domenica, Ottobre 25

UE, un rigore meno esplosivo Le conseguenze delle elezioni sulla futura politica economica dell'Ue. Intervista al professor Paolo Manasse

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Le entrate dello Stato devono essere pari o superiori alle spese, e in caso contrario il disavanzo ‘strutturale’ non può superare lo 0,5% del Pil. È la prima regola del Fiscal compact, il Patto di bilancio fra gli Stati dell’Unione europea, stipulato per evitare nuove crisi dovute a debiti pubblici eccessivi. L’Unione europea è molto vigile su questo accordo, firmato il 2 marzo 2012 da quasi tutti i Paesi membri (non lo fecero Gran Bretagna e Repubblica Ceca) ed entrato in vigore il primo gennaio 2013, e la rigidità con la quale ne ha imposto il rispetto ha attirato le critiche di quanti ritengono questa inflessibilità un macigno sulla strada della ripresa dalla crisi economica.

L’accordo impone il pareggio di bilancio, attraverso un percorso con obiettivi intermedi, e consente un deficit strutturale fino all’1% del Pil solo se il debito pubblico è molto inferiore al limite ad esso imposto. Questo tetto al debito è il 60% del Pil, ed è un altro limite imposto dal Patto. In questo l’accordo ha ripreso il Trattato di Maastricht del 1992, che preparò il terreno alla moneta unica anche fissando il limite al rapporto fra deficit e Pil (3%). I Paesi che hanno un debito oltre il tetto del 60%, come l’Italia (più del doppio), devono mostrare una marcata tendenza alla riduzione. Dal 2015 l’Italia dovrà anche tagliare il suo rapporto debito-Pil di un ventesimo all’anno, come prevede il Patto di stabilità e crescita rafforzato.

Negli ultimi anni l’Ue ha imposto il rispetto del Fiscal compact con rigore e misure di austerità. Violare le regole costa caro: la Corte di Giustizia europea punisce con una multa fino allo 0,1% del Pil. Deroghe sono previste, ma solo in «circostanze eccezionali», come le definisce il Patto: o eventi fuori dal controllo delle autorità nazionali che hanno pesanti ripercussioni finanziarie, o periodi di grave recessione economica; in ogni altro caso si deve trattare con la Commissione e l’Eurogruppo. Le elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo, dal 22 al 25 maggio, sono state segnate anche dal dibattito sulla rigidità con la quale l’Ue ha tenuto in riga gli Stati membri sui conti pubblici.

Secondo le proiezioni dell’Europarlamento (i dati definitivi non ci sono ancora mentre scriviamo) il conservatore Partito popolare europeo si è piazzato al primo posto con oltre il 28% dei voti (213 seggi), seguito dai Socialisti con oltre il 25% (190 seggi); seguono assai staccati i liberaldemocratici dell’Alde (64 seggi), i Verdi (53 seggi), i conservatori dell’Ecr (46 seggi), Sinistra Unitaria Gue (42 seggi), l’euroscettico Efd con Ukip e Lega Nord (38 seggi), i ‘Non iscritti’ fra cui il Front National di Marine le Pen (41 seggi), e gli ‘Altri’ fra cui il Movimento 5 Stelle (64 seggi). Previsioni a parte, gli euroscettici hanno ottenuto due vittorie notevoli, in Francia con il Front National di Marine le Pen e in Gran Bretagna con l’Ukip.

Questi risultati come influiranno sulla politica economica dell’Ue? Ridurranno il rigore delle istituzioni europee? L’abbiamo chiesto al professor Paolo Manasse, docente di Economia politica all’università di Bologna.

 

Professor Manasse, quali conseguenze avrà la composizione del nuovo Europarlamento sulla futura politica economica dell’Unione?

A quanto sembra di capire dai dati la maggioranza attuale resterà in carica, quindi le linee principali di politica economica saranno mantenute. Ci sono segnali importanti, però, come l’affermazione dei movimenti euroscettici meno strepitosa del previsto. Non credo che gli euroscettici avranno grande voce in capitolo nella futura politica economica dell’Unione, perché sono forze eterogenee -forse la Lega Nord e le Pen potranno accordarsi su alcuni punti- ma il loro risultato resta un segnale importante che il Parlamento europeo non potrà ignorare. Credo ci sarà più attenzione per ciò che i trattati europei definiscono ‘circostanze eccezionali’, con parametri più dolci. L’affermazione in Grecia di Alexis Tsipras (candidato dalla Sinistra europea alla presidenza della Commissione Ue, nda) indurrà a un’attenzione maggiore affinché le manovre di consolidamento del bilancio siano anche accettabili dal punto di vista sociale, meno ‘esplosive’. Questa ritengo sia la prima conseguenza del voto. La seconda è la riduzione dello spread (differenza fra tassi d’interesse, in questo caso di titoli pubblici degli Stati, per l’Italia fra il suo Btp a 10 anni e il Bund a 10 anni della Germania; più è basso, meno lo Stato spende in interessi sul debito e più è facile vendere i titoli, nda) per alcuni Paesi ad elevato debito, come l’Italia, forse quello fra i grandi che più può minare la stabilità dell’Unione con le sue difficoltà. Nel nostro Paese le elezioni europee hanno prodotto una forte riduzione dell’instabilità politica, grazie al rafforzamento del governo riformatore in carica; questo dovrebbe tranquillizzare i mercati e credo, e spero, rendere più semplice il finanziamento del debito.

La nuova maggioranza nell’Europarlamento sarà una coalizione. I due partiti europei più votati, Popolare e Socialista, possono accordarsi sul programma economico?

Non mi sembra ci siano grandissime differenze fra i loro programmi economici: si tratta di porre più o meno l’accento sulla disciplina fiscale o sulla crescita. Credo che un compromesso si troverà rendendo un po’ meno brutale il rispetto dei vincoli agli Stati membri e concedendo periodi più lunghi, magari con il rinvio delle misure più dolorose a congiunture più favorevoli. Il problema vero è che l’Unione europea non ha risorse comuni per finanziare la crescita: il suo bilancio è pari all’1% del Pil della zona Euro, dato che fa ridere rispetto a quello degli Stati membri, e metà di esso è investito in agricoltura. Un contributo alla crescita c’è, ma si tratta d’investimenti indirizzati soprattutto alle zone più arretrate, al mercato del lavoro e alla ricerca. L’unica cosa che l’Unione può fare è riformare l’austerità fiscale.

Sarebbe necessario cambiare il bilancio dell’Unione?

Non esiste un bilancio europeo: ci sono solo finanziamenti da parte degli Stati membri, che vanno dallo 0,25% all’1,5% del loro Prodotto interno lordo. I Paesi piccoli, inoltre, ottengono dall’Unione finanziamenti pari solo al 3 o al 4% del loro Pil. La situazione è molto diversa negli Stati Uniti, dove uno Stato ricco come quello di New York devolve agli altri fra il 10% e il 15% delle proprie risorse, ed esiste anche una vera politica macroeconomica, che nell’Ue manca. Nell’Unione il bilancio non è un’arma di politica economica, quindi. Secondo alcuni dovrebbe diventarlo, anche se le resistenze degli Stati membri sono fortissime. Io ad esempio ho proposto, e anche altri l’hanno fatto, di devolvere parte delle entrate Iva al bilancio europeo.

Partito socialista e Sinistra europea quanto sono divisi sul programma economico?

I partiti che fanno capo alla Lista Tsipras e simili oggi hanno un programma un po’ di protesta, che provenendo dalla Grecia è contro l’austerità e il rigore. Potrebbe dare maggior peso alle clausole nei trattati europei che evitano le manovre più recessive in casi specifici e allargare l’interpretazione delle eccezioni. Al di là della retorica sul fiscal compact (l’accordo fra gli Stati Ue per il pareggio di bilancio, nda), comunque, il problema fondamentale è il debito pubblico: gli Stati che hanno un debito elevato, come l’Italia, devono ridurlo, che lo chieda l’Unione europea oppure no, altrimenti diventerà così insostenibile che gli investitori non vorranno più finanziarlo e per quegli Stati sarà la bancarotta.

I partiti euroscettici sono risultati in crescita, in particolare in Francia e in Gran Bretagna dove hanno conquistato il primo posto. Questa crescita condizionerà la futura politica economica dell’Ue?

Bisogna vedere quanto terreno comune riusciranno a trovare: il fronte euroscettico è un coacervo di partiti nazionalisti, quindi ci sono difficoltà oggettive nella creazione di una piattaforma condivisa. L’unico accordo mi sembra esista sul rifiuto dell’apertura commerciale e dell’immigrazione, quindi su misure come l’imposizione di dazi doganali. Questi provvedimenti di chiusura, però, sarebbero notoriamente disastrosi, quindi non credo avranno influenza. Gli altri partiti europei non sono disponibili al riguardo, perciò i numeri per passi indietro sull’integrazione commerciale non ci sono nel nuovo Parlamento europeo. Anche sull’abbandono dell’Euro, altro loro cavallo di battaglia, gli euroscettici non otterranno granché: distruggerebbe l’Unione.

Il successo del Partito democratico darà più voce in capitolo all’Italia sulla politica economica dell’Ue?

Credo che l’affermazione di Renzi metterà l’Italia in una posizione di forza importante fra i Paesi dell’Unione. Il governo italiano, pro-europeo, non è stato penalizzato dal voto, un risultato davvero difficile da ottenere in un Paese in recessione. La cancelliera Merkel ha avuto un discreto successo elettorale in Germania, ma il suo Paese non ha sofferto per la crisi: i salari vanno bene e l’occupazione benissimo. La vittoria del governo italiano è una garanzia grandissima per gli altri Paesi dell’Ue e credo che il potenziale negoziale di Renzi, sia in Europa sia nella sua coalizione, ne uscirà rafforzato. Gli altri Paesi dell’Unione si guarderanno bene dal minare questo successo, perché l’effetto sarebbe un’ulteriore avanzata dei partiti contrari all’Euro, il Movimento 5 Stelle e la Lega, con conseguenze difficlmente calcolabili per la finanza pubblica italiana ed eventuali attacchi speculativi. Con la sua vittoria il governo italiano si pone come un vero argine contro la crisi finanziaria internazionale.

 

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