giovedì, Settembre 19

Ue, è lotta a simboli e slogan nazifascisti Oltre il simbolo in sé, bisogna andare al cuore del problema. Ne parliamo con Michele Prospero, Paolo Bellini, Vincenzo Sorrentino

0

Nella recente sessione plenaria svoltasi dall’ 11 al 14 dicembre, il Parlamento europeo ha discusso in merito al ritorno di simboli e slogan nazisti e fascisti, nell’Europa di oggi; la via proposta è quella di un ampio divieto ad essi, non solo nella convinzione  che ciò rappresenti una minaccia dai tratti imprevedibili che può tornare ad incombere sul Continente, ma anche perché la legittimazione dell’Ue è da sempre dettata dalla lotta al nazifascismo. In vista delle prossime scadenze elettorali, tra cui le elezioni europee del 2019, si teme un avanzamento di tali forze nefaste.

Abbiamo cercato di comprendere attraverso quali meccanismi comunicativi, con quale slancio e con quale approccio alla popolazione si possa portare avanti tale intento, considerato anche una parte dei cittadini europei vede in questi movimenti un’alternativa all’emarginazione e alla distanza delle istituzioni europee. A tal fine, abbiamo contattato tre docenti: Michele Prospero, professore associato di Filosofia del diritto presso “La Sapienza”; Paolo Bellini, docente associato di Filosofia politica e linguaggi politici presso l’Università dell’Insubria; Vincenzo Sorrentino, professore associato di Filosofia politica presso l’Università di Perugia.

Un primo interrogativo in merito alla questione è se l’Europa disponga oggi degli “anticorpi” contro il ritorno di linguaggi e pratiche che tendono all’autoritarismo di matrice nazista e fascista. Sostiene in merito il prof. Prospero che “l’Europa attraversa una crisi lunga dalla quale non riesce a liberarsi. Non c’è sistema politico che dall’esplosione della contrazione economica del 2007 non sia stato colpito in profondità. Dalla Grecia alla Gran Bretagna, dalla Spagna alla Francia, dall’Italia alla Germania sono usciti malconci i partiti tradizionali. Se si aggiunge la vicenda dell’Ungheria o della Polonia insieme a quella austriaca si percepisce il tratto generale della crisi. L’Europa sembra avvolta in un paradosso. Produce risentimento, rabbia, se impone le politiche dell’austerità e del rigore ai paesi più deboli. Ma non riesce ad arginare il malessere e la ribellione in presenza di politiche di accoglienza o di rallentamento della vigilanza sui paesi poco virtuosi. La disunità europea, che non riesce a produrre vincoli che trascendano la pura connessione della concorrenza dei mercati, è un nodo cruciale della anomia della democrazia continentale. La mancanza di un progetto di coesione politica e di inclusione sociale rappresenta un elemento di debolezza estrema. La crisi della democrazia rende vulnerabile la vecchia Europa dinanzi ad antichi fantasmi che prendono abiti nuovi“.

Il prof. Bellini pone preliminarmente all’attenzione, in merito alla questione, un problema di approccio; afferma infatti: “Amo molto, anche a differenza di altri colleghi più teorici, un approccio pragmatico. Ritengo che in Europa negli ultimi decenni ci sia un risveglio inquietante di atteggiamenti antiliberali, orientati ad identità politiche forti, intolleranti verso l’altro. Si contrappongono in questo a chi è diverso, rappresentando un pericolo, perché richiamano il nazionalismo che portò, ad eccezione che in Gran Bretagna, alla deriva nazifascista. Ciò non toglie che anche a Est, dove si affermò un’altra forma terribile di dittatura, di compressione dei diritti fondamentali, quella comunista, ciò non fu compreso immediatamente. Temo che, come accade molto spesso, si finisca nelle istituzioni europee per avvitarsi in discussioni ideologiche, che di solito non portano buoni frutti. Bisogna andare invece sul piano pragmatico, cercando di comprendere quali rischi di radicalizzazione corra l’Europa. Bisogna portare avanti politiche di formazione del cittadino, che possano immunizzare la popolazione dal virus nazifascista. In questo, un approccio proibitivo non può funzionare, come è avvenuto in Francia, dove rivendicare la laicità dello Stato proibendo i simboli religiosi in luoghi pubblici, non ha prodotto i risultati sperati. I figli di famiglie islamiche si sono da qui radicalizzati, avvertendo come ostile lo Stato centrale che proibiva loro quei simboli“.

Anche il prof. Sorrentino interpreta la questione in profondità, concentrando il suo intervento sui limiti delle democrazie europee: “Credo che non possiamo mai sapere se abbiamo sufficienti anticorpi per evitare l’insorgere di nuove forme di autoritarismo. Sbaglia chi dà per scontato che i valori democratici siano ormai radicati, almeno nella maggioranza dei cittadini. Non di rado grandi stravolgimenti degli assetti politici hanno colto di sorpresa osservatori e attori sociali. Dobbiamo tenere sempre alta la vigilanza, non solo a parole, ma attraverso azioni culturali, politiche ed economiche volte a rafforzare costantemente la democrazia e il suo sistema di diritti e valori. Distinguerei tra le società europee e le istituzioni europee. Le prime vedono crescere paura e insicurezza, da sempre fattori su cui fanno leva i movimenti antidemocratici. Cosa fanno le istituzioni europee? Stanno di fatto creando un terreno fertile per la crescita dell’estrema destra, innanzitutto promuovendo da anni misure economiche che provocano l’aumento delle diseguaglianze, della disoccupazione, della precarietà e della marginalità. Basti guardare alla crescita di Alba Dorata in Grecia negli anni in cui il paese è stato messo in ginocchio dalla crisi e dalle misure dell’Unione Europea. Tuttavia la Grecia non è un caso isolato, dato che in molti paesi l’estrema destra è in crescita. A questo va aggiunto l’effetto che sta avendo il modo di gestire la crisi migratoria da parte di molti paesi. Si sa che si tratta di un piano delicato su cui punta molto l’estrema destra per accrescere i propri consensi. Le istituzioni europee, e diversi governi nazionali, si sono dimostrati incapaci di gestire con ragionevolezza e senso di umanità tale crisi, i cui numeri sono significativi ma non ingovernabili se affrontati in maniera concertata. A livello di opinione pubblica troppi hanno fatto leva, in cerca di consensi, sulla paura dell’invasione e sul mito dei muri: un discorso sui presunti pericoli per noi che ha spesso messo in ombra la sofferenza dei bambini, delle donne e degli uomini che bussano alle porte dell’Europa. Le vittime di ingiustizie e violenze sono diventate una minaccia. Forse è anche un modo per non affrontare la questione delle nostre responsabilità“.

Nel corso della discussione in plenaria, è passato anche il messaggio di alcuni europarlamentari relativo al fatto che un simbolo non vada condannato in sé, quanto per l’uso che se ne fa, come nel caso della svastica, utilizzata per scopi criminali dal regime nazista, ma già utilizzata in precedenza in altri contesti. Nella società della comunicazione, quanto è quindi forte il richiamo a tali simboli? Il prof. Prospero, in merito a tale questione, sottolinea come i movimenti attuali vadano colti nelle loro specificità, non attraverso il richiamo ad una mera analogia con il passato: “Anche se in tutta l’Europa si assiste ad una espansione delle destre radicali (alla Polonia e all’ Ungheria ora si aggiunge l’Austria) non bisogna pensare che la minaccia venga dalla pura riedizione di vecchie simbologie. La destra radicale di governo o di opposizione (Fronte nazionale francese) non equivale alla rinascita delle milizie che hanno scandito le tappe della guerra civile europea. La destra fascista o nazista nasceva come reazione delle classi dirigenti tradizionali rispetto al pericolo socialista. La militarizzazione dello scontro era la conseguenza di una posta in gioco molto elevata: la conquista del potere delle formazioni del movimento operaio. Questo spettro rosso non esiste e di riflesso non è presente una radicalizzazione armata come quella degli anni venti e trenta che viene evocata con troppa disinvoltura. Quello era un tempo di politica armata che aveva ingaggiato uno scontro irriducibile amico-nemico. Non è quello scenario bellicoso e irriducibile che sembra oggi profilarsi. Sorgono forze che diventano imprenditrici della paura, che puntano a una metamorfosi del conflitto sociale in scontro di identità. Si tratta di simboli e linguaggi inquietanti ma non sono gli stessi degli anni trenta. Vanno quindi analizzati e contrastati per quello che di specifico presentano, non per la similitudine che suggeriscono. Sbagliare l’analisi di un fenomeno pericoloso significa mancare nella capacità di isolarlo e colpirlo nelle sue effettive debolezze“.

Visualizzando 1 di 3
Visualizzando 1 di 3

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore