domenica, Luglio 21

Ue: verso i beni pubblici europei La proposta del ministro Padoan di inserire tale concetto nel bilancio comunitario. L’intervista a Franco Mosconi, docente di Scienze politiche e delle relazioni internazionali presso l’Università di Parma

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Bene pubblico europeo: un concetto da definire per il suo inserimento nel prossimo bilancio comunitario. Ad affermare ciò è stato il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, intervenuto il 19 febbraio , presso il Parlamento europeo, in occasione di un convegno per il bicentenario della nascita del politico e filosofo Francesco De Santis.

Dalle parole di Padoan, emerge il senso della questione, che si può definire adeguatamente soltanto attraverso il giusto coordinamento da attuare in sede comunitaria: «L’Italia», ha affermato il ministro, «offre un punto di riflessione generale all’approccio al bilancio europeo, introducendo il concetto di bene pubblico europeo, che è qualcosa che deve essere perseguito necessariamente a livello europeo, perché soluzioni nazionali non funzionerebbero». Padoan non si è limitato ad intervenire con questa riflessione di metodo, ma si è anche concentrato sugli ambiti di competenza che rientrerebbero nell’ idea di bene pubblico europeo: il rafforzamento del progetto Erasmus e la gestione dei confini dell’Europa, con un’attenzione particolare, quindi a sicurezza e difesa europea.

Per approfondire la questione, considerando non solo il concetto in sé, ma anche i riflessi sui bilanci degli Stati membri, la possibile ripercussione positiva sulla nostra economia, le modalità concrete di inserimento del concetto di bene pubblico europeo nel bilancio, abbiamo sentito Franco Mosconi, docente di Scienze politiche e delle relazioni internazionali presso l’Università di Parma.

Come è possibile definire il concetto di bene pubblico europeo?

Bella domanda, se teniamo conto che la definizione di ‘bene pubblico’ data dai manuali di Microeconomia (“beni che non sono né esclusivi, né rivali nel consumo”, come ad esempio la sirena antincendio) è fra quelle più difficili da digerire, all’inizio, per gli studenti. Passando dalla teoria alla prassi, e dal livello strettamente locale/nazionale a quello europeo/sovranazionale, direi così: sono beni pubblici europei quei beni la cui fornitura: (1) è assicurata, per ragioni di efficacia ed efficienza, al livello dell’UE; (2) è necessaria per garantire pace e prosperità a tutti gli abitanti dell’Unione.

Quali effetti avrebbe la sua adozione sui bilanci dei diversi Stati membri?

Non sono un esperto di conti pubblici – insegno Economia e Politica Industriale – e non mi avventuro in stime che potrebbero facilmente sconfinare in … finanza creativa. Quello che posso dire è questo: penso che il tema dei (nuovi) beni pubblici europei vada collegato a una (nuova) imposta di livello europeo. Ma, si badi bene, nuova imposta non nel senso di aggiuntiva rispetto alle tasse che già, all’interno dei nostri Paesi, paghiamo. Si tratta, invece, di pensare un’imposta europea – col gettito che vada direttamente all’Ue – con una parallela riduzione del carico fiscale su persone fisiche, famiglie e imprese al livello nazionale. Certo, così facendo potrebbe apparire solo una partita di giro: e all’inizio, nei primissimi anni, è molto probabile che lo sia. In ogni caso, è un’imposta che creerebbe un senso di appartenenza più forte dei cittadini dei Ventisette nei confronti dell’Unione. E ciò per due motivi: il primo ha a che fare con le modalità di pagamento e riscossione di cui dicevo (cittadini-UE); il secondo riguarda il tipo di spesa pubblica finanziata da quest’imposta europea, una spesa pubblica qualificata proprio perché volta ai beni pubblici europei.

Su quali ambiti, a Suo avviso, ci si dovrebbe concentrare per tracciare le linee di tale concetto? Erasmus, sicurezza e difesa sono quelli individuati dal ministro Padoan: cosa ne pensa?

Il ministro Padoan ha perfettamente ragione, sono tutt’e tre ambiti privilegiati di intervento quelli da lui identificati. Aggiungo solo questo, rispetto al riferimento all’Erasmus: tutti quelli che chiamiamo “investimenti in conoscenza” (R&S e capitale umano, in primis) andrebbero considerati beni pubblici europei perché, oggi più di ieri, è da essi che dipende una crescita economica sostenuta e, in ultima analisi, la possibilità per le persone di avere una chance di vita e lavoro. Ossia, la prosperità, mentre al mantenimento della pace (l’altro grande obiettivo dell’Unione) dovrebbero concorrere i beni pubblici “difesa e sicurezza”. In un libro di circa due anni fa dedicato alla New European Industrial Policy (Routledge, 2015) ho sostenuto la necessità di spostare al livello sovranazionale di governo la competenza per questi investimenti in conoscenza, che oggi sono il cuore della politica industriale. D’altronde, non sono già esercitate al livello comunitario sia la politica antitrust che la politica commerciale? La politica della ricerca e della formazione delle risorse umane è forse meno nobile di queste due?

Quali, in particolare, gli effetti sull’Italia? Potrebbe consentire un incremento della spesa pubblica del nostro Paese? Se sì, come?

Valgono per questa domanda molte delle considerazioni che ho già espresso rispondendo alla seconda domanda. L’Italia ha bisogno di proseguire nel cammino di riqualificazione della spesa pubblica per (re)indirizzarla verso gli investimenti, materiali e immateriali, dove si avverte ancora un forte gap coi livelli pre-crisi e, più in generale, con quello che sarebbe necessario per l’ammodernamento del Paese, senza dimenticare alcuni fondamentali risultati (la rete ferroviaria ad AV, per esempio). Ebbene, un Paese come l’Italia che, anche per le eredità non sempre positive del passato, spende tantissime risorse del bilancio pubblico in spese correnti (ivi compresi gli oneri per interessi sulla montagna del debito), l’idea dei beni pubblici europei potrebbe aiutare in questo sforzo di riqualificazione. I ‘trans-european networks (TEN)’ identificati con lungimiranza dal Libro Bianco del 1993 di Jacques Delors (Crescita, competitività, occupazione) restano un obiettivo desiderabile.

Vi sono stati altri tentativi simili di introduzione di tale concetto nel bilancio comunitario?

Non un tentativo formale e sistematico, per quello che è di mia conoscenza. È però vero che nel corso del tempo il bilancio comunitario (che, non dimentichiamo, vale poco più dell’1% del Pil della UE) si è arricchito di voci interessanti come il già citato Erasmus, ma anche Horizon 2020 per la R&S (e prim’ancora i Programmi quadro per la ricerca). C’è poi dal 2015 il ‘piano Juncker’ sugli investimenti col fondamentale supporto della BEI. Sono tutti passaggi importanti che hanno creato interesse intorno a ciò che l’UE può fare su questo versante. Il nuovo bilancio, la cui preparazione è già cominciata, che coprirà il periodo 2020-2027 dovrebbe far tesoro di tutte queste esperienze. Speriamo arrivi con questo budget il vero colpo d’ala e si abbandoni lo status quo, che oggi non basta più.

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