa contribuendo alla Rinascita del Continente, pur essendo implicati in una dura politica imperiale di dominio etnico regionale, sono impegnati in una guerra fredda senza esclusione di colpi, mitigata dalla reciproca consapevolezza dell’impossibilità di tradire la loro missione storica di proteggere le popolazioni nilotiche e di imporre il dominio culturale politico ed economico Hima sulle popolazioni bantu della regione.  

Nel frattempo il ‘re dei Ghetti’, privato dei finanziamenti di MTN Uganda, ha annunciato alla ‘CNN’ che si candiderà alle elezioni presidenziali del 2021, sfidando apertamente il Presidente Museveni. Un annuncio che ha scatenato l’entusiasmo tra i sottoproletari urbani disperata, vittima della povertà e della droga e iper violenta, ma non l’entusiasmo della maggioranza della popolazione, ancora memore del periodo di caos che il Paese ha vissuto durante le Presidenze di Obote e Idi Amin Dada.
Bobi Wine di certo non condivide con questi dittatori la spietatezza e la sistematica violazione dei diritti umani, ma la evidente incapacità politica di guidare una potenza regionale con l’Uganda. Difficilmente i partiti storici dell’opposizione accetteranno di creare un fronte unico con Bobi Wine in quanto non Hima. I maggiori partiti di opposizione sono guidati da tutsi Banyangole che hanno gestito per lunghi periodi il potere assieme a Museveni, per poi fondare propri movimenti politici a causa di divergenze con il ‘Gran Capo’, solitamente ruotanti attorno agli ‘affari’.

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