lunedì, Novembre 11

Uganda: niente petrodollari fino al 2022 Il Governo ha ufficializzato che la produzione di greggio inizierà solo nel 2022, dietro la politica dei rinvii di Total, Tullow e CNOOC ci sarebbe l’attesa per un cambio di presidenza sperando in una logica coloniale per il petrolio ugandese

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Il Ministro ugandese dell’Energia, Irene Muloni, ha annunciato ai media nazionali che la produzione di greggio inizierà nel 2022. La presenza di significativi giacimenti petroliferi nel Paese era nota dagli anni Ottanta. Quando Yoweri Kaguta Museveni prese il potere, nel 1987, chiarì che il petrolio ugandese non avrebbe seguito la logica coloniale, esportazione di greggio e importazione di carburante e derivati, ma sarebbe servito per lo sviluppo nazionale e regionale. La promessa è stata mantenuta. Il Presidente Museveni è stato il primo capo di Stato africano a promuovere la produzione autoctona degli idrocarburi. Le compagnie petrolifere coinvolte nel mercato ugandese devono partecipare al processo di raffinamento del greggio in loco. Solo il 40% è destinato all’esportazione.

Il mercato è conteso da tre multinazionali: la francese Total, la britannica Tullow e la cinese CNOOC (China National Offshore Oil Company), che hanno ottenuto 14 licenze in totale sui 21 giacimenti scoperti. Contestualmente all’avvio della produzione, è prevista una raffineria regionale ubicata a Hoima (centro Uganda) e un oleodotto fino in Tanzania. Le multinazionali, pur accettando la produzione autoctona, hanno sempre tentato di boicottare la produzione in quanto non legata alla logica di economia coloniale, quindi non interessante sotto un punto di vista geostrategico ed economico.

Il Governo ha trovato difficoltà a reperire i fondi necessari per la realizzazione della raffineria, affidata ad un consorzio che vede l’italiana Saipem incaricata della progettazione ingegneristica (un contratto che ammonterebbe a 68 milioni di dollari) nel contesto di un consorzio composto da due società di Mauritius – la Yaatra Africa e il gruppo Lionworks – dalla compagnia petrolifera nazionale ugandese UNOC, dalla società Nuovo Pignone International, sussidiaria in Italia della statunitense General Electric, e dalla stessa Saipem.

Total, Tullow e CNOOC hanno dimostrato una grande riluttanza a partecipare al finanziamento della raffineria, essendo, ovviamente, più orientate a finanziare l’oleodotto per l’esportazione. L’oleodotto, del quale si iniziò a ragionare nel 2016, ha avuto un grosso ritardo causa problemi politici regionali. In un primo momento si era scelta la rotta keniota fino al porto di Lamu. A causa di divergenze politiche con il Presidente keniota, Hururu Kenyatta, Museveni ha scelto un percorso alternativo che porta in Tanzania. L’oleodotto partirà dal sottosuolo della contea di Buseruka, Hoima, nella regione occidentale dell’Uganda, e passerà attraverso Masaka, nel sud-est dell’Uganda, proseguirà a Bukoba, in Tanzania, sulle rive meridionali del lago Vittoria, e continuerà attraverso le regioni Shinyanga e Singida per terminare a Tanga.

La produzione petrolifera era stata prevista nel 2013, spostata successivamente nel 2015 poi nel 2018, 2020 e ora al 2022. L’ennesimo ritardo è stato motivato dal Ministro dell’Energia Muloni dalla necessità di concedere il tempo necessario alla Total, Tullow e CNOOC di raccogliere gli investimenti necessari per iniziare la produzione, in una prima fase concentrata sui giacimenti di Tilenga e Kingfisher.
La realizzazione della raffineria sarà completata nel 2023, mentre non si conosce quando sarà realizzato l’oleodotto (prevedibile che ci vogliano 3 anni di lavori) che dovrebbe avere una capacità di 216.000 barili di petrolio greggio al giorno.  I lavori preparatori dell’oleodotto (costo presunto 4 miliardi di dollari) sarebbero stati completati sull’area tanzaniana e sarebbero in fase di quasi completamento a Tanga e Manyara e sono in corso nel distretto di Dondoma a Kondoa.
Non sono trascurabili le difficoltà nelle relazioni economiche-commerciali tra Uganda e Tanzania, che sono state a lungo critiche, sono stati compiuti molti sforzi per migliorarle ma screzi continuano anche di recente.

Fonti all’interno del Governo sostengono che il ritardo non sarebbe legato ai finanziamenti, sarebbe invece una tattica delle tre multinazionali per rinviare la produzione petrolifera nella speranza che il Vecchio Museveni muoiae venga sostituito da un Presidente piùragionevole’, cioè incline a favorire l’esportazione rispetto alla produzione locale di carburante e derivati. La politica petrolifera ugandese è legata alla politica imperiale nella regione.

Si ha intenzione di convogliare nella raffineria di Hoima (con produzione giornaliera massima di 60.000 barili) anche parte del greggio sud sudanese e congolese. Assieme ai minerali preziosi, quale coltan e oro, il petrolio rappresenta un dei maggiori fattori di tensione tra i Paesi della Regione dei Grandi Laghi che sta, in questi ultimi mesi, conoscendo una preoccupante escalation con un rischio di conflitto tra Burundi e Rwanda capace di scatenare come effetti collaterali un genocidio e una guerra Pan Africana che coinvolgerebbe anche l’Angola, il Congo e l’Uganda.

Associate alla strategia politica degli eterni rinvii, vi è una disputa legale, ovvero la richiesta dalla CNOOC nei confronti di Tullow e Total, riguardante la transizione delle licenze e diritti di sfruttamento petrolifero della Tullow alla Total. Un’operazione che consentirebbe alla multinazionale francese il quasi monopolio sul greggio ugandese.  Nell’aprile 2017 la CNOOC ha bloccato la transazione finanziaria appellandosi alle istanze giudiziarie ugandesi, in virtù della legge anti-trust. Ad oggi, il giudizio del tribunale tarda ad arrivare. Fonti governative affermano, a titolo personale, che vi sono grandi probabilità che sia favorevole alla CNOOC, smentendo le relazioni privilegiate tra Uganda e Francia di cui alcuni media europei hanno dato notizia la scorsa estate.  Inoltre, la Tullow non ha ancora pagato al Governo ugandese i 400 milioni di dollari di tasse evase durante il periodo di esplorazione petrolifere tra il 2010 e il 2014.

La notizia di un asse politico Kampala-Parigi è legata ad un presunto complotto ideato dal Presidente ruandese Paul Kagame contro Museveni, sventato all’ultimo momento dai servizi segreti francesi, e da ipotetiche incursioni dell’Esercito ruandese in territorio ugandese. Notizie, queste, risalenti al giugno-luglio 2018, diffuse da ‘Africa Intelligence’ che non furono considerate credibili dai media africani e internazionali, ma riprese acriticamente quattro mesi dopo da un noto mensile italiano specializzato sull’Africa. Notizie che non trovano riscontro tra le autorità della regione e tra la popolazione ugandese che vive nei distretti vittime delle fantomatiche incursioni militari del Rwanda. Al contrario, si sta profilando una alleanza geostrategica tra Hima (Rwanda e Uganda) che si inserisce all’interno di forti interessi di Unione Europea, Stati Uniti e Angola sugli idrocarburi e sui minerali della regione. Alleanza tesa a rimuovere dal potere i due dittatori regionali, il congolese Joseph Kabila e il burundese Pierre Nkurunziza.

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