giovedì, Giugno 20

Uganda: attentato a Museveni e scontri a Kampala a firma di Bobi Wine Se si esaminano attentamente le dinamiche delle violenze scoppiate, si comprende che il diritto a manifestare è stato trasformato dall' ex popstar, ora agli arresti, nel diritto alla violenza

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Martedì 14 agosto si stavano svolgendo le ultime fasi della campagna delle elezioni parlamentari per il seggio di Arua, rimasto vacante dallo scorso giugno dopo il misterioso assassinio del parlamentare Ibrahim Abiriga, caso rimasto tutt’ora irrisolto. Il Presidente Yoweri Katuga Museveni era arrivato nella bellissima città del nord, fulcro del commercio con il Sud Sudan e il Congo, per sostenere Nusura Tiperu il candidato del National Revolutionary Mouvement (NRM), partito al potere dal 1986. A sfidarlo un candidato indipendente: Kassiano Wadri sostenuto da una stella nascente della politica ugandese, Robert Sentamu Kyagulanyi, un eccentrico ex musicista reggae (nome d’arte Bobi Wine) riciclatosi nella politica e divenuto parlamentare. Bobi Wine, autoproclamatosi Presidente dei Ghetti durante la sua carriera musicale, si considera il portavoce del sottoproletariato urbano dimenticato dal benessere economico del Paese promettendo un futuro radioso fatto di libertà, soldi e benessere. Per raggiungerlo occorre abbattere l’attuale sistema politico controllato da Museveni al potere da 32 anni.

Durante la presenza del Presidente Museveni ad Arua, la ex popstar stava galvanizzando i suoi sostenitori ipotizzando il rischio che il partito al governo attuasse frodi elettorali per far vincere il suo candidato. Tesi sposata anche dal candidato indipendente Wadri, presente tra i sostenitori. Bobi Wine, rivolgendosi ai suoi sostenitori durante le ultime fasi dei comizi elettorali, ha affermato che non vi sono possibilità di battere Museveni attraverso elezioni democratiche, invitando alla rivoluzione popolare.

Questi incitamenti hanno legittimato un gruppo di sottoproletari ad attaccare il convoglio Presidenziale che stava passando, lanciando grosse pietre. La fitta raffica di pietre ha colpito vari veicoli incluso quello blindato su cui viaggiava il Presidente Museveni. Alcune pietre hanno colpito il vetro posteriore di un veicolo non blindato utilizzato per trasportare i bagagli, frantumandolo. La scorta militare composta da unità della Special Force Commando, ha reagito immediatamente in difesa del Capo di Stato che, imbarazzato dall’accaduto, è stato subito trasportato all’elicottero presidenziale per ritornare nella capitale.

Nel frattempo che la scorta armata metteva in salvo il Capo di Stato  la polizia è intervenuta per arrestare i colpevoli e disperdere i sostenitori di Bobi Wine. Subito tra i supporter del candidato indipendente sono comparse mazze chiodate, bastoni e pietre costringendo le forze dell’ordine ad ingaggiare una violenta battaglia urbana che ha sconvolto la città economicamente più importante del nord Uganda. Come misura estrema dal comando generale della polizia e dallo Stato Maggiore del UPDF sono giunte le autorizzazioni all’uso dei proiettili veri per contenere la minaccia.

Durante gli scontri molti manifestanti di Bobi Wine hanno colto l’occasione e si sono abbandonati al saccheggio dei negozi, danneggiando pesantemente i piccoli commercianti di Arua sempre in bilico tra la sopravvivenza e il fallimento. Ironicamente anche a questi piccoli commercianti il rastaman Bobi Wine promette un futuro radioso.  Le forze dell’ordine sono riuscite a sconfiggere i guerriglieri urbani dopo circa un’ora di violenti scontri. Il Presidente dei Ghetti è stato arrestato assieme ad altri 34 persone tra cui i consiglieri comunali di Arua: Gerald Karuhanga, Paul Mwiri, Michael Mabbike e il candidato indipendente, Kasiano Wadri.

L’arresto di Bobi Wine è avvenuto in condizioni drammatiche. La polizia ha ucciso il suo autista, Yasin Kawuma, e letteralmente scaraventato fuori dal veicolo Bobi Wine che stava tentando di sfuggire all’arresto.  Il leader politico è stato accusato di incitamento alla rivolta, detenzione di armi militari (ritrovate presso la sua camera d’albergo, secondo quanto affermato dalla polizia) e di attentato al Presidente della Repubblica. Dal momento dell’arresto nessuno ha potuto avvicinarlo, nemmeno i familiari,  esclusi i due avvocati Aduman Basalirwa e Medard Sseggona che hanno successivamente diffuso la notizia che il loro cliente fosse stato  torturato durante la sua detenzione presso la caserma militare di Gulu, capoluogo della Regione Nord.

L’arresto del rastaman ha creato tensioni tra la popolazione. Il 16 agosto nel ghetto natale della popstar a Kanwohya alcune migliaia di manifestanti hanno protestato richiedendo l’immediato rilascio del loro idolo e dei suoi compagni. Durante la manifestazione si sono verificati dei saccheggi e scontri con la polizia. L’intensa campagna di fake news diffuse sui social media ha scaldato gli animi del sottoproletariato urbano della capitale, vanificando gli appelli alla calma lanciati dalle autorità. Il 18 agosto i servizi segreti erano stati avvertiti che nelle bidonville della capitale degli agitatori stavano organizzando, senza chiedere alcuna autorizzazione, una manifestazione a favore del Presidente dei Ghetti prevista per lunedì 20 agosto. Gli informatori avevano riferito che i manifestanti sarebbero giunti alla manifestazione armati e con intenzioni violente.  

Lunedì scorso nella capitale dell’Uganda è scoppiato l’inferno. L’epicentro della rivolta era il ghetto di Kamwokya. Ingenti forze di polizia e unità speciali antisommossa si sono appostate presso i punti economici ed amministrativi nevralgici della capitale e hanno eretto un cordone di contenimento per impedire ai manifestanti di giungere nel centro città. Il perimetro del cordone di contenimento copriva il centro commerciale Equatoria, Kyaggwe Road e il mercato di Kisseka.

Nel pomeriggio i manifestanti armati di bastoni  mazze chiodate, machete e pietre, molti dei quali ubriachi o sotto evidente effetto di droghe, hanno tentato di avanzare verso il centro. Inneggiavano alla liberazione del loro idolo lanciando slogan ‘Potere al Popolo’, ‘È giunto il nostro momento’ ‘impicchiamo Museveni’. Sono stati fermati presso il mercato di Kisseka.  Dopo vari inviti a sciogliere la manifestazione non autorizzata la polizia ha ricevuto l’ordine di intervenire quando i manifestanti hanno tentato di sfondare il cordone di contenimento.  In un primo momento la polizia ha tentato di disperdere i manifestanti usando  i gas lacrimogeni per impedire che la marcia procedesse oltre.

Dopo l’intervento delle forze dell’ordine una vera e propria battaglia urbana si è sviluppata nei pressi del mercato di Kiseka, Mamirembe Road e Kikuubo Market Lane. I manifestanti erano dotati di taniche di benzina per appiccare il fuoco ai copertoni. La battaglia che è degenerata quando dalle file dei protestanti sono state lanciate delle bottiglie incendiarie. La polizia ha ricevuto l’immediato appoggio delle forze speciali dell’esercito e l’ordine di sparare proiettili veri. Scene di inaudita violenza si sono registrate tra entrambi i contendenti. Tentativi di linciaggio di poliziotti, violenti scontri corpo a corpo.

Vari civili sfortunatamente presenti in quel momento, tra cui donne e bambini,  sono stati aggrediti dai manifestanti inferociti che li accusavano di non aver partecipato alla manifestazione o più semplicemente per derubarli. Decine di civili sono divenuti vittime anche delle forze dell’ordine che li scambiavano per manifestanti. Un poliziotto ha sparato su un taxi uccidendo il conducente e ferendo i cinque passeggeri pensando che il veicolo stesse cercando di sfondare il cordone di sicurezza eretto.

Le immediate indagini hanno dimostrato che gli occupanti del veicolo erano civili, non coinvolti nella manifestazione, che, terrorizzati da tutta questa violenza, stavano cercando una via di fuga. Otto giornalisti sono stati aggrediti brutalmente dalle forze dell’ordine. Nel bel mezzo di questa battaglia urbana centinaia di sostenitori di Bobi Wine ne hanno approfittato ripetendo i saccheggi fatti durante la battaglia urbana ad Arua della precedente settimana. L’obiettivo era quello di rubare dai negozi beni di lusso a loro preclusi: TV al plasma, cellulari e altri simboli del benessere ugandese.

Oltre 100 gli arresti effettuati dalle forze dell’ordine. I sospetti sono stati portati presso le caserme di polizia di Old Kampala, Katwe e Kampala Central Police Station per subire interrogatori con l’obiettivo di conoscere i nomi degli organizzatori di questa violenta e non autorizzata manifestazione. Tutti gli arrestati sono accusati di saccheggio, distruzione di proprietà pubblica e privata, manifestazione illegale, tentativo di insurrezione a mano armata. Accusa, quest’ultima che autorizza la magistratura a sottoporre i sospettati al tribunale militare.

Alla manifestazione la maggioranza della popolazione non ha partecipato. Terrorizzati dalla violenza dei manifestanti armati di armi rudimentali e dalla prevedibile risposta delle forze dell’ordine i cittadini di Kampala hanno preferito barricarsi nelle proprie abitazioni. Si sono registrati piccoli incidenti di poco rilievo in altre due città periferiche che confermano la natura di questa rivolta, prevalentemente limitata al sottoproletariato urbano della Capitale.

«Per fortuna la polizia con l’aiuto dell’esercito è riuscita a fermare i manifestanti. Lanciamo l’appello a tutti i cittadini ugandesi di desistere a queste forme di protesta. Partecipare armati a manifestazioni illegali e saccheggiare negozi sono atti criminali. Vi chiediamo di manifestare il vostro scontento tramite azioni non contrarie alla legge» ha dichiarato il portaparola della polizia Emilian Kayima dopo la fine della battaglia urbana.

La ferocia della manifestazione è stata causata dalle notizie che Bobi Wine avesse subito disumane torture presso la caserma militare di Gulu, prima del suo trasferimento a Kampala. Queste notizie sono state diffuse dai due avvocati difensori di Kyagulanyi che avevano affermato il 18 agosto che il loro cliente era stato selvaggiamente percosso. «Kyagulanyi è in un terribile stato di salute. Non riesce a parlare né a camminare. La sua faccia è sfigurata e non riesce più a vedere a causa delle torture subite» Le dichiarazioni dei due avvocati sono subito state diffuse sui social media e affiancate alla falsa notizia che il Presidente Museveni aveva ordinato di uccidere il Presidente dei Ghetti.  

Il Vice porta parola del Parlamento Jacob Oulanyah dopo i disordini dello scorso lunedì è riuscito a visitare Kyagulanyi detenuto presso la caserma militare di Makindye affermando che l’ex cantante era sofferente e che aveva subito delle percosse. Il governo ha tentato di smentire attraverso un video rilasciato dall’esercito sotto autorizzazione del Brigadiere Richard Karemire. Nel video, dalla durata di 8 secondi, si vede un sorridente Bobi Wine vestito con l’uniforme rossa dei carcerati, in compagnia con il parlamentare Oulanyah. Questa è la prima immagine pubblica del l’ex cantante pop dopo il suo arresto a Arua avvenuto lo scorso 14 agosto.   

La conferma delle torture subite è però arrivata indirettamente venerdì 24 agosto quando il Magistrato della Corte Militare di Gulu ha permesso che il detenuto Bobi Wine potesse aver accesso a cure mediche non specificando la causa del suo stato di salute. Secondo alcune fonti l’esercito ha inflitto le torture al Rivoluzionario rastaman durante la sua detenzione a Gulu per aver provocato l’attentato al Presidente e per scoraggiarlo definitivamente a continuare la sua carriera politica. Le immagini di Bobi Wine durante la seduta preliminare del tribunale militare trasmesse dalle TV nazionali mostrano un uomo sofferente e portano alla conclusione che le torture non sono una fake news ma una realtà.  

L’attentato al Presidente, le violenze avvenute ad Arua, l’arresto di Robert Sentamu Kyagulanyi e il tentativo insurrezionale attuato da una spaurita minoranza della popolazione lunedì 20 agosto a Kampala sono le dirette conseguenze dell’incitamento alla violenza e alla rivoluzione fatto dalla ex popstar durante la campagna elettorale ad Arua, in quanto convinto che il candidato del NRM avrebbe ottenuto la vittoria grazie alle frodi elettorali.  Accuse che si sono rivelate infondate. Kassiano Wadri, ora detenuto per tentativo insurrezionale, ha riportato una schiacciante vittoria sul candidato sostenuto dal Presidente Museveni ottenendo il 38% dei voti. Il candidato del NRM, Nusura Tiperu, non è riuscito a superare il 27% delle preferenze.

Giovedì 23 agosto la Corte Marziale Generale di Gulu ha fatto decadere l’accusa di detenzione illegale di armi da guerra contro Bobi Wine ordinando l’immediato rilascio. Questo dimostra che l’accusa era stata fabbricata ad hoc dalla polizia.  La decisione della Corte è stata comunicata al Tribunale di Kampala dove era presente l’accusato. La libertà del rastaman è durata solo pochi minuti. La polizia lo attendeva all’esterno dell’aula di udienza per arrestarlo nuovamente con l’accusa di tradimento e tentativo insurrezionale. Il processo si terrà giovedì 30 agosto presso il Tribunale Civile di Kampala. Durante l’udienza di giovedì la capitale era presidiata da reparti scelti della Seconda Divisione di Fanteria e dalle truppe di élite della Guardia Presidenziale, oltre alle normali unità di polizia e reparti anti sommossa.

Per prevenire che i leader dell’opposizione potessero sfruttare l’udienza preliminare contro Bob Wine per indire manifestazioni non autorizzate che avrebbero riscaldato ulteriormente il già teso clima politico a Kampala, la polizia ha provveduto a circondare le residenze del Segretario Generale del Forum per il Cambiamento Democratico, Ingrid Turunawe, del Sindaco di Kampala, Erias Lukwago e del leader dell’opposizione, Kissa Besigye. Tutti messi agli arresti dominciliari secondo quanto prevede la nuova legge “Preventive Arrest Act” varata nel 2017.

Bobi Wine, Kassiano Wadri e gli altri 31 arrestati ad Arua subiranno un processo per tradimento e tentativi insurrezionali presso il Tribunale Civile di Kampala. Le responsabilità dell’attacco al corteo presidenziale e le violenze avvenute ad Arua e a Kampala saranno difficili da confutare per gli avvocati difensori nonostante le torture subite da Bobi Wine. «Il Presidente dell’Uganda non ha potere nel liberare Robert Kyagulanyi. Solo la Corte ha il potere di liberarlo se le accuse contro di lui si saranno rivelate infondate» risponde  Museveni in un suo post su Facebook alla richiesta di clemenza verso il Presidente dei Ghetti. Sabato 25 agosto il Presiente ha ordinato all’esercito e alla Guardia Presidenziale di ritornare nelle caserme. Nella capitale è ritornata la calma e le persone sono uscite dalle loro case per riprendere la vita normale.

Se si esaminano attentamente le dinamiche delle violenze scoppiate ad Arua e Kampala, si comprende che il diritto a manifestare è stato trasformato da Bobi Wine nel diritto alla violenza. Contrastare il sistema ideato da Museveni di ‘democrazia controllata’ per ottenere un sano riciclo della classe dirigente e una vera e propria democrazia è un obiettivo politico condivisibile e moralmente giusto. Ma se questo obiettivo lo si vuole raggiungere con la violenza cieca, sfruttando una massa di disperati trasformati in carne da cannone, diventa irresponsabile e criminale. Bobi Wine, con un passato di abuso di droghe e alcool, ha voluto imporsi nella scena politica del Paese radicalizzando le masse di sottoproletari giovani e disoccupati che incolpano il Presidente Museveni del loro mancato benessere e per questo pieni di rancore, rabbia. Sentimenti perfetti per creare una pericolosa psicologia di massa che inevitabilmente porta alla violenza cieca e allo scontro brutale. Difficilmente il governo potrà tollerare questo affronto che mette in pericolo non solo il regime del National Revolutionary Mouvement al potere da 32 anni ma le basi stesse della società e la sicurezza dei cittadini ugandesi e dei loro beni.

Le decisioni di far cadere le accuse di detenzione illegale di armi da guerra e di trasferire la competenza di giudizio dal tribunale militare a quello civile non sono state prese grazie alla pressione internazionale della campagna FreeBobiWine, lanciata da Amnesty International che ha raccolto 12 milioni di firme, ma da cinici calcoli di opportunismo politico. Il Presidente Museveni vuole punire il rastaman ribelle con accuse inconfutabili. Per questo ha ordinato di lasciar perdere la montatura delle armi. Aver provocato l’attentato al Capo di Stato e istigato le violenze e i saccheggi in due città, compresa la capitale, sono più che sufficienti per condannare la ex popstar.

È molto probabile che il Presidente del Ghetto riceverà una punizione esemplare per la sua cecità politica e i suoi atti irresponsabili che hanno portato devastazione e violenza. «È una vergogna che persone confuse utilizzino la violenza per intimidire gli ugandesi. Nessuno ha il diritto di intimidire con parole e azioni» ha affermato il Presidente Museveni. Un’affermazione che suona già come condanna definitiva per Bobi Wine.

La punizione esemplare non risolverà il problema di fondo della società ugandese. Siamo dinnanzi ad una classica rivolta del sottoproletariato. Persone dai sogni infranti, vite bruciate da alcool, droga, violenze familiari, semianalfabeti e privati di un qualsiasi futuro. Questa indistinta massa di giovani non ha nulla da perdere e tutto da guadagnare. I più fortunati tra loro durante le battaglie urbane di Arua e Kampala sono riusciti ad impossessarsi di TV al plasma e smartphone, da rivendere o da custodire nelle loro baracche come trofei. Questa situazione, estremamente pericolosa è il frutto di una gestione del potere monolitica e unilaterale dove sia il governo che l’opposizione sono controllate da un ristretto gruppo di persone che hanno combattuto la guerra rivoluzionaria negli anni Ottanta e abbattuto l’orrendo regime di Milton Obote. Yoweri Museveni e il leader dell’opposizione Kissa Besigye sono le due facce della stessa medaglia. Entrambi desiderano il potere.

Lo sviluppo economico dell’Uganda è stato reso possibile grazie alla politica imperiale di rapina delle risorse naturali in Congo e Sud Sudan. Una politica che ha causato tre guerre: le due guerre pan africane in Congo 1996 e 1998 e la guerra civile in Sud Sudan scoppiata nel 2013. Conflitti che hanno causato centinaia di migliaia di morti. Anche la redistribuzione delle ricchezze generate da questa rapina regionale si è fermata. L’esercito e la classe dirigente è sempre più avida e il progresso sociale ed economico si sta rallentando, creando questa massa di disperati pronti a tutto. Nei suoi 32 anni di potere Museveni ha offerto benessere e democrazia controllata ma ha distrutto qualunque base sana di dibattito politico civile e di opposizione consapevole, strutturata. Non esistono più alternative se non quelle di una politica impostata sulla violenza e lo scontro. Una politica che il governo adora in quanto rafforza l’idea che l’unico fattore di stabilità in Uganda sia il Presidente Museveni e l’esercito UPDF. Molti si interrogano angosciati cosa succederà alla morte di Museveni. Una domanda che al momento non trova risposte.

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