domenica, Gennaio 24

Uganda: ad un giorno dalle elezioni, il futuro è incerto Fino ad ora Museveni è riuscito a contenere la rabbia popolare. Ci riuscirà anche questa volta?

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«Siamo profondamente preoccupati per il clima politico e sociale in questo momento nel Paese. Auspichiamo un voto libero, equo e credibile e richiamiamo partiti, autorità governative e polizia ad esercitare il proprio ruolo per il bene comune» questo è il comunicato redatto dai Vescovi cattolici ugandesi.

Un appello giustificato vista la violenza dimostrata dal Yoweri Kaguta Museveni (al potere dal 1987) durante la campagna elettorale. Utilizzando la scusa del Covid-19, il governo ha imposto comizi con solo 200 persone con mascherina. Una legge infranta da lui stesso che radunava migliaia di persone senza alcuna precauzione sanitaria. Quando si è scoperto che l’opposizione faceva i meeting di notte, è stato imposto il coprifuoco e (per stare sicuri) si sono proibiti i comizi elettorali. Per camuffare questa palese limitazione di espressione dei partiti di opposizione con misure di prevenzione sanitaria per frenare la pandemia, il governo avrebbe aumentato artificialmente i casi di contagio.

La repressione del governo e le misure di prevenzione del COVID-19 stanno limitando la capacità del leader dell’opposizione Bobi Wine di mobilitarsi e rafforzando le possibilità di Museveni di rimanere al potere, dicono gli analisti. «Le elezioni di gennaio quasi sicuramente porteranno alla vittoria di Museveni. Tuttavia, l’inevitabilità del risultato complessivo non dovrebbe renderci ciechi al fatto che la politica del Paese sta cambiando, anche se il regime non lo fa», hanno scritto gli accademici Sam Wilkins e Richard Vokes.

La repressione contro l’opposizione è estremamente dura. Lunedì 4 gennaio, più di cento membri della squadra della campagna presidenziale di Bobi Wine hanno ottenuto la libertà su cauzione, dopo il loro arresto mentre erano in campagna elettorale il 31 dicembre.

L’arresto e il perseguimento di 126 persone, 90 delle quali facevano parte di del team che coordina la campagna elettorale, è l’ultimo di molteplici ostacoli all’offerta presidenziale di Bobi Wine da parte delle forze di sicurezza dell’Uganda. Tra gli arrestati e presentati davanti a un tribunale a 100 km a sud-ovest della capitale ci sono la guardia del corpo personale di Wine, Eddy Mutwe, il suo partner musicale Nubian Li e il produttore musicale e collaboratore stretto Dan Magic. Almeno sette di loro rimarranno in custodia fino al 19 gennaio, secondo quanto riportato martedì dal quotidiano locale ugandese Daily Monitor.

Anche il candidato alla presidenza della Piattaforma di Unità Nazionale era stato arrestato durante la fallita interruzione della campagna di Capodanno, ma è stato riportato a casa a Kampala in elicottero militare mentre la sua squadra di campagna era stata arrestata in attesa di accuse formali.

Bobi Wine è uno dei 10 candidati che cercano di spodestare il Presidente in carica, il Presidente Yoweri Museveni. E ‘anche la prima volta nelle ultime quattro elezioni che l’ex rivale di Museveni, Kizza Besigye del principale partito di opposizione, il Forum per il cambiamento democratico (FDC), non partecipa al voto. Dopo che Besigye ha rifiutato di fare un quinto tentativo alla presidenza, il partito di opposizione ha invece scelto Patrick Oboi Amuriat come Presidente e candidato alla presidenza nelle urne del 14 gennaio. Il candidato alla presidenza dell’FDC è stato anche arrestato e rilasciato più volte durante la campagna elettorale, l’ultima il 2 gennaio.

Tra i candidati ci sono anche due ex comandanti militari, il maggiore generale Mugisha Muntu, che ha lasciato l’FDC dopo essere stato boicottato all’interno del partito, e il tenente generale Henry Tumukunde, un ex ministro della sicurezza che è accusato di tradimento.

Nonostante l’assenza di Besigye dalla corsa, il Presidente Museveni ha adottato gli stessi metodi che ha usato contro il suo ex compagno d’armi per il pool di nuovi sfidanti e dei loro principali sostenitori. Facebook ha chiuso una serie di account appartenenti a funzionari del governo ugandese accusati di aver cercato di manipolare il dibattito pubblico in vista delle elezioni giovedì, ha detto lunedì il gigante di Internet all’AFP.

«Questo mese, abbiamo rimosso una rete di account e pagine in Uganda che si impegnavano in CIB (Coordinated Inauthentic Behaviour) per indirizzare il dibattito pubblico prima delle elezioni. Hanno utilizzato account falsi e duplicati per gestire pagine, commentare i contenuti di altre persone, impersonare utenti, ricondividere i post in gruppi per farli sembrare più popolari di quanto fossero», ha dichiarato Kezia Anim-Addo, capo della comunicazione di Facebook per l’Africa sub-sahariana.Anim-Addo ha affermato che la rete è collegata al ministero della tecnologia dell’informazione e della comunicazione.

Facebook in realtà non ha solo colpito i presunti Fake Accounts ma anche quelli reali di molti funzionari governativi e membri del partito al governo National Revolutionary Mouvement-NRM, che si sono visti le loro pagine rimosse. L’account del Presidente Museveni è rimasto attivo.  L’addetto stampa senior di Museveni, Don Wanyama, che ha visto chiudere sia il suo account Facebook che Instagram, ha accusato Mark Zuckerberg di cercare di influenzare le elezioni. Peccato che vi siano forze straniere che pensano di poter aiutare e impiantare una leadership fantoccio in Uganda propizia ai loro interessi, disabilitando gli account online dei sostenitori del NMR“, ha dichiarato Wanyama su Twitter.

L’avvenimento desta preoccupazioni internazionali in quanto una multinazionale dai confini labili e transnazionali, rinomata per attuare colossali evasioni fiscali tramite trucchi legali, giunge ad avere talmente potere influenzare la politica di uno Stato Sovrano, arrogandosi il diritto di decidere chi sono i ‘Goods Guys’ e chi i ‘Bad Guys’. Un campanello d’allarme che ci deve far comprendere la necessità di un intervento forte degli Stati per limitare questo potere parallelo, minaccia diretta della democrazia.

L’appuntamento elettorale del 14 gennaio vede lo scontro tra due generazioni di ugandesi. Chi ha fatto la rivoluzione (Museveni, 76 anni), ricostruito il Paese e assicurato un apprezzabile sviluppo, ora diventato un freno per la Nazione a causa della sua avanzata età e chi è nato ai margini di questo sviluppo, nei ghetti dove il futuro è incerto: Bobi Wine (38 anni). Nelle elezioni del 2011 avevo prognosticato che se Museveni si sarebbe presentato nel 2017, avrebbe segnato la fine dell’Uganda. Siamo nel 2021 e i segnali della decadenza economica dell’Uganda e l’emergere di pericolose tensioni sociali sono alla luce del sole.

La catastrofica e cleptomane gestione della pandemia da Covid-19 (300 milioni di dollari di aiuti internazionali spariti nel nulla), l’economia in rallento, la mai avviata industria petrolifera, l’insensata guerra fredda contro il Rwanda e l’altrettanto insensato appoggio alla giunta militare Hutupower in Burundi, associati ad una corruzione ormai endemica e al traffico illegale dell’oro dal Congo riciclato nella raffineria ad Entebbe, sono alcuni aspetti (forse i più rosei) della realtà vissuta in Uganda, governata da un Vecchio che vive nel passato, rischiando di distruggere tutto il bene che ha fatto e il benessere che ha creato quando era ancora in forze.

Sicuramente vi saranno le frodi, le manifestazioni e le violenze della polizia. È uno scenario che si ripete ad ogni elezione. Fino ad ora Museveni è riuscito a contenere la rabbia popolare. Ci riuscirà anche questa volta? Difficile fare prognostici al momento. Si sa solo che a Kampala e in tutte le città i supermercati hanno registrato vendite record di prodotti alimentari. La gente fa scorta per tre settimane e si chiude in casa terrorizzata. Le strade sono state invase dall’esercito, segno che il UPDF (Ugandan People’s Defence Force), il solo in grado di spodestare il Vecchio, ha scelto di appoggiarlo per l’ennesima volta. Tanto per essere chiari, il Comandante della Polizia di Kampala ha dichiarato che farà rimpiangere ai manifestanti di essere nati.

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