martedì, Febbraio 18

Uganda, dietro le quinte della prima raffineria d’oro in Africa Orientale

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Lo scorso febbraio in Uganda è stata inaugurata la prima raffineria d’oro nell’Africa Orientale, la African Gold Refinery – AGR. Con un investimento di 15 milioni di dollari che ha permesso di avere in Uganda tutti i servizi di raffineria precedentemente disponibili solo presso ditte specializzate  di Dubai. La raffineria è situata a Entebbe, 103-106 Sebugwawo Road. Una posizione strategica in quanto ad Entebbe è collocato l’aereoporto internazionale, la dogana principale per i minerali e il Ministero dell’Energia e dei Minerali. La raffineria ha una importante capacità di produzione stimata a 300.000 kg di oro a settimana e un impatto occupazionale trascurabile, solo 75 dipendenti.

Sul suo sito web AGR afferma di avere come clienti piccole e medie miniere senza specificare dove siano ubicate. AGR si è dotata di una immagine “sociale”. Assicurebbe le migliori condizioni di acquisto per i proprietari di miniere artigianali solitamente preda a ricettatori indiani o israeliani senza scrupolo. L’azienda afferma di rispettare le leggi internazionali sull’origine dell’oro e di fare affari con miniere che rispettano l’ambiente, i diritti dei lavoratori e non assumono minori. AGR ha anche destinato parte dei profitti nell’assistenza agli orfani ugandesi adeguandosi alle nuove politiche di marketing delle ditte minerarie e petrolifere (adottate anche dalla ENI) che utilizzano l’impegno sociale e umanitario per rafforzare la loro immagine di ‘Friendly and Responsible Business‘.

AGR afferma di essere particolarmente attenta a garantire ai propri investitori e compratori internazionali oro pulito, non proveniente direttamente o indirettamente da zone di guerra, come il Congo o il Sud Sudan. Promette il pieno rispetto delle linee guida sulla tracciabilità dei minerali preziosi dettate dalla Organizzazione per lo Sviluppo e la Cooperazione Economica (OECD) e dalla Conferenza Internazionale per la Regione dei Grandi Laghi (ICGLR). Dietro all’investimento ci sarebbero degli investitori belgi che non vengono però nominati. L’unico nome che compare è quello del Direttore Esecutivo: Alain Goetz. Secondo il sito di informazione  Apanews  la ditta belga principale azionaria della AGR sarebbe la Tony Goetz N.V. ditta leader nel mercato dei metalli preziosi con sede a Antwerp una città medioevale nelle Fiandre rinomata per essere la capitale europea dell’oro.

La produzione di oro in Uganda è assai limitata, concentrata prevalentemente nella regione del Karamoja. Forti sono i dubbi che la raffineria serva a favorire il contrabbando di oro proveniente dai vicini Congo e Sud Sudan. Tali insinuazioni sono state avanzate da vari media africani (tra i quali il quotidiano ugandese Daily Monitor) Stranamente non vi è stata alcuna reazione da parte della AGR, dei suoi partner belgi e del governo ugandese. Alain Goetz contattato dal ‘Daily Monitor‘ ha rifiutato una intervista sull’argomento.

Al momento i dubbi non sono supportati da prove concrete. Rimane il dato di fatto che l’Uganda è accusata dalle Nazioni Unite di essere divenuta un hub logistico regionale per il riciclaggio dell’oro proveniente dalle zone di guerra. Un traffico che ha raggiunto tali proporzioni e profitti (per una ristretta cerchia di persone) che ha spinto varie autorità governative a porsi dei seri dubbi. A fine febbraio, durante un forum economico a Kampala, un quadro dirigenziale della Central Bank of Uganda, Adam Mugume, ha affermato di essere molto preoccupato sull’origine dell’oro esportato dall’Uganda in quanto è certo che le modeste quantità ricavate dalla miniere del Karamoja non sono sufficenti a spiegare le quantità record esportate. In meno di due anni l’esportazioni d’oro dall’Uganda sono passate da 250.000 dollari (dati ufficiali del 2014) a 204 milioni di dollari nel 2016.

«ll mercato aurifero ugandese è prottetto da una coltre di silenzio e non ci sono dati affidabili sulla provenienza dell’oro esportato. È lecito porsi delle domande e sospettare che l’Uganda si sia trasformata in un immenso punto logistico per il riciclaggio dell’oro proveniente da zone di conflitto all’est del Congo e nel Sud Sudan», osserva George Boden, un attivista di Global Witness. Nel 2010 l’Uganda ha firmato la Dichiarazione di Lusaka sul commercio illegale delle risorse naturali eppure varie ONG internazionali accusano il governo di non applicare in pieno le linee guida della Dichiarazione di Lusaka per combattere tale fenomeno.

Indagini giornalistiche rivelano che la African Gold Raffinery, inagurata dal Presidente Yoweri Kaguta Museveni in persona, opererebbe in Uganda dal 2014 ma solo due anni più tardi avrebbe ufficializzato a livello internazionale le sue attività e aperto gli uffici. Secondo fonti protette la AGR sarebbe stata creata in collaborazione con gli investitori belgi per facilitare le operazioni di riciclaggio d’oro illegale normalmente sotto controllo dell’esercito UPDF che detiene il vero potere nel Paese. Dietro la AGR comparirebbero due compagnie aurifere: la Uganda Commercial Impex e la Machanga Limited, citate nel rapporto ONU sul contrabbando dell’oro del Congo, datato 2014. Altre compagnie simili (ma di minore importanza) sono presenti nei quartieri della capitale: Kololo, Kanjokya, Kamwokya e Muyenga gestite da indiani e israeliani.

Gli esperti delle Nazioni Unite affermano che l’oro riciclato in Uganda proviene dalle mine congolesi di Kasugho, Nord Kivu, sotto lo stretto controllo del gruppo terroristico ruandese FDRL autore del genocidio in Rwanda del 1994 e operativo all’est del Congo e in Burundi. L’oro proveniente dalla miniere controllate dai terroristi verebbe comprato a Butembo da uomini d’affari della etnia Nande per conto di “investitori ugandesi anonimi” e fatto arrivare a Kampala, Uganda. Prima della creazione della African Gold Rafinery, l’oro grezzo veniva inviato a delle raffineria a Dubai tramite mediatori sudanesi, indiani e israeliani. Secondo le fonti protette vi è il forte dubbio che AGR sia stata creata per trasformare l’oro grezzo del Congo e del Sudan  in lingotti direttamente a Kampala in quanto le raffinerie a Dubai avrebbero espresso il loro disagio ad accettare le esportazione dall’Uganda per paura di rientrare nelle indagini internazionali contro il traffico d’oro.

Un’alta fonte di approvigionamento tra il 2012 e il 2013 fu il movimento ribelle Banyarwanda del Nord Kivu denominato M23. Durante la sua ritirata strategica in Uganda a seguito di una offensiva congiunta dell’esercito congolese e dei caschi blu dell’ONU, il M23 ha portato con se come bottino di guerra 200 kg di oro di cui 100 furono immediatamente inviati a delle raffinerie a Dubai. All’offensiva governativa contro il M23 parteciparono i terroristi ruandesi FDLR con la complicità dei caschi blu. Ora le FDLR controllano le miniere precedentemente sotto controllo del M23.

L’accusa che il governo ugandese faciliti il riciclaggio dell’oro contrabbandato dalle FDLR è gravissima. Dal 1996 l’Uganda è militarmente impegnata a contenere la minaccia terroristica di questo gruppo armato che conta circa 12.000 uomini tra i quali 4.000 di stanza in Burundi in supporto al regime razzista dell’ex-Presidente Pierre Nkurunziza. Un impegno per contenere le minacce di genocidio nella regione portato avanti in stretta collaborazione con il Rwanda, primo paese nel mirino dei terroristi. Il loro obiettivo, dal 2002, è di riconquistare il potere perduto in Rwanda, restaurare il regime razziale Hutu del defunto presidente Juvenal Habyrimana e terminare il “lavoro” del ’94 per rendere il Rwanda un paese Hutu.

Riciclare l’oro venduto dai ruandesi è un palese non-sense in quanto si offre a questi terroristi la possibilità di comprare armi e munizioni, oltre che pagare i miliziani e reclutarne di nuovi. Attualmente le FDLR sono impegnate in un genocidio silenzioso in Burundi contro i tutsi e in terribili pulizie etniche nel Nord Kivu contro l’etnia Nande, con l’obiettivo di creare una HutuLand nella regione del Rutshuru, Masisi e Lubero (Nord Kivu). I sospetti di connivenze tra terroristi e alti ufficiali del UPDF sono sempre più forti ma tutto viene coperto da segreto di Stato. Non si capiscono le dinamiche che portano il governo raundese a non discutere ufficialmente il serio problema. Di certo Kigali non si sente a suo agio ad osservare che il suo principale alleato politico militare, l’Uganda, fa affari con delle forze reazionarie che intendono attuare un secondo genocidio in Rwanda.

Il governo ugandese è particolarmente restio a parlare dell’argomento. Rare sono le sue prese di posizione ufficiali. Si preferisce  ignorare le notizie pubblicate in merito e osservare attentamente le inchieste giornalistiche al fine di impedire che si scoprino dettagli compromettenti. I giornalisti ugandesi si limitano a riportare notizie già pubblicate dalle Nazioni Unite o da ONG internazionali in quanto sono ben consapevoli dei rischi che potrebbero incorrere con indagini dirette.

Uno dei rari interventi del governo ugandese fu quello dell’allora portavoce del Ministero degli Esteri, Fred Opolot, nel 2014 dopo la pubblicazione del rapporto ONU sul traffico di oro illegale in Uganda. Il comunicato ufficiale firmato da Opolot fu assai emblematico. Da una parte negò ogni coinvolgimento governativo ma dall’altra ammise l’esistenza del traffico: «È assai difficile controllare le frontiere ugandesi a causa della loro porosità, come è altrettanto difficile per la polizia controllare tutti i cittadini e gli stranieri presenti in Uganda. Il rapporto parla di compagnie private coinvolte nel traffico e di complicità governative. Posso assicurare che se il governo fosse coinvolto, questo traffico illecito sarebbe stato stroncato da tempo».

Le due compagnie private citate nel rapporto ONU (Uganda Commercial Impex e la Machanga Limited) sembrano essere passate illese dalle accuse internazionali. Non si è a conoscenza di nessuna indagine della magistratura sulle loro attività. Le due ditte ora sarebbero associate se non inglobate nella African Gold Rafinery. Il governo ugandese è dotato di un esercito e di servizi segreti tra i più efficaci e moderni del Continente. Risulta difficile credere che non riesca ad individuare i responsabili di un traffico d’oro dal Congo e dal Sud Sudan che rappresenterebbe il 90% dei 204 milioni di dollari  di esportazione dichiarati nel 2016.

Il direttore esecutivo di AGR, Alain Goetz, ha recentemente reso noto ai media nazionali che la sua raffineria ha come obiettivo quello di attrarre la produzione legale d’oro della Regione dei Grandi Laghi, spiegando che è stata scelta l’Uganda per tale colossale investimento in quanto paese stabile guidato da una leadership visionaria e lungimirante. Goetz afferma che la African Gold Raffinery è un ottimo mezzo per combattere il traffico illegale d’oro della regione che priverebbe al fisco ugandese di milioni di dollari di tasse sulle esportazioni e alimenterebbe il traffico d’armi e le minacce terroristiche regionali. Queste affermazioni pubbliche, considerate da molti come un tentativo di pulire l’immagine della ditta dai sospetti avanzati da vari media africani e da ONG internazionali, tralasciano alcuni particolari assai significativi.

L’oro raffinato presso la AGR di Entebbe è venduto sui mercati Medioorientali dove le misure di controllo internazionale sulla provenienza dei minerali preziosi sono spesso ignorate. La AGR non si rivolge direttamente ai mercati dove queste misure sono rispettate: Unione Europea e Stati Uniti. Un particolare assai strano in quanto almeno il 54% dell’oro presente sui mercati arabi viene rivenduto proprio in Europa e America. Allora perchè passare da mediatori ottenendo prezzi più bassi invece di cercare contratti direttamente con i principali acquirenti internazionali d’oro? Prima era una scelta obbligata visto che l’Uganda non possiedeva raffinerie. Ma ora? Il mercato europeo sarebbe a portata di mano visto che il principale azionario della AGR sarebbe una prestigiosa e rinomata ditta belga operante nella capitale europea dell’oro: Antwerp.

Anche i metodi di pagamento dichiarati dalla AGR sono assai inusuali. La raffineria pagherebbe il 90% del valore dell’oro consegnato prima delle necessarie verifiche. Il saldo del 10% avverrebbe dopo gli esami di conferma della purezza dell’oro venduto. Una pratica che si basa sulla fiducia? Normalmente i metodi di pagamento prevedono il versamento del 100% del valore del lotto solo dopo le attente verifiche di laboratorio. Fonti protette fanno notare che il venditori congolesi o sud sudanesi possono tentare di truffare compratori occidentali, ma mai si sognerebbero di ingannare i ‘poteri forti’ ugandesi.

Il 20 febbraio scorso lo stesso presidente Museveni è intervenuto sull’argomento annunciando che eliminerà varie tasse e royalities attualmente legate all’esportazione di oro dall’Uganda. Perchè privarsi di parte delle entrate fiscali su un mercato capace di generare ciffre d’affari annue colossali? Per facilitare gli investimenti nel settore e trasformare il Paese nel centro principale di trattamento dell’oro grezzo nell’Africa Sub Shariana, spiega Museveni in un comunicato ufficiale pubblicato il 20 febbraio 2017 sul sito di Uganda Media Center, ufficio delle Pubbliche Relazioni del Governo ugandese. Museveni, nel comunicato, ha lanciato un serio avvertimento agli ufficiali governativi che tentano di frustrare gli investitori stranieri con pretese finanziarie. Tramite la AGR il governo di Kampala vuole eliminare il secondo hub logistico dell’oro di contrabbando nella regione: Bujumbura, Burundi. Traffico gestito dal regime genocidario del ex presidente Pierre Nkurunziza in associazione (a delinquere) con i terroristi ruandesi delle FDLR.

Il Ministro dell’Energia e dei Minerali, Irene Muloni, ha voluto sottolineare pubblicamente che il governo supporta al 100% le attività e gli investimenti promossi dalla African Gold Rafinery. Una precisazione che lascia intendere protezioni governative alla ditta e ai suoi investitori europei. Mentre le ONG internazionali intendono approfondire i loro sospetti sulla raffineria, la AGR continua a macinare soldi con l’obiettivo di diventare il patner principale del governo per l’esportazione aurifera sui mercati Medio Orientali. Un obiettivo che potrebbe facilmente raggiungere se gioca le carte giuste.

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