domenica, Novembre 29

Ue: nuove misure antidumping

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Non da oggi, nell’Unione europea è in vigore un ampia varietà di misure di difesa commerciale, per esempio per limitare l’importazione sleale di prodotti siderurgici da Paesi terzi, per un totale di 39 misure antidumping e antisovvenzioni, 17 delle quali nei riguardi di prodotti provenienti dalla Cina. Una revisione delle misure antidumping dell’Ue, destinata a proteggere i posti di lavoro e le imprese europee da una concorrenza esterna sleale, è stata posta in votazione oggi dalla commissione per il Commercio Internazionale. Le misure riguardano i paesi in cui vi siano «sostanziali distorsioni del mercato», indipendentemente dal fatto se sia stato concesso loro lo status di economia di mercato o meno.

Si tratta di un tema di particolare interesse per quanto concerne il settore manifatturiero. Già nel gennaio scorso, infatti, un’indagine della Commissione europea ha confermato il fatto che i prodotti in acciaio cinesi sono stati venduti in Europa a prezzi di massiccio dumping. Ne abbiamo discusso con la prof.ssa Eleonora di Maria, docente di Marketing internazionale presso l’Università di Padova.

Perché proprio ora il dibattito sulle misure antidumping? È forse una risposta al protezionismo di Trump?

Il tema centrale, a mio avviso rilevante, è quello del valore della manifattura. Oggi l’Europa, in un ragionamento generale portato avanti già da diverso tempo, sta promuovendo una serie di programmi per quella che è chiamata ‘Factories of the Future’: si tratta di un investimento sulla manifattura, seguendo l’idea per cui l’Europa non sia soltanto una piattaforma di vendita, ma mantenga una base manifatturiera importante. Rispetto agli Stati Uniti, che nel corso degli ultimi vent’anni hanno perso tantissimi posti di lavoro per effetto della delocalizzazione verso il Far East, l’Europa – l’Italia e la Germania in primis – hanno ancora una forte presenza manifatturiera. Da questo punto di vista, l’intento dell’Europa è quindi quello di mantenere una base produttiva; politiche del genere si pongono l’obiettivo di evitare che ci sia una guerra dei prezzi e di mantenere una posizione di sicurezza, di coerenza dell’investimento sulla manifattura europea. In particolare, l’Europa non può competere con alcuni Paesi fuori Ue dal punto di vista dei costi; deve piuttosto puntare sull’innovazione e su altri strumenti, tra cui un intervento sulla regolazione del commercio anche a livello internazionale. C’è da considerare un l’esigenza di un coordinamento, in tale ambito, con il WTO; è anche vero le politiche di Trump hanno riportato all’attenzione questo tema.

Come si colloca in questo scenario la Cina – che non viene considerata ad oggi un’economia di mercato – nei suoi rapporti con l’Ue? In particolare, considerato il fatto che il fenomeno del dumping cinese rispetto alle aziende europee è un tema oggetto di studio…

Anzitutto, bisogna distinguere la pratica commerciale fraudolenta del dumping, dal fatto che ci possano essere sul mercato prodotti a prezzi più competitivi, fatto non necessariamente classificabile come dumping. Si possono infatti stabilire delle regole e delle barriere anche non tariffarie (normative, certificazioni necessarie per entrare in un mercato): su questo la Cina ha investito e anche le nostre imprese, quando entrano nel mercato cinese, sottostanno ad una serie di regole, certificazioni, standard che sono cresciuti nel tempo e che rappresentano una barriera rispetto a chi in quel mercato già c’è. La Cina è intervenuta su tali regole creando delle zone di mercato all’interno di un sistema di economia non capitalistica, ma programmata.

Altro player importante, la Russia. Ritiene che i rapporti commerciali con tale grande Paese, là dove già vi è un embargo in ambito agro alimentare, possano essere influenzati dalle misure antidumping?

Lo scambio tra l’Europa e la Russia riguarda prodotti in realtà complementari. Mentre con la Cina andiamo di fatto a competere sugli stessi prodotti, gli stessi settori, come il tessile, le calzature, i macchinari, con la Russia invece le misure antidumping ritengo abbiano un effetto molto minore, perché in realtà non andiamo a frenare una concorrenza di imprese russe che vorrebbero entrare in Europa producendo gli stessi prodotti europei. Di fatto, la Russia produce materie prime, è un mercato molto importante per l’Ue e l’Italia, in cui l’embargo esistente ha penalizzato moltissimi dei prodotti italiani. L’effetto di tali politiche antidumping non avrà un impatto particolare rispetto alla Russia; senz’altro lo avrà rispetto alla Cina.

Considerato l’interesse recentemente maturato dall’Europa rispetto alla possibilità di relazioni commerciali con l’Asia, si va probabilmente verso un bilanciamento: interazione e scambi reciproci, ma con dei paletti…

Senz’altro. Le regole antidumping in questione servono soprattutto a stabilire un equilibrio, a calibrare dei vincoli in un’ottica paritaria. Possono servire a stabilire un contraltare in un contesto europeo, però allo stesso tempo nessuna economia ha l’interesse a chiudersi, in un’ottica di scambi internazionali. Vale sicuramente la logica della specializzazione reciproca. Da questo punto di vista, la Cina è un mercato interessante per l’Europa non solo per i prodotti finiti, ma anche per i beni intermedi, per componenti tecnologiche che può essere utile andare a vendere in quei mercati. Molte imprese europee, non da oggi, si stanno localizzando in Cina. L’import cinese, quindi, è diventato un anello di congiunzione con l’Europa. È un dibattito simile quello che si tiene negli Stati Uniti: se chiudo i confini e aumento le regole per l’accesso agli Usa, di fatto sto danneggiando in parte anche le imprese americane che si sono localizzate all’esterno e in cui gli Stati Uniti importano tutta una serie di produzioni provenienti apparentemente dall’estero, ma che di fatto sono prodotte in molti casi non da imprese cinesi, ma americane. In questi casi, il parallelo è lo stesso.

Quindi, quella dell’antidumping è una scelta da non confondere con il protezionismo, che è altra cosa e che comunque oggi è improponibile – pena l’impoverimento – in un sistema di scambi aperto.

Volendo andare un po’ oltre, è anche vero che oggi lo stesso dibattito su cosa sia la globalizzazione è molto aperto. Secondo alcuni studi, in alcuni settori si andrà verso una ri-regionalizzazione, quindi con l’Europa, l’Asia e l’America al suo interno. I flussi e l’organizzazione economica tenderanno sicuramente a cambiare – non si sa ancora bene in quale direzione – ma si sta verificando comunque un riavvicinamento in ambito manifatturiero.

In un momento di tenue ripresa per l’economia europea, una protezione anti dumping giunge forse proprio con l’intento di volerla consolidare?

Può essere, ma si tratta di fenomeni da considerare lungo un arco temporale abbastanza lungo. È  abbastanza difficile che nel breve la crescita venga alimentata solo da questo tipo di strumenti, che comunque danno una mano. E in ogni caso, l’Europa non può ragionare in un’esclusiva ottica di prezzi, ma di innovazione, considerando che ci sono realtà di eccellenza anche in Cina, poiché qui si è investito e, non da oggi, in tecnologia e conoscenze.

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