mercoledì, Settembre 30

Aborto e obiezione di coscienza: tra UE e Italia

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Ieri, 14 marzo 2017, Il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione non legislativa in merito alla parità tra donne e uomini nell’Unione europea del 2014-2015.  Molti punti sono stati discussi dalla Plenaria sulla questione delle tutela dei diritti delle donne, tra i quali è stato evidenziato anche il diritto all’interruzione di gravidanza in riferimento all’obiezione di coscienza, «considerando che la salute delle donne non dovrebbe mai essere messa a repentaglio per l’obiezione di coscienza o convinzioni personali».

Il Parlamento europeo ha ribadito «che le donne devono avere il controllo della loro salute sessuale e riproduttiva e dei relativi diritti. Invita tutti gli Stati membri a garantire la facilità di accesso delle donne alla pianificazione familiare volontaria e all’intera gamma di servizi per la salute sessuale e riproduttiva, compresi la contraccezione e l’aborto sicuro e legale. Invita gli Stati membri e la Commissione a intraprendere azioni pubbliche di sensibilizzazione con l’obiettivo di rendere gli uomini e le donne pienamente consapevoli dei loro diritti e delle loro responsabilità in materia sessuale e riproduttiva. Evidenzia la crescente tendenza del ricorso eccessivo alle clausole di obiezione di coscienza, con conseguente difficoltà di accesso ai servizi in materia di salute sessuale e riproduttiva. Invita gli Stati membri a garantire che le clausole di obiezione di coscienza non impediscano ai pazienti di accedere alle cure mediche legittime. Ritiene che la negazione dei servizi salvavita in materia di salute sessuale e riproduttiva,tra cui l’aborto sicuro, equivalga a una grave violazione dei diritti umani fondamentali».

Ma la questione in merito alla tutela dei diritti delle donne all’aborto non finisci qui: L’ Unione europea, sempre durante la plenaria, ha discusso sul Global Gag Rule, partendo dal fatto che  «Donald Trump, lo scorso 23 gennaio, ha interrotto il finanziamento diretto alle Ong che si occupano di assistere, educare o anche garantire la possibilità di accesso ad aborti sicuri nei Paesi in via di sviluppo». Alcuni deputati hanno chiesto allUe di compiere uno sforzo maggiore e rimpiazzare i fondi statunitensi, «tra questi la deputata svedese dei popolari Anna Maria Corazza Bildt,  che ha condannato in modo deciso la decisione di Trump, chiedendo all’Europa di riempire il vuoto creato».

Dunque, mentre il Parlamento europeo insiste sulla necessità che vengano garantiti i fondamentali diritti delle donne e propone una Global Gag Rule, in Italia il problema relativo ai troppi medici obiettori sembra difficile da risolvere.

Lo scorso 23 febbraio il caso del bando indetto dall’ospedale San Camillo di Roma, per l’assunzione di un medico abortista, e quello di un identico bando per due biologi non obiettori presso l’Azienda Ulss 5 di Rovigo, ha riportato al centro del dibattito la questione dell’obiezione di coscienza in ItaliaUn problema, l’obiezione, quando il diritto di esercitarla mette a rischio un altro diritto, riconosciuto dalla legge, quello all’aborto, oppure alla fecondazione assistita. Il tentativo di conciliare i due contrapposti diritti ha determinato la decisione di procedere, a Roma e a Rovigo, ai due bandi per l’assunzione di personale non obiettore. La via per il superamento dell’impasse è quella di assumere, là dove la necessità lo impone, personale dichiaratamente non obiettore, mettendo una toppa di volta in volta dove necessario, o si deve pensare a una soluzione alternativa? Può essere necessario ragionare su di una legge ad hoc per regolare l’obiezione di coscienza nella sanità a 360 gradi?

Lo studio condotto dal Ministero della Salute sullo stato di attuazione della Legge 194 afferma che «riguardo l’esercizio dell’obiezione di coscienza si conferma quanto osservato nelle precedenti relazioni: su base regionale non emergono criticità nei servizi di IVG. In particolare, emerge che le IVG vengono effettuate nel 59.6% delle strutture disponibili, con una copertura adeguata, tranne che in Campania, Molise e P.A. Bolzano». Secondo una media nazionale solo il 30 % dei ginecologi afferma di essere non-obiettore, e «in undici regioni italiane una quota di ginecologi non obiettori, corrispondente all’11% a livello nazionale, non è assegnata ai servizi IVG dalle Regioni».

Come ha spiegato Luca Benci, giurista e direttore dal 1998 al 2004 della Rivista di diritto delle professioni sanitarie, “il problema è che in quel 30% vi sono inseriti medici che in realtà non si occupano affatto dell’interruzioni di gravidanza, poiché negli ospedali in cui operano non è garantito tale servizio. Perciò questi numeri sono del tutto fittizi, in quanto non rispecchiano il quadro reale della situazione”. Invece, per quanto riguarda l’obiezione di coscienza sulla fecondazione assistita non abbiamo uno studio condotto dal Ministero della Salute ma, come ci ha riferito Antonio Compostella, direttore dell’Aulss 5 di Rovigo,  “I biologi obiettori nei confronti della fecondazione assistita sono molto meno rispetto ai ginecologi che obiettano nei casi d’interruzione di gravidanza”.

Secondo la ginecologa Silvana Agatone, presidentessa dell’associazione Laiga, il bando indetto dell’ospedale San Camillo è del tutto lecito, perché “la clausola inserita è stata fatta per tutelare il diritto d’aborto che deve essere garantito per Legge. Se in tutta Italia su 10 medici solo 3 garantiscono la possibilità d’abortire non è pensabile che questo diritto venga rispettato: se i medici si ammalano, se in una provincia non si arriva neanche al 10% di ginecologi non obiettori, non si può pensare di poter garantire in maniera efficiente tale diritto”.

Inoltre, il problema dell’obiezione di coscienza va oltre la categoria dei medici che si rifiutano di fare interruzioni di gravidanza, infatti “c’è sicuramente un abuso dell’obiezione di coscienza da parte del personale ausiliario: ci sono stati cardiologi che si sono rifiutati di fare elettrocardiogrammi a donne che stavano per subire un aborto, ostetriche che si sono rifiutate di preparare il tavolo operatorio, ferriste che hanno lasciato da soli i chirurghi durante le operazioni. Questi casi di obiezione impropria sono stati denunciati e la magistratura li ha condannati, però non è facile lavorare con un personale sanitario ostile: l’infermiere, l’ostetrica, l’anestetista, il cardiologo non possono rifiutarsi di preparare una donna per l’intervento di interruzione, solo il medico che materialmente compie l’operazione può rifiutarsi di farlo”.

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