martedì, Luglio 16

UE: progressività fiscale cercasi Quali possibili riforme per arginare le diseguaglianze? Ne parliamo con Massimo Baldini, Professore Associato di Scienza delle Finanze e altre discipline economiche presso l’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia

0

Le principali variabili a disposizione del fisco per correggere le disuguaglianze riguardano 3 strumenti essenziali: rafforzamento della tassazione progressiva nei rispettivi sistemi fiscali, introduzione di un reddito di base universale e aumento necessario della spesa pubblica diretta a istruzione e sanità. Si sta lavorando in questo senso per superare le disuguaglianze all’interno dei vari Stati membri in modo che vengano adottate alcune di queste linee per far sì che l’UE possa agganciarsi alla ripresa economica?

E’ importante osservare che nei Paesi ricchi la redistribuzione operata dal sistema tributario è solo una piccola parte della redistribuzione complessiva: secondo dati Ocse, la disuguaglianza viene ridotta più dai trasferimenti in denaro (pensioni, assegni famigliari, sussidi di disoccupazione) che dalle imposte. Se poi aggiungiamo che i servizi pubblici (scuola, sanità) sono fortemente redistributivi, allora possiamo concludere che la progressività di un sistema di tax-benefit dipende soprattutto dai trasferimenti e non dalle imposte. Per aumentare la progressività delle imposte, bisognerebbe allargare la base imponibile, anche senza aumentare le aliquote, e ridurre le tax expenditures, ad esempio alcune delle tante detrazioni ad hoc su spese di vario tipo, che spesso interessano soprattutto i redditi alti. Anche un modesto incremento delle imposte su donazioni ed eredità sarebbe sicuramente possibile, in ottica di incentivo alle nuove generazioni che provengono da famiglie benestanti.

La prospettiva del reddito universale di base non mi convince. Sicuramente c’è il problema della sostituzione del lavoro umano con quello delle macchine, ma questo è un problema che abbiamo dall’inizio della rivoluzione industriale, e non abbiamo ancora evidenza che questa volta, con i robot, sia davvero diverso. Comunque ancora non lo è: nei Paesi più avanzati tecnologicamente, oggi la disoccupazione è inferiore a quella dei Paesi più arretrati. Il basic income è molto costoso e potrebbe indurre una parte dei beneficiari alla passività. Abbiamo bisogno invece di investire nelle capacità e nel capitale umano della popolazione, soprattutto giovane ma non solo, e un serio programma di investimento nel capitale umano è costoso. Il basic income sottrarrebbe risorse per questo obiettivo. Questo non toglie ovviamente che sia importante assicurare tutti contro il rischio di povertà, e l’Italia finalmente ha introdotto il Reddito di inclusione per questo scopo, che però è ben lontano dal basic income sia per l’importo sia per l’impegno che è richiesto ai beneficiari. Forse tra qualche decennio il basic income sarà una necessità, oggi sarebbe possibile un basic income molto di base, oppure forme di trasferimento incondizionato associate alla presenza di figli, già presenti in diversi Paesi europei.

In quali Paesi membri, dal suo punto di vista, ci sono le maggiori disuguaglianze nella redistribuzione della ricchezza e del reddito?

I Paesi anglosassoni si caratterizzano per alta diseguaglianza sia prima che dopo l’intervento pubblico e per trasferimenti molto mirati ai poveri. Quelli dell’Europa continentale e settentrionale per un sistema di welfare più inclusivo. La tendenza alla crescita della diseguaglianza nei redditi di mercato (prima di imposte e trasferimenti) è comune a gran parte dei Paesi.

In Italia i trasferimenti monetari redistribuiscono poco, perché sono dominati dalle pensioni, che sono legate ai precedenti redditi da lavoro, mentre l’Irpef è ancora molto progressiva. Però l’efficacia redistributiva dell’Irpef, negli ultimi anni, viene sempre più messa a repentaglio dalla continua sottrazione di parti della sua base imponibile, che vengono sottoposte a regimi proporzionali: ad esempio i premi di produttività, i canoni di affitto, e dal 2019 il reddito delle società di persone. Questo svuotamento rischia di lasciare sottoposti a progressività solo i redditi da lavoro dipendente e da pensione.

Quali sono, a suo avviso, le macro politiche fiscali per colmare questi divari esistenti?

I Paesi con alto debito pubblico come l’Italia possono fare poco. Già importante sarebbe non perdere terreno sul fronte della redistribuzione, ad esempio non cedendo alle sirene della flat tax. Il carico fiscale va ridotto, ma non sui redditi alti, bensì su quelli medi. Ma ancora più importante sarebbe preservare un sistema di welfare universalistico, oggi messo in crisi sia dalla scarsa crescita economica, che riduce le risorse per finanziarlo, sia dall’invecchiamento della popolazione, che aumenta la domanda per i suoi servizi. I Paesi con finanze pubbliche in migliori condizioni, cioè quelli dell’Europa centro-settentrionale, possono fare molto di più, sia riducendo le imposte sulle classi medie, con effetti positivi sulla domanda anche per gli altri Paesi, sia aumentando la spesa sociale.

Quali sono gli strumenti che può mettere in campo l’UE e la base che dovrebbero mettere in campo gli altri Stati? E quanto può incidere il fatto che non ci sia unità a livello fiscale in Europa sul rallentamento di questo percorso verso una maggiore progressività fiscale?

Ogni Stato è sostanzialmente libero di scegliere il grado preferito di progressività del proprio sistema di tax-benefit. Negli ultimi anni si è posto con forza il problema della concorrenza fiscale tra Paesi, scatenato dal trattamento che alcuni Paesi UE riservano ai big del settore informatico e del commercio online. Un coordinamento maggiore su questo fronte, cioè una minore concorrenza fiscale, sarebbe centrale per poter quantomeno continuare a raccogliere il gettito necessario per finanziare il welfare state.

Sono scettico invece sulla possibilità che vi possano essere in futuro ampi trasferimenti di risorse tra Paesi ricchi e Paesi poveri dell’UE, per varie ragioni. I governi nazionali sono restii a cedere poteri di tipo fiscale all’UE, e senza questo passaggio di sovranità i Paesi ricchi non saranno disposti a fidarsi della buona fede dei beneficiari dei trasferimenti. Il timore dell’azzardo morale è molto sentito dall’elettorato medio dei Paesi dell’Europa del Centro-Nord. Comunque bisogna continuare a studiare possibili schemi di assicurazione comune contro il rischio di crisi economiche locali, evitando al contempo che si creino flussi permanenti di trasferimenti tra aree ricche e povere, che non producono sviluppo nel lungo termine. L’Italia, con un divario economico tra Centro-Nord e Sud, che non riesce a ridursi dopo molti decenni, è la prova evidente del rischio di creare dipendenza senza sviluppo. Bisogna separare gli interventi congiunturali da quelli strutturali. Inoltre, il quadro politico nell’UE è confuso: cresce l’eterogeneità nelle posizioni politiche dei governi membri, e questo non facilita passi avanti nella direzione di una maggiore solidarietà.

Visualizzando 2 di 2
Visualizzando 2 di 2

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore