martedì, Ottobre 20

UE: una strategia di sviluppo e protezione regionale L'Italia leader del Programma Nordafrica. L' intervista a Giuseppe Morgese, ricercatore di Diritto dell’Unione Europea dell’Università ‘Aldo Moro’ di Bari

0

Le risorse sono integrate con quelle della più ampia struttura della cooperazione allo sviluppo e dell’aiuto umanitario. Qual è il rapporto con questi due ambiti?

Altro grande tema, l’aiuto umanitario è un settore a parte rispetto alla cooperazione: interviene in una prima fase, per gestire le emergenze. La logica, pertanto dovrebbe essere la seguente: nell’ambito della più ampia cooperazione allo sviluppo, prima si ricorre all’aiuto umanitario per procedere, in un secondo tempo, con l’aiuto allo sviluppo e con quello derivante dai Programmi di protezione regionali. Però, se duplico le azioni, sprecherò le risorse (che sono sempre scarse!). Altro grande tema, perciò, è il coordinamento delle stesse azioni all’interno dei PSPR. La vecchia generazione dei PPR, denota questo effetto negativo, in quanto i programmi erano disconnessi l’uno dall’altro. Ecco perché, nei nuovi programmi, quelli avviati in Africa nel 2015, troviamo Paesi leader che assumono l’onere di coordinare altri Paesi e le organizzazioni operanti all’interno dei rispettivi contesti.

L’Italia ha un ruolo attivo in tutto questo? Quali sono i canali di ripartizione dei fondi e quali attori interagiscono sul campo?

Nel PSPR per il Nordafrica è proprio l’Italia a gestire il coordinamento tra i Paesi. Anche perché questi programmi non sono solo assistiti da fondi europei: ci sono anche i fondi nazionali. Oggi in Africa i soldi dei PSPR destinati al Corno d’Africa e al Nordafrica sono , da un lato, soldi del Fondo Fiduciario per l’Africa, quello strumento che è stato avviato nel novembre del 2015 nella conferenza di Malta tre UE e Africa – è un fondo consistente e sempre integrato (la sua dotazione aumenta) – ; dall’altro ci sono le ‘finestre regionali’ del continente africano: la finestra per il Nordafrica, quella per la regione del Sahel, la finestra per il Corno d’Africa, al cui interno sono individuate, di volta in volta, le risorse per i PSPR e le risorse per altre azioni. Accanto a questi fondi, però, gli Stati contribuiscono per proprio conto. Cioè gli Stati che finanziano il Fondo per l’Africa, lo fanno anche in funzione dei PSPR: il Fondo per l’Africa è composto sia da fondi sia europei che nazionali. Questo è un modo per rendere meno dispersiva la cooperazione europea nei confronti  dell’Africa. Così vale per lo stesso Fondo per la Siria: evitare che tutto si perda in mille rivoli, tra difetti di coordinamento delle varie direzioni generali della concorrenza e Stati che vanno, ognuno, per conto proprio. Quindi si convogliano prima tutti i soldi in quel fondo e, da lì, si procede a un’allocazione organizzata delle risorse sulla base dei progetti sviluppati. L’Italia coordina i Paesi che intervengono nel Nordafrica, compresa l’azione – per i PSPR – dell’UNHCR e dell’OIM, nonché di qualunque altra realtà venga in rilievo in quel momento.

Inoltre, l‘Italia coordina anche i rapporti con i Paesi ospiti. Perché la premessa di tutto questo non è l’imposizione del progetto, magari senza sapere neppure se per l’attuale realtà locale andrà bene; esso dovrà essere concordato con il Paese ospite. Naturalmente, dove ciò sia possibile: in Libia non si sa neppure con quale interlocutore reale interagire. Al di là del governo legittimo  riconosciuto dalla comunità internazionale , sul campo dovrò rapportarmi con le realtà locali. Quindi, la logica dei nuovi PSPR, rispetto ai vecchi PPR è sicuramente migliorata. Tutto dipenderà, poi, dall’effettività delle risorse messe in campo e dal coordinamento effettivo tra i vari attori che operano in questi programmi.

Ci sono esempi virtuosi?

Purtroppo non c’è un monitoraggio. I dati sono pochi e bisogna scavare nella documentazione – nascosta e parziale – del Fondo per l’Africa, fuori da una logica organizzata dell’informazione.

Sul piano pratico, gli effetti ancora non si vedono. Ad esempio, se si deve finanziare la struttura relativa ai procedimenti amministrativi per la protezione internazionale, l’iniziativa richiede anni. SI dovrà insegnare alle amministrazioni locali ‘che cos’è’ un rifugiato, come si dovranno esaminare le richieste e tutte le varie procedure basate sui requisiti contenuti nella Convenzione di Ginevra. Sono cose che, anche in Italia, hanno richiesto anni per essere comprese e implementate. Immaginiamo nei PVS, dove la questione rifugiati è una questione di ordine pubblico che si risolve con l’internamento delle persone.

Visualizzando 2 di 3
Visualizzando 2 di 3

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.