martedì, Febbraio 18

Uganda: Bobi Wine e il fallimento di Museveni Bobi Wine non riesce a proporre nulla di concreto per risolvere i problemi, non sta creando le basi per un forte movimento popolare alternativo in grado di abbattere il regime

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Robert Sentamu Kyagulanyi, 36 anni, nato nel getto di Kamwokya (Kampala), per 15 anni è stata una famosa popstar. Nei primi 10 anni della sua carriera musicale Bobi Wine, attraverso la sua musica, diffondeva gli ideali della gioventù post rivoluzionaria orientati alla vita edonistica e spensierata, soldi facili e all’uso della droga. Negli ultimi 5 anni ha iniziato a scrivere canzoni di protesta popolare contro il Presidente Yoweri Kaguta Museveni oltre che a continuare con il suo repertorio di canzoni edonistiche e inneggianti alla bella vita. Una mossa astuta consigliata anche dal suo manager. Cavalcare l’onda del malcontento giovanile verso il governo con canzoni di protesta ha fatto aumentare le vendite e la sua popolarità come popstar. È in questo periodo d’affari d’oro che Robert Sentamu Kyagulanyi si autoproclama il Presidente dei Ghetti, affermando che, tramite le sue canzoni, vuole essere la voce di milioni di disoccupati senza voce.

Nel giugno 2017, improvvisamente, decide di entrare in politica candidandosi alle elezioni parlamentari del distretto elettorale di Kyadondo Est vicino a Kampala. A sorpresa riesce a sconfiggere di larga misura i candidati del governo e dell’opposizione classica guidata da Kizza Besigye. La sua inaspettata vittoria è dovuta dalla sua popolarità come musicista ‘impegnato’ tra i sottoproletari urbani della capitale che lo raffigurano come il loro Salvatore o un Messia inviato per salvare l’Uganda.

Fin dall’inizio della sua improvvisata carriera politica Bobi Wine ha avuto il merito di rompere lo schema classico della politica ugandese dominato dalGruppo dei Rivoluzionari’ che liberò il Paese dall’orrenda dittatura di Milton Obote rendendo l’Uganda una potenza militare ed economica regionale che ha al suo interno forti diseguaglianze sociali. La sua elezione a parlamentare e la recente  sconfitta del National Revolutionary Mouvement subita ad Arua evidenziano che i partiti tradizionali sono in crisi.  Evidenziano anche che vi sia poco spazio  di manovra per le frodi elettorali (attuate dal governo massicciamente fino alle elezioni del 2007). Il partito rivoluzionario di Museveni dal 2011 sta progressivamente perdendo consensi e rimane al potere solo grazie ad una opposizione priva di contenuti politici e inclina alla violenza. Una opposizione ‘fake’ in quanto composta da ex rivoluzionari, Generali dell’esercito e dirigenti del partito di governo che negli anni passati si sono scontrati politicamente con il Presidente Museveni per questioni di potere economico.

Caduti in disgrazia, espulsi dal partito, perduti i privilegi e la possibilità di fare facili business sfruttando le loro cariche, questi uomini di regime si sono improvvisati leader dell’opposizione accusando improvvisamente il NRM di aver instaurato una dittatura nel Paese, evitando però di ricordare i lunghi anni di privilegi e benefici economici goduti all’interno del governo e dell’esercito. Questi leader, tra cui il più famoso è Kizza Besigye, sognano solo di conquistare il potere per riprendersi i benefici perduti. La loro frustrazione, i continui incitamenti alla violenza e il loro vuoto di proposte politiche, hanno creato un nucleo forte dell’elettorato che pur non condividendo appieno la politica di Museveni, intravvede il Vecchio leader come unico fattore di stabilità del Paese. Un nucleo composto dalla classe contadina, piccola e media borghesia che permette a Museveni di vincere le elezioni e che tollera ogni cambiamento della Costituzione teso a rendere il suo potere eterno.

Kyagulanyi, il Rastaman Residente dei Ghetti, si inserisce in questo desolante scenario politico, ponendosi all’elettorato ugandese come la terza via. La sua rapida ascesa politica dimostra che una significativa fetta della popolazione è stanca del Gruppo dei Rivoluzionari che monopolizza la politica ugandese sia al governo che all’opposizione. L’esigenza di una nuova figura politica al di fuori del teatrino di potere creato dal Gruppo dei Rivoluzionari e capace di ridare un senso alla democrazia in Uganda è purtroppo vanificata dalla indole della ex popstar, priva di esperienza politica, culturalmente e moralmente debole.

La vita di Bobi Wine è costellata da scandali tipici delle popstar dedite all’alcolismo e abuso di droghe. Nei concerti fumava marijuana con l’intento di promuovere l’uso della droga come un valore positivo di libertà. In privato Bobi Wine ha sperimentato varie droghe: dalla cocaina al crack. Nonostante, nel 2016, abbia annunciato di aver smesso di drogarsi e di essersi sottoposto a delle cure contro l’alcolismo, forti sono i dubbi che continui in privato a far uso di stupefacenti. L’annuncio della sua redenzione dalla vita dissoluta, droghe e alcool,  sembra essere stata una mossa obbligatoria per dotarsi di un minimo di rispettabilità necessaria per intraprendere la carriera politica. I capelli rasta sono stati tagliati e la canna perennemente in bocca scomparsa. La metamorfosi sarebbe un’operazione mediatica. L’ ex popstar non avrebbe mai abbandonato la sua predilezione verso gli abusi di alcool e droghe, diventati ora più discreti e privati. Questo apparente cambiamento di vita  non riesce però a cancellare il passato fatto di soldi, stravaganze e abusi che hanno inciso profondamente sul suo stato psicofisico.

Nel dicembre 2010 Bobi Wine si fa ritrarre dai paparazzi mentre regala una Range Rover gialla a sua moglie Barbara Itungo con dipinto il simbolo della ganja. Nel 2012 elogia la morte della popstar Whitney Houston ritrovata nella camera di un albergo con bottiglie di whisky e droghe. La definisce “una bella uscita di scena da questo mondo”.  Nel settembre 2014 Bobi Wine litiga con il suo manager Lawrence Labeja, amico e compagno delle notti brave di Kampala spese tra sesso sfrenato,  fiumi di alcool e droga. Lo accusa di aver rubato 100 milioni di scellini ugandesi (quasi 26.400 euro al cambio dell’epoca), frutto della vendita dei suoi album e destinati alla assistenza degli orfani della capitale.

Labeja non smentisce l’accusa e, stranamente, Bobi Wine non lo denuncia alla polizia. L’amico delle notti brave affermerà ad un giornale scandalistico locale: “A Bobi non gli conviene portarmi in tribunale se non vuole che sveli qualche suo piccolo segreto…” Nel giugno 2016 la polizia irrompe nello studio di registrazione di Bobi Wine, il Firebase Studios, divenuto un ritrovo per fumatori di erba e altre sostanze tossiche. Dopo l’irruzione della polizia il Rastaman proibirà di fumare droga all’interno dello studio di registrazione. Il quotidiano britannico The London Evening Post nel luglio 2017 definisce il Presidente dei Ghetti “il leader della bande di fumatori di marijuana di Kampala divenuto parlamentare”.

La sperimentazione continua di varie droghe ha evidentemente alterato la sua percezione della realtà influendo negativamente sulla sua vita politica. L’uomo nuovo dell’Uganda non ha creato un vero e proprio partito politico ma una specie di movimento populista non ben definibile, privo di una struttura gerarchica e incentrato sul culto della sua personalità. Di fatto il movimento è Bobi Wine e nessun altro. Come prevedibile una schiera di opportunisti si è progressivamente aggregata al Rastaman nella speranza di accedere a future cariche di governo.

Bobi Wine si presenta come un guerriero politico vestito di rosso per ricordare il rivoluzionario sudafricano Julius Malema, leader dei Combattenti per la Libertà Economica, pur non possedendo nemmeno un quarto della esperienza politica di Malema. Giura di liberare l’Uganda dalla dittatura del Gruppo dei Rivoluzionari combattendo sia contro il partito al governo che contro l’opposizione classica. La sua unica proposta politica consiste nella promessa di attuare una profonda riforma istituzionale (senza specificarne i contenuti) e di combattere la corruzione dilagante. Questo ridotto e confuso programma politico è stato comunque sufficiente per attirare molti elettori del principale partito di opposizione ‘Forum for Democratic Change’ (FDC, Foro per il Cambiamento Democratico) che hanno compreso le reali intenzioni di Besigye, interessato solo a divenire il prossimo Presidente ugandese.

Bobi Wine non è un esperto politico né un rivoluzionario. È un populista privo di basi culturali e politiche che sta ottenendo un momentaneo successo tra una parte della popolazione stanca dei due principali partiti gemelli. La sua base elettorale è principalmente composta dal sottoproletariato urbano, quelli che sono stati esclusi dal miracolo economico ugandese. La sua politica è intrinsa di populismo e le sue proposte non vanno oltre ad accattivanti promesse di libertà sfrenata, di vita agiata, di un futuro radioso dove ognuno può fare quello che desidera senza limiti dove la corruzione è scomparsa e il lavoro abbonda. Una prospettiva attraente per migliaia di sottoproletari dediti a mille espedienti e alla piccola criminalità per poter sopravvivere ma non certo adeguata per guidare una Nazione.

L’assenza di basi culturali e politiche, la tossicodipendenza e la sua base sociale di supporter inducono Bobi Wine a cadere nel circolo vizioso della violenza cieca. Come l’oppositore Besigye, utilizza la frustrazione dei diseredati inneggiando ad una non chiara e quindi pericolosa rivoluzione. Incitamento che alimenta la violenza incontrollabile a cui le forze dell’ordine devono necessariamente intervenire per tutelare la salvaguardia dei cittadini e della democrazia nel Paese. Una democrazia controllata ma pur sempre migliore di dittature feroci come quelle al potere nei vicini Burundi e Congo e preferibile al caos etnico del Sud Sudan.

Se si esaminano attentamente le dinamiche delle violenze scoppiate ad Arua e Kampala, si intravvede la premeditazione dell’uso della violenza come forma politica di espressione. In entrambe gli incidenti i giovani sottoproletari erano giunti alle manifestazioni armati, sintomo di una chiara volontà di cercare lo scontro. Quale utilità politica vi è nel saccheggiare i negozi, intimidire o derubare i passanti? Dietro a questa violenza cieca esteriorizzata dai giovani sostenitori di Bobi Wine, si nascondono attitudini criminali consolidate in anni di disoccupazione, povertà, degrado sociale, abuso di alcool, droga e una rabbiosa voglia di rivincita.

Il diritto a manifestare è stato trasformato da Bobi Wine nel diritto alla violenza. La mano d’opera è sempre la stessa: sottoproletariato urbano che viene pagato 20.000 scellini (circa 4,5 euro) per partecipare in massa alle proteste, bruciare copertoni nelle strade e scontrarsi con le forze dell’ordine, garantendo il diritto al saccheggio. Una prassi diffusa tra l’opposizione ugandese fin dal 2006, a cui anche  Bobi Wine è ricorso, forse considerandola l’unica forma politica possibile per contrastare 32 anni di potere del Presidente Museveni. Il settimanale ‘The East African’, notoriamente avverso a Museveni, ha confermato il sospetto che in entrambe le manifestazioni il movimento populista di Bobi Wine abbia pagato molti  dei giovani disoccupati che hanno partecipato.

L’uso della violenza e la strumentalizzazione delle masse diseredate è una costante comune nella politica ugandese che nasconde un vuoto di programma e di visioni strategiche per il rafforzamento della democrazia e dello sviluppo sociale. L’uso della violenza come arma politica fu inaugurato da Kissa Besigye, leader del ‘Foro per il Cambiamento democratico’ dopo aver perso le elezioni presidenziali del 2007, caratterizzate da pesanti frodi compiute dal partito al potere.

Da allora l’opposizione ha sempre galvanizzato i giovani disperati incoraggiandoli a scendere in piazza per scontrarsi con le forze dell’ordine e tollerando inauditi saccheggi e distruzione di beni pubblici. Una tattica attuata con l’intento di provocare la brutale repressione delle forze dell’ordine e mettere in cattiva luce il governo a livello internazionale. Nel 2011 quando Kissa Besigye perse nuovamente le elezioni accusò il governo di aver attuato nuovamente frodi elettorali. Un’accusa non veritiera ma necessaria per nascondere il declino politico del leader dell’opposizione. La maggioranza degli elettori che lo avevano sostenuto nelle precedenti elezioni, lo avevano scaricato, stufa di programmi politici senza contenuti, dei costanti incitamenti alla rivolta armata e dal teatrino politico creato da Besigye per accedere alla Presidenza, unica sua priorità. 

La protesta popolare post elezioni ‘Walk to Work’ (andiamo a lavorare camminando) fu trasformata immediatamente in una rivolta a bassa intensità dove giornalmente bande di disperati si scontravano contro la polizia. ‘Walk to Work’ fu la pietra tombale di Besigye in quanto la popolazione era stanca della violenza come unica risposta politica al potere eterno di Museveni proposta da leader di opposizione privi di qualsiasi visione alternativa. I leader dell’opposizione, compreso la meteora Bobi Wine, non si fanno scrupoli a promuovere una politica di ‘trincea’ creando le basi di risposte violentissime di migliaia di giovani dinnanzi alla mancanza di lavoro e alla povertà a cui sono costretti. Attaccare il corteo presidenziale con delle pietre è un atto disperato e suicida che non può altro che far scatenare la violenza dell’apparato di difesa del regime.

«Bobi Wine non riesce a superare il suo passato di cantante rasta e fumatore di ganja. Ha delle idee brillanti ma non riesce a riunirle in un progetto politico serio ed equilibrato. Vuole liberare il Paese dal monopolio Museveni Besigye, ma non riesce ad andare oltre alla denuncia delle ingiustizie e della corruzione  senza proporre reali soluzioni politiche ed economiche. Non ha la minima idea di come funziona l’attuale sistema politico ed economico, della politica imperialistica militare nei vicini Paesi tesa a rubare le materie prime che hanno permesso il miracolo economico. Delle complicate relazioni internazionali con i Paesi africani, asiatici, occidentali. Della necessità di mantenere lo sviluppo economico e rafforzare uno stato sociale pressoché inesistente. Della necessità di attuare una migliore ridistribuzione delle ricchezze o della gestione dell’economia petrolifera orientata verso lo sviluppo sociale a cui l’Uganda si sta addentrando. Parla di rivoluzione e di un mondo migliore. Argomenti non sufficienti. Bobi Wine è destinato ad essere solo una meteora nell’universo politico ugandese. Una meteora pericolosa in quanto si basa sulla frustrazione popolare di una massa di disperati dimenticati dal boom economico capace di creare solo violenza”. Questa l’analisi di Rachael Kiconco figlio dell’ ex Primo Ministro Amma Mbabazi.

Bobi Wine necessita di raffinare il suo programma politico perché non è sufficiente schierarsi contro il sistema e promettere un futuro radioso a tutti. Bobi Wine necessita di una vera e propria visione politica capace di offrire una reale alternativa” commenta l’analista ugandese Angelo Izama.

Bobi Wine si scaglia contro Museveni, contro la cancellazione dei limiti presidenziali di età, contro la corruzione e  la falsa opposizione di Besigye. Galvanizza le folle del sottoproletariato urbano con allettanti promesse di paradiso terrestre. Non è un cinico politico che aspira al potere e al denaro come Besigye, ma un pericoloso sognatore che non riesce a distaccarsi dai comportamenti da popstar del suo passato di musicista. Bobi Wine è spesso ubriaco ai comizi e fa largo uso di droghe che a lungo andare danneggiano la sua immagine sociale e morale. Chi vorrebbe come Presidente un drogato? Bobi Wine non riesce a proporre nulla di concreto per risolvere i problemi e l’attuale solidarietà dei leader dell’opposizione è effimera e strumentale. Il Maggiore Generale Mughisha Muntu o Kissa Besigye stanno sfruttando la popolarità del Presidente dei Ghetti consapevole che si tratti di una meteora aliena al sistema politico ugandese destinata a disintegrarsi a breve nell’atmosfera della realpolitik.

Bobi Wine, privo di esperienza politica, non sta creando un solido movimento popolare, concentrando tutto sulla sua popolarità e sulle sue idee. Ai suggerimenti ricevuti di rafforzarsi a livello culturale per gestire al meglio il complicato esercizio della politica, Bobi Wine ha risposto che la sua esperienza proviene dalla strada. “Non ho bisogno di andare a scuola per risolvere i problemi della gente. Li conosco perché ho fatto la dura vita della strada, soffrendo la fame e senza lavoro.” Una vita di privazioni e stenti che è durata comunque poco. Già all’età di 24 anni Bobi Wine guadagnava milioni di scellini come popstar abbandonandosi al lusso più sfrenato, belle donne, alcol e droga.

Gli unici momenti in cui ricordava il suo passato sono rappresentati dalla solidarietà verso gli abitanti delle baraccopoli esternata attraverso donazioni per pozzi, scuole, e il sostentamento degli orfani. Una filantropia genuina affermano alcuni, mentre altri sostengano che si tratti di una abile operazione di marketing ideata dal suo manager per aumentare l’idolatria del suo bacino dei fans musicali che ora è lo stesso del suo elettorato: i giovani sottoproletari disoccupati che vivono nelle baraccopoli di Kampala tra degrado e violenza e abuso di droghe.

Il culto della personalità, caratteristico della politica di Kizza Besigye,  viene replicato e rafforzato da Bobi Wine attraverso il finanziamento diretto dei suoi 200.000 sostenitori secondo quanto riportato dalla piattaforma giornalistica americana Ozy’. Il Presidente dei Ghetti starebbe dilapidando il suo patrimonio finanziario per conservare la sua popolarità.

Gli estremi episodi di violenza da Arua a Kampala dimostrano tutta la sua incapacità politica. Ha inneggiato alla violenza e alla ribellione senza attendere i risultati elettorali delle elezioni di Arua dove il suo candidato indipendente ha stravinto. Questo è sintomo di impulsività e incapacità di visione politica. I risultati sono drammatici. I suoi sostenitori hanno attentato al Presidente, distrutto e saccheggiato negozi, attaccato civili che non si volevano unire alle manifestazioni, comprese donne e bambini. Armati di mazze chiodate, pietre, machete e bastoni hanno sfidato le potenti forze anti sommossa, la Special Force Unit, i Black Mamba, sofisticate e spietate macchine da guerra che, una volta messe in moto, si fermano solo dinnanzi all’annientamento del nemico. Bobi Wine ha dato il pretesto a queste forze di repressione di intervenire per salvare il Paese dal caos noncuranti dei diritti umani. Ha messo in difficoltà il Presidente Museveni senza comprendere che  a breve termine rafforzerà l’immagine di stabilità del Grande Vecchio.

I media e i governi occidentali (tra cui gli Stati Uniti), che hanno condannato l’arresto e le torture inflitte a Bobi Wine dipingendolo come una classica vittima di una dittatura africanadinnanzi alla sua politica vuota basata sulla frustrazione, sulla violenza e sulla droga, tesa a creare il mitico paradiso terrestre in Uganda, presto abbandoneranno il Presidente dei Ghetti preferendo la democrazia controllata ma stabile di Museveni. La campagna internazionale di solidarietà lanciata da Amnesty International, FreeBobiWine, ha raccolto 12 milioni di firme in favore della sua liberazione. Una campagna giocata sul sensazionalismo che dipinge Bobi Wine come un eroe e un martire, genuino rappresentante delle frustrazioni dei giovani disoccupati e scontenti dello status quo che gli impedisce un futuro. Amnesty International, nel testo della campagna di solidarietà, ha tralasciato importanti dettagli: l’attentato al Presidente e l’ondata di inaudita violenza e saccheggi istigata da questo “martire” in due città tra cui la capitale. Dettagli da non inserire se l’obiettivo era quello di ottenere maggior visibilità della famosa associazione internazionale dei diritti umani… Nel 2011 Amnesty International difendeva a spada tratta l’oppositore Kizza Besigye proprio come fa ora con Bob Wine, per poi lasciar perdere quando le reali intenzioni del Colonnello divennero talmente chiare da non essere difendibili. Succederà la stessa cosa con il Presiente dei Ghetti.

Bobi Wine ha dimostrato di essere un politico improvvisato, immaturo, pericoloso e violento.  Non sta creando le basi per un forte movimento popolare alternativo e politicamente maturo capace di abbattere il regime. Sta creando le basi per una rivolta del sottoproletariato che mette in pericolo la democrazia, la vita dei cittadini ugandesi e gli equilibri economici e politici regionali. Il Rastaman inneggia alla rivincita degli ultimi, dimenticati dal miracolo economico ugandese e intenzionati a sfogare la loro rabbia su tutti. Una situazione che non lascia nessun spazio al dialogo politico ma solo al contenimento del pericolo di insurrezione cieca. Compito lasciato alle forze dell’ordine autorizzate a loro volta alla violenta repressione e a terminare vite umane.

Se è innegabile che il Presidente dei Ghetti non può rappresentare una valida alternativa al regime semi democratico, è altrettanto innegabile che la democrazia controllata di Museveni sta soffocando il Paese e impedisce il necessario cambiamento di stile nella gestione del potere. Museveni da anni sta abilmente sfruttando l’incapacità politica dei suoi oppositori inclini alla cieca violenza, spingendoli ad atti sempre più estremi con l’obiettivo di creare paura tra la popolazione e costringerla a supportarlo alla Presidenza perché terrorizzata dalla irresponsabilità e dalla violenza dell’opposizione.

Il Presidente Museveni è abile a contenere i suoi oppositori e le proteste popolari ma incapace di comprendere i reali motivi che spingono migliaia di giovani ad atti violenti, insensati e suicidi. L’unica risposta che Museveni conosce per contenere la violenza dell’opposizione è rispondere con altrettanta se non maggior violenza, liberando i mastini da guerra delle sue forze dell’ordine ben contenti di poter far piazza pulita senza subire conseguenze legali. Appena Museveni intravede un pericolo per la stabilità del suo potere inizia un circolo vizioso di persecuzione politica, arresti, intimidazioni contro l’avversario di turno. Per dieci anni questa è stata l’unica risposta rivolta verso Kizza Besigye.

Quando nel giugno 2017 ha visto che la stravagante stella Bobi Wine godeva di inaspettata popolarità Museveni ha subito compreso che il nuovo leader non era controllabile in quanto estraneo dall’establisment politico classico da lui abilmente controllato. Al posto di esaminare e risolvere i problemi sociali che creano la base per le fortune politiche di salvatori della Nazione improvvisati come Bobi Wine, Museveni ha risposto con le solite subdole armi repressive.

La polizia ha sistematicamente cancellato tutti i concerti di Bobi Wine dopo la sua nomina al Parlamento bollandoli come dei raduni politici. Al neoparlamentare sono iniziati ad arrivare anonime minacce di morte. Nell’ottobre 2017 i servizi segreti hanno lanciato due bombe a mano all’interno del giardino della residenza del Presidente dei Ghetti. Per fortuna non ci sono state vittime, ma l’atto di intimidazione ordinato da Museveni aveva il chiaro scopo di creare terrore e convincere Bobi Wine a desistere dalla carriera politica.

Anche i termini usati da Museveni sul caso Bobi Wine risultano inadeguati. Nei discorsi pubblici lo chiama ‘Abazukulu’ (nipote) con l’obiettivo di raffigurare il Rastaman come un ragazzino indisciplinato che si ribella alla saggezza degli anziani. Chiamando ‘nipote’ Bobi Wine e raffigurandosi come il Vecchio Saggio padre della Nazione, Museveni non ha compreso che sta sottolineando maggiormente agli occhi dei giovani disoccupati la situazione attuale del potere in Uganda in mano a dei vecchi rivoluzionari che conoscono solo le parole d’ordine: mantenere la disciplina e il potere a tutti i costi. Vecchi rivoluzionari che limitano la libera espressione, non curanti della situazioni di centinaia di migliaia di giovani senza lavoro, intenti a costringere il Parlamento a varare nuove leggi in loro favore per rendere perenne il controllo del Paese.

Il Presidente Museveni non vuole comprendere che il pericolo per la stabilità dell’Uganda non proviene da avversari come Kizza Besigye o Bobi Wine ma da milioni di giovani senza lavoro, senza futuro, disperati e, quindi, facilmente strumentalizzabili da politici cinici o da pazzi rivoluzionari come il Presidente dei Ghetti. Bobi Wine ha avuto gioco facile per la sua fulminante carriera politica perché è riuscito a sfruttare la disperazione di questi giovani. Il problema non è l’ ex popstar ma lo status quo politico ed economico ugandese che crea scontento, limita le opportunità di lavoro e crea risentimento, odio e rancore al posto di armonia sociale. L’unica risposta a questo ciclo di violenze è orientare l’attuale sviluppo economico verso la creazione di nuovi posti di lavoro, varare piani di edilizia sociale che cancellino per sempre i ghetti bidonville di Kampala offrendo alla popolazione economicamente più debole, abitazioni e infrastrutture decenti. Rafforzare l’assistenza sociale e l’educazione. Migliorare la ridistribuzione del reddito nazionale.

Fin quando il Presidente Museveni gestirà le proteste come un problema di sicurezza pubblica, inviando i terribili Black Mamba, ci saranno sempre dei nuovi Kizza Besigye e Bobi Wine che sorgeranno sulla scena politica nazionale. Un trend che si sta radicalizzando sempre di più. Rispetto a Besigye il Presidente dei Ghetti è una figura politica più pericolosa e violenta. Se non verranno risolti i problemi e le ingiustizie sociali che stanno alla base di queste periodiche ribellioni popolari l’unica domanda da porsi sarà: “Cosa sarà capace di fare il nuovo leader dell’opposizione che sostituirà la meteora del Rastaman Bobi Wine”?

Intanto, il Giudice dell’Alta Corte di Gulu, Stephen Mubiru, ha accettato che Bobi Wine uscisse su cauzione, ma il suo passaporto verrà ritirato. La decisione è stata presa in quanto le autorità giudiziarie considerano che in questo momento il Rastaman non rappresenta un pericolo per la Nazione. Il motivo è semplice da intuire: Robert Kyagulanyi è in precarie condizioni di salute a causa delle torture subite nella caserma militare di Gulu dopo l’attentato al Presidente della Repubblica e l’arresto di martedi 14 agosto ad Arua.

Uscito dal tribunale Bobi Wine è stato immortalato dai fotografi in un evidente stato di shock psicofisico. Indossava il berretto rosso da rivoluzionario sud africano e una sciarpa raffigurante la bandiera ugandese. Si sorreggeva a fatica sulle stampelle. All’uscita lo attendeva un’ ambulanza. Oltre a lui, sono stati rilasciati anche gli altri detenuti tra cui Kassiano Wadri, ora parlamentare, a cui è stato imposto il divieto di recarsi ad Arua, la città dove ha vinto le elezioni, per un periodo di tre mesi. Il processo per alto tradimento inizierà giovedi 30 agosto.

Non si possono fare pronostici sulle prossime mosse politiche e pubbliche di Bobi Wine ma si può intuire che l’ ex popstar ha compreso la differenza tra lo sfidare il potere tramite canzoni reggae di protesta e nelle piazze. Il giovane Presidente dei Ghetti ha compreso che la politica non è un palcoscenico facile soprattutto quando si sfida Yoweri Museveni, la star indiscussa di un’ Uganda prigioniera di una democrazia limitata guidata da un Padre Padrone e dal futuro socio politico incerto.

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