lunedì, Luglio 22

Ue-Turchia, una nuova strategia per i prossimi 12 mesi

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Nuovo accordo, per i prossimi 12 mesi, raggiunto tra il Presidente turco Recep Tayyip Erdoğan e i vertici Ue, lo scorso 25 Maggio a Bruxelles. Dopo mesi di tensioni, l’Unione Europea riconsidera la possibilità di riallacciare una relazione con la Turchia, per il raggiungimento di accordi bilaterali, tra i quali il miglioramento e l’estensione, dell’unione doganale a beni non solo industriali. Nonostante, infatti, il difficile rapporto che ha caratterizzato l’ultimo periodo, l’UE è il mercato di esportazione principale della Turchia (44,5%), mentre la Turchia è quarta per l’esportazione nell’UE (4,4%).

Altra questione sarà quella sui migranti, che, in Europa, ha raggiunto una portata senza precedenti e diventa, giorno che passa, sempre più ingestibile.

Il 14 Febbraio 2017, infatti, Amnesty International ha pubblicato un rapporto sulle conseguenze derivanti dall’accordo sui migranti, stretto il 18 Marzo 2016, tra Unione Europea e Turchia. Secondo quanto pubblicato, nel 2015 circa 800.000 rifugiati sono arrivati sulle isole greche, mentre, dopo l’accordo, il numero è sceso a 27.000; il problema è che, mentre prima, i migranti venivano direttamente trasferiti dalle isole greche nella terraferma, ora rimangono bloccati in attesa di poter giungere in Turchia, in condizioni squallide e pericolose, violando i loro diritti umani.

La liberalizzazione dei visti per i turchi verso l’area Schengen, la lotta contro il terrorismo, le questioni, più generali, che vanno dalla politica all’energia alll’economia, saranno altri temi al centro dell’incontro. 

Questioni, quelle che verranno affrontate, secondo le fonti del quotidiano turco Hurriyet,  oggi, 13 Giugno, che, peraltro, non sono comprese nei 35 capitoli di cui si compone il negoziato per l’adesione della Turchia alla Comunità europea; possibilità che, per il momento, resta sospesa. Secondo la fonte, a rappresentare la Turchia ci saranno il Sottosegretario Selim Yenel del Ministero dell’Economia e il Sottosegretario del ministero degli Esteri, Mehmet Kemal Bozay.

Abbiamo intervistato Valeria Giannotta, direttrice del CIPMO (Centro per la Pace in Medio Oriente), esperta di Turchia che ha lavorato ad Ankara come docente di relazioni internazionali.

La Turchia è candidata all’adesione europea sin dal 1999 e i negoziati sono stati avviati nel 2005, ma rimangono bloccati per via della mancata attuazione da parte della Turchia del protocollo di Ankara, non riconoscendo formalmente la Repubblica di Cipro. Per quale motivo, da allora, i rapporti tra Cipro e Ankara non si sono ancora normalizzati?

La verità è che la Turchia riconosce la Repubblica turca di Cipro nord e questo crea degli scompensi con il resto dell’isola. Nel 2005, immediatamente dopo l’inizio dei negoziati formali tra Turchia e Unione Europea, a Cipro si è indetto un referendum, in linea con il piano Annan, per la riunificazione dell’isola. La parte turca ha votato a favore, mentre la parte greco-cipriota ha votato in modo contrario. Nonostante ciò, l’intera isola di Cipro è stata annessa, a pieno titolo, come membro all’interno dell’Unione europea, ed essendo un membro, può porre il veto sui capitoli negoziabili e questo crea dei blocchi non indifferenti, indipendentemente dalle riforme applicate dalla Turchia.

Ci sono numerosi problemi formali e procedurali per aprire determinati capitoli.

Quanti capitoli sono stati aperti e quanti sono stati definitivamente chiusi?

I capitoli negoziali sono 35 e, ad oggi, ne è stato aperto, e chiuso, soltanto uno. Più della metà dei capitoli sono bloccati per i veti incrociati di Cipro e di altre cancellerie europee. Indipendentemente dal numero, quelli che riguardano l’aspetto formale della democrazia e le libertà fondamentali, quindi i capitoli 23-24, sono bloccati o, comunque, non sono stati aperti. Da una parte si riconduce la responsabilità ad Ankara, dall’altra si riconduce, direi ad una miopia, dell’Unione europea.

Sembra che numerosi Stati europei (come la Francia e la Germania,) non avrebbero mai accettato, a prescindere, l’ingresso della Turchia in Europa. Se è davvero così, mi può fare un’analisi dell’opposizione e dei motivi che influenzano l’ingresso della Turchia nella UE?

Dopo l’avvio dei negoziati nel 2005, la Francia, di Nicolas Sarkozy, e la Germania, di Angela Merkel, si sono, da subito, opposti. Ovviamente, l’accordo era partito quindi cambiare le carte in tavola dopo l’avvio del negoziato non è stato così gradito e questo ha generato una sorta di frustrazione. Le cancellerie che, sostanzialmente, hanno un approccio contrario alla Turchia sono Francia, Germania, Olanda e Austria perché hanno un approccio più nazionalista ma il secondo motivo principale è che questi Paesi hanno, al proprio interno, una diaspora turca molto forte; la paura è che, con l’avvio del negoziato, ci si senta invasi. Un altro motivo si riconduce alla questione identitaria; nessuno lo dirà mai, però la Turchia è un Paese super popolato, sono 80 milioni di abitanti e la maggioranza di questi sono musulmani, mentre il principio cardine dell’Unione Europea è quello di essere, anzitutto una democrazia, ma soprattutto ci si deve rifare ai valori del Cristianesimo. L’aspetto identitario gioca un ruolo importante.

Negli ultimi anni, un’ondata senza precedenti di profughi siriani, provenienti dalla Turchia, investe l’Europa, mettendo a rischio l’unione europea stessa. Con L’accordo sui migranti del 2016, la Turchia si impegna a impedire ai profughi, presenti nel proprio Paese, di raggiungere l’Europa, e accetta le persone respinte nelle coste greche, in cambio di concessioni varie, tra le quali la possibilità per i turchi di viaggiare nell’Ue. Mi può spiegare qual era l’accordo sui migranti? E chi non ha rispettato che cosa?

L’accordo sui migranti prevedeva che, a fronte di un immigrato non regolare, che stazionava nelle coste della Grecia o, comunque, in Europa, venisse rispedito in Turchia e la Turchia avesse mandato in Europa un immigrato regolare. Ora, la Turchia, da sola, dal 2011 più o meno, dopo lo scoppio delle Primavere arabe, sta ospitando, quindi fa uno sforzo unilaterale, circa 3 milioni di profughi siriani, i quali sono stati allocati in campi di accoglienza. L’accoglienza prevede la registrazione dei profughi siriani sul territorio turco, l’assistenza sanitaria e la garanzia dell’istruzione. A fronte di un irregolare, quindi, la Turchia si impegna a mandare una persona regolare. Questo era il nocciolo della questione. La Turchia sarebbe dovuta essere ripagata con 3 miliardi di euro da parte dell’UE, in tre anni, che prevedevano, appunto, il sostegno di queste persone. Ad oggi, di questi 3 miliardi, sono stati allocati circa la metà. Questo ha generato grande malcontento da parte di Ankara. Ma il più grosso malcontento, che non si riesce a digerire in Turchia, molto chiara anche dalla retorica aspra di Erdogan, è stato che, come condizione per arrivare a quest’accordo, ci sarebbe dovuta essere la liberalizzazione dei visti di ingresso in Europa per i cittadini turchi. Questa condizione è stata, poi, resa discrezionale ad altri fattori, come la revisione della regolamentazione sul trattamento dei dati sensibili da parte del governo turco, ma, soprattutto, la questione più spinosa è stata che, in Turchia, al momento, è vigente una legge sul terrorismo estremamente ampia quindi che non rispecchia i canoni europei e i parametri liberali. L’Unione europea ha posto una condizione sostenendo che se la Turchia non avesse modificato quei punti, tra cui rientra anche la legge sul terrorismo, essa non avrebbe permesso la liberalizzazione dei visti.

Ma mi viene da dire, questo è una sorta di ‘double standard’ giocato nei confronti della Turchia se si pensa che, tra Turchia e Ue, c’è un unione doganale in corso, il che vuol dire che i primi industriali viaggiano liberamente senza dazi o, comunque, con tariffe ridotte. Però, nel momento in cui c’è una fiera, un business, il cittadino turco si trova magari impelagato in pratiche burocratiche, richieste di visti e quant’altro. Questo non rispetta il principio di reciprocità che ci dovrebbe essere tra le due parti in causa.

In un momento in cui la Turchia si sta barricando su un’azione politica molto più autoreferenziale rispetto al passato e su una retorica molto più nazionalista, ecco che questo viene usato strumentalmente da Erdogan. Ricordiamo la crisi con l’Olanda, la crisi con la Germania, durante la campagna elettorale turca, in cui sono stati usati dei toni molto forti e in cui la retorica nazionalista e l’aspetto sull’accordo sui migranti veniva un po’ venduto come una minaccia. Erdogan ha usato dei toni molto forti in campagna elettorale, ha usato una retorica nazionalistica con un uno scopo molto forte e usare la carte del nazionalismo è sempre vincente. Ed era vincente in quel momento in cui Erdogan, candidato a riformare il sistema presidenziale, aveva creato un asse con il partito nazionalista. Usare questa retorica era fare goal.

La Turchia ha, infatti, spesse volte minacciato l’Ue di sospendere l’accordo

Si, perché sanno benissimo che hanno il coltello dalla parte del manico e, soprattutto, perché adesso c’è un approccio più nazionalista rispetto al passato e il nazionalismo, in Turchia, è il collante della società. Indipendentemente dal colore politico, se si toccano i principi dell’essere turco si vince, perché è un popolo estremamente orgoglioso. Ma comunque c’è una sorta di frustrazione, lo dimostrano anche i sondaggi, del popolo turco, delle nuove generazioni, nei confronti dell’Ue. Se nel periodo dei negoziati, fino al 2011, l’Unione Europea veniva vista in senso positivo, adesso l’Ue non è più vista come un’organizzazione di Stati che capisce le logiche interne della Turchia.

Dopo il 15 Luglio scorso, con il colpo di Stato, la Turchia si è sentita ferita all’interno e si aspettava una comprensione maggiore da parte degli Stati dell’Ue e questo è un ulteriore motivo di frustrazione e sconforto, perché diverse sarebbero state le reazioni degli Stati se avessero bombardato il loro Parlamento. Se, da una parte, la Turchia si è sentita offesa, da parte dell’Ue, invece, c’è una sorta di delusione nei confronti di Ankara che vede come una sorta di involuzione della politica. C’è uno Stato di emergenza in atto ormai da Luglio e ciò vuol dire che determinate libertà e garanzie sono sospese, cioè non vengono garantire dalla legge per agevolare le epurazioni di cui leggiamo tutti sui giornali. Ovviamente queste pratiche non sono ben viste dall’Ue, infatti a Novembre hanno congelato il processo negoziale. Anche se, in un certo qual modo, era già congelato visto che i capitoli non venivano aperti, quindi anche se Ankara facesse i compiti a casa benissimo non potrebbe andare tanto oltre.

Turchia e l’Ue hanno adesso raggiunto un accordo per i prossimi 12 mesi e su incontreranno il 13 Giugno. Cosa resta allora della fiducia nei confronti della Turchia e quali sono i motivi reali che spingono a riprendere le trattative?

Prima di raggiungere questo accordo, c’è l’urgenza di riavviare una sorta di dialogo basato su determinati punti, come l’accordo sui migranti e la questione dell’unione doganale. C’è un unione doganale che adesso prevede il libero scambio di prodotti industriali e si vuole discutere per estendere un unione doganale a determinati beni. Prima di tutto però, qualche settimana prima, lo Stato della Turchia, un Paese candidato membro, un Paese nel processo negoziale, ha subito un ‘downgradre’, cioè, per la prima volta nella storia, è successo che un Paese, nel processo negoziale, seppur congelato, ha lo stato di osservatore, viene osservato, perché c’è questa mancanza di fiducia nei confronti della Turchia. D’altra parte, c’è una Turchia che si vede sempre più allontanata. Il fatto che abbiano rilanciato alcuni punti, che non fanno parte dei capitoli negoziali (l’accordo sui migranti non è previsto nei 35 capitoli, come non è previsto l’unione doganale), la percepisco come una manovra per testare ‘la bontà’ di Ankara, individuare se ci sono dei margini di collaborazione.

Quali sono i temi sui quali Comunità Europea e Turchia possono ancora accordarsi?

Il vertice del prossimo 13 Giugno si basa sostanzialmente su due tematiche fondamentali, che sono fuori dal negoziato: l’unione doganale, un impegno da ambo le parti a estendere questa unione ad altri beni, non soltanto ai prodotti industriali, visto che l’unione vigente, dal 1960 più o meno, si basa esclusivamente sui prodotti industriali. L’altra tematica è l’accordo sui migranti, che è una grandissima urgenza. La Turchia si impegna nel trattamento dei dati sensibili, la revisione della legge sul terrorismo, mentre la parte europea si impegnerà a saldare i 3 miliardi di finanziamento a corollario di questo accordo sui migranti. Questi sono i punti caldi su cui si giocherà la partita. Questi punti però non toccano la democrazia della Turchia, infatti non fanno parte dei 35 capitoli, ma toccano gli interessi bilaterali.

Per quanto concerne l’economia, inoltre, l’interesse è molto forte perché l’Ue è il principale partner commerciale della Turchia, con la Germania in prima posizione, e l’Italia in terza, quindi gli investimenti da e per la Turchia sono sostanziali. Quindi mi vien da spezzare una lancia a favore di Ankara: se le merci circolano così facilmente, forse sarà il caso che anche i cittadini circolino in Europa.

Indipendentemente da Erdogan, la Turchia non ha mai vissuto un progetto democratico. Per cui, questa fonte di ispirazione democratica può venire solo dall’Unione europea, però è necessario tenere legata la Turchia all’Ue, se si vuole che diventi più vicina ai nostri valori.

Altro elemento che verrà discusso sarà quello della pena di morte. Erdogan ha fatto spesse volte riferimento alla pena di morte, anche in campagna elettorale. In vista di questo approccio riformatore, in chiave europea, non ha senso ripristinare una pena che avevano abolito nel 2002.

Quali altri criteri deve soddisfare la Turchia?

Come ho detto, c’è uno stato di emergenza in atto, ci sono migliaia di persone in carcere, licenziamenti, estradizioni; è una situazione fuori dalla normalità, tanto più se vengono applicate norme epurative.

Logica che contraddice i principi liberali e democratici di un Paese.

Sostanzialmente, la normalizzazione dei rapporti interni in Turchia, porre fino a questo stato di emergenza, che viene esteso ogni tre mesi, sarebbe un passo necessario. D’altra parte c’è un Presidente che continua a dire che ci sono, e ci sono state, delle minacce terroristiche, quindi vuol tenere lo stato d’emergenza finché la situazione non sarà stabile.

Quali sono le prospettive?

Più che prospettive, speranze. E per la Turchia, la speranza è la ripresa di politiche inclusive con l’Ue.

La società adesso è fratturata; Erdogan soffre della crisi di accerchiamento, cioè tutti gli oppositori possono essere considerati dei terroristi, e questo genera dei malumori. Io non penso che la Turchia entrerà mai nell’Ue, ma la vicinanza con la Turchia è comunque importante, per il fattore economico, per il fattore migranti, e poi c’è tutto l’aspetto generazionale, cioè la Turchia è vero che è un Paese in mezzo, ma è un Paese giovane, dinamico.

Quindi potrebbe giovare alla Comunità Europea?

Assolutamente. L’Unione europea sembra più una nonna, una nonna molto stanca. Dall’altra parte c’è una Turchia che ha dei tassi di crescita ancora in segno positivo, fino al 2011 aveva dei tassi di crescita al 9%, ora ci attestiamo al 2-3%; ha un’economia che, nonostante i contraccolpi, ancora va e, soprattutto, dei giovani. La Turchia è una società vibrante.

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