giovedì, Luglio 18

UE-Stati Uniti: rapporto invariato Sulla carta, i nuovi vertici europei hanno pochi tratti per incontrare il gradimento della Casa Bianca

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Con la scelta dei vertici delle istituzioni europee (anche se le procedure formali di nomina/elezione non sono ancora state completate), la fase transitoria aperta dalle elezioni dello scorso 23-26 maggio si avvia alla conclusione. Servirà ancora qualche mese perché i nuovi vertici si insedino ufficialmente ma già da oggi è possibile cercare di capire quali saranno le linee della loro azione e, in particolare, che rapporto sceglieranno di avere con gli Stati Uniti. Il legame transatlantico è una realtà importante per entrambi i partner anche se le vicende degli ultimi anni ne hanno messo in luce i limiti e l’usura. Dossier ‘pesanti’ sono ancora aperti e spaziano dalla definizione di un accordo commerciale condiviso alla posizione da tenere nei confronti di Russia e Cina, alle divergenze in tema di nucleare iraniano, alla issue tradizionalmente problematica di una capacità militare europea autonoma e dei suoi rapporti con gli Stati Uniti e la NATO. Su tutti questi aspetti, Donald Trump è stato capace, sinora, di spiazzare i suoi interlocutori, complice anche, negli ultimi mesi, la relativa debolezza di questi ultimi, ormai in procinto di lasciare i rispettivi incarichi. La domanda è: nei prossimi mesi, è possibile prevedere cambiamenti in questo scenario e – se sì – quale potrà essere la loro effettiva portata?

La risposta a questa domanda sta, forse, già nei travagli che hanno preceduto le nomine degli scorsi giorni. Se, da un lato, la proposta della coppia von der Leyen/Lagarde per la guida di Commissione e BCE rappresenta, infatti, un successo per l’asse franco-tedesco che da qualche tempo si propone come la forza trainante dell’UE, dall’altro essa ne mette in luce la debolezza e l’incapacità di fare accettare in prima battuta la candidatura del socialdemocratico Frans Timmermans a causa dei veti convergenti dei Paese dell’Europa centro-orientale e di frange del Partito popolare europeo. Il fallimento del sistema dello ‘Spitzenkandidat’ e il ritorno alla prassi della consultazione intergovernativa mettono inoltre in luce la fragilità del progetto di ‘rilancio democratico’ dell’Unione e portano acqua al mulino delle forze ‘euroscettiche’, la cui posizione è uscita rafforzata dal voto di maggio. Da questo punto di vista, i nuovi vertici istituzionali rischiano di trovarsi alla guida di un’Unione meno forte di quanto possa apparire e, soprattutto, di un’Unione divisa su una serie di temi-chiave, come quelli legati alla definizione del suo possibile ruolo nell’emergente ordine internazionale multipolare o all’individuazione delle risposte da dare alle sfide dello sviluppo, della sicurezza e della tutela dell’ambiente.

Queste considerazioni hanno ricadute anche sul modo in cui i mutati equilibri interni all’Unione si rifletteranno sul modo di relazionarsi con i partner esterni, primi fra tutti gli Stati Uniti. I rapporti dell’amministrazione Trump con la UE del ‘blocco di centro’ (l’alleanza fra partiti popolari e socialdemocratici su cui si sono retti sino a oggi gli equilibri dell’Unione Europea) non sono mai stati facili. Non è detto, però, che un rafforzamento delle forze ‘euroscettiche’ possa portare a un miglioramento di questo stato di cose. L’esperienza degli ultimi anni sembra dimostrare come la linea dall’amministrazione su quelli che considera temi cruciali abbia poco a che fra con le presunte affinità ideologiche esistenti con questa o quella forza politica. Se da un lato è vero che un indebolimento dell’Unione sarebbe visto con favore da un’amministrazione che ha ampiamente espresso il suo fastidio per il multilateralismo e la sua preferenza per i rapporti bilaterale, altrettanto vero è anche in questo campo la Casa Bianca si è sempre mossa in maniera sostanzialmente pragmatica. Anche le critiche a suo tempo mosse da Trump all’attuale commissario alla concorrenza – la danese Margrethe Vestager, il cui nome era stato fatto come quello di un possibile candidato a una delle posizioni di vertice – sembrano rispondere più a questa logica pragmatica che a qualsiasi valutazione ‘di principio’.

Sulla carta, i nuovi vertici europei hanno pochi tratti per incontrare il gradimento della Casa Bianca. Da ministro della Difesa, Ursula von der Leyen si è espressa più volte per un rafforzamento delle capacità militari europee, una posizione che se da un lato soddisfa le richieste statunitensi di una più equa ‘divisione del fardello’ dall’altro alimenta i mai sopiti timori di un ‘disaccoppiamento’ (‘decoupling’) degli interessi di sicurezza fra le due sponde dell’Atlantico. Quanto a Christine Lagarde, la linea ‘pro-free trade’ seguita come direttore esecutivo del FMI appare in netto contrasto con le scelte protezioniste dell’amministrazione Trump; un fatto, questo che rischia di riflettersi, per prima cosa, sui negoziati in corso per un possibile accordo commerciale USA-UE. E’, tuttavia, il carattere franco-tedesco dei nuovi vertici europei a costituire l’aspetto più critico. Francia e Germania sono state, negli ultimi tempi, i Paesi che più hanno premuto sul pedale delle critiche all’amministrazione e che, in alcuni casi, hanno dato il processo di rafforzamento della costruzione europea una certa torsione ‘antiamericana’. Un fatto, questo, che non depone a favore di un ‘ammorbidimento’ delle tensioni transatlantiche ma che delinea scenari complessi anche per un’Unione che rischia di finire prigioniera, oltre che dei suoi problemi interni, anche di un rapporto con Washington sempre più difficile.

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