giovedì, Ottobre 29

UE: la pratica del contrasto al terrorismo Numerosi punti da considerare: condividere informazioni sì, ma soprattutto una visione sul fenomeno

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Si è posto recentemente l’accento sulle falle nella comunicazione dei sistemi di sicurezza, in Europa, con le affermazioni del commissario europeo Dimitris Avramopoulos relative alla possibilità di battere sul tempo gli organizzatori di attentati terroristici. Ma come si passa dall’ideazione di una forma efficace di contrasto al terrorismo alla concreta possibilità di agire sul campo, con strumenti operativi validi? Su quali fonti di finanziamento poter contare e con quali obiettivi? Quali i punti deboli della situazione attuale in merito al contrasto del terrorismo?

In un nuovo colloquio con la prof.ssa Barbara Lucini, ricercatrice presso il centro di ricerca Itstime del Dipartimento di Sociologia dell’Università Cattolica di Milano, specializzata in terrorismo, gestione delle crisi e comunicazione del rischio, dopo aver esaminato la questione in generale, passiamo ad analizzare le modalità operative di contrasto del fenomeno, partendo dall’urgenza di una comunicazione sempre più tempestiva.

 

Come si può velocizzare sempre più lo scambio informazioni?

Al momento, non vedo una grande possibilità di farlo, se non in casi molto contestuali, là dove per altro già esistono forme di collaborazione, anche preesistenti, tra gli Stati membri dell’Ue, in relazione al contrasto alle varie forme di terrorismo. Essendo questo tipo di attività abbastanza collegata all’attività politica, vedo questo discorso abbastanza difficile o perlomeno complesso da sviluppare in un breve tempo. È un ragionamento che vede dinnanzi a sé un orizzonte temporale di lungo periodo, mentre nel breve e medio sarebbe opportuno cercare di comprendere quali siano i collegamenti tra le reti terroristiche di un Paese e l’altro, sondando effettivamente quali siano le ricadute per le varie polizie o agenzie di law enforcement che se ne occupano.

Sarebbe a dire?

Volendo fare un esempio più concreto, nel caso di Amri, terrorista operante a Berlino e poi trovato a Milano, abbiamo avuto l’esempio di una collaborazione un po’ tardiva tra le diverse forze di polizia, e anche un po’ casuale, in quanto è stato individuato da personale non specializzato, ma da agenti semplici che svolgevano un servizio routinario di controllo sul territorio. Fare il passaggio da un livello operativo al livello di policy comporta un intervento di lungo periodo, con delle incertezze di base, perché si tratta di ristrutturare un sistema che nasce con tradizioni, modalità e dinamiche totalmente diverse.

Quali sarebbero le principali modifiche da attuare?

Una questione rilevante, anche dal punto di vista sociologico, sarebbe il controllo del territorio, non solo per fatti di criminalità ordinaria oppure organizzata, ma indirizzato effettivamente ad un target terroristico. Questo fatto spesso non viene citato, perché molte delle ‘scoperte’ che si fanno in realtà ricadono in attività di routine. Sarebbe bene però riuscire a comprendere anche le cause e le dinamiche sociali che riguardano questi fenomeni. Soprattutto, è rilevante elaborare un programma di formazione delle forze di polizia e delle agenzie di law enforcement che possano interpretare al meglio determinati fenomeni o indicatori.

Si tratta anche di un problema di finanziamenti europei che mancano per ovviare specificamente al problema della velocizzazione dello scambio di informazioni?

Credo non sia proprio un problema di finanziamenti, ma di come si usano e di come vengono declinati. Forse, il problema non risiede nel finanziamento in sé, ma nelle priorità poste in agenda rispetto ad esso. Sicuramente, per collaborare da un punto di vista più operativo, porre tra le priorità la velocizzazione dello scambio di informazioni sarebbe vantaggioso. D’altro canto, però, bisogna anche lavorare sulla formazione di persone che sappiano utilizzare gli strumenti e interpretare i dati. Le due strade (velocizzazione e aggiornamento professionale degli operatori) vanno quindi in parallelo, anche considerato il dilagare del fenomeno, come nel caso di piccoli attacchi come quelli a cui si è assistito in questi giorni, con il coltello: divengono infatti un punto di domanda in termini di gestione e di efficacia della prevenzione.

Quale strategia per una armonizzazione della cooperazione tra 27 Stati membri, che presenta numerosi punti di complessità?

Lo scoglio linguistico resta uno dei principali: per esempio, il codice penale italiano risulta tradotto solo in inglese! Si richiede un adeguamento non solo linguistico, di traduzione, ma soprattutto di concetti. Si tratta di uno scoglio per la costituzione di una piattaforma comune e per la prevenzione. Altro punto è il rispetto delle varie figure professionali da impiegare.

Il caso di Amri dimostra come non esista un sistema di segnalazione immediata dell’ingresso di terroristi già noti, al momento del varco del confine tra gli Stati membri. Cosa si può fare in questo senso?

Sarebbe auspicabile un sistema del genere, lavorando in quella direzione. Creare e condividere delle banche dati di soggetti attenzionati potrebbe essere un’idea interessante e utile per chi se ne occupa nella pratica quotidiana. Altre tipologie di informazioni sono più complesse da condividere, perché diventa complicato dal punto di vista politico, dato che siamo un’Unione sì, ma di 27 Stati ciascuno con le sue peculiarità.

Quali altre aree di miglioramento, sul piano pratico?

Molti dei limiti sono linguistici, molto spesso non si conosce l’inglese al punto di poter condividere velocemente informazioni. Bisogna condividere informazioni sugli spostamenti e sulle dinamiche geografiche del fenomeno, monitorando i sospetti. I problemi in tal senso sono soprattutto pratici. Altro fatto da considerare è che per esempio qui in Italia il terrorismo di matrice islamica viene letto come una forma di terrorismo politico. Se non abbiamo un approccio anche culturale ad esso, poi diventa difficile avere degli strumenti per l’operatività quotidiana. Le categorie interpretative del fenomeno dovrebbero iniziare ad essere messe in comune. Non si tratta solo di scambiarsi informazioni, quindi; senza condividere un quadro generale del fenomeno, lo scambio rimane fine a se stesso.

Per il supporto alla stesura di questo lavoro, si ringrazia la dott.ssa Federica Giandinoto

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