giovedì, Luglio 2

UE: la fiducia cresce, ma in maniera disomogenea 'Eurobaromentro 2017': calano gli anti-europeisti, ma l'Italia è il Paese più scettico

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 Come ogni anno, il Parlamento dell’Unione Europea ha pubblicato l’Eurobarometro: un’indagine statistica volta a restituire l’immagine dei rapporti tra l’UE e i cittadini dei ventotto Stati membri. Il sondaggio ha coinvolto 27.881 cittadini europei di età maggiore ai quindici anni e ha prodotto risultati che, in alcuni casi, mostrano qualche sorpresa.

Il primo dato interessante è che la fiducia nelle istituzioni europee continua la sua risalita, dopo che, negli anni della crisi, era giunta ai minimi storici: il 64% dei cittadini UE si dice convinta che l’appartenenza all’Unione sia stata positiva per il proprio Paese (4 punti percentuali in più rispetto al 2016); il numero di coloro che pensano che UE abbia danneggiato il proprio Paese è sceso, nello stesso periodo, di 6 punti percentuali e si è attestato al 25%. L’Eurobarometro, inoltre, non si ferma al dato generale, bensì analizza l’opinione dei cittadini su singole questioni e, alle statistiche generali, affianca i risultati dei singoli Stati membri.

Grazie a questo lavoro, si può osservare come la maggioranza dei cittadini UE sia favorevole allo sviluppo di un approccio comune nei rapporti con il resto del mondo. Più la controparte viene percepita come un ‘pericolo’, maggiore è l’auspicio di una politica comune: ad esempio, nel trattare con gli Stati Uniti, Paese che viene generalmente percepito come amico, il 64% degli europei si dichiara favorevole ad una politica comune mentre il 22% preferirebbe che il proprio Stato sviluppasse una propria politica bilaterale; i numeri salgono quando si parla di Paesi che vengono percepiti come concorrenti, come nel caso di Russia (71% per un’azione comune contro 18% per una politica autonoma) o Cina (71% contro 18%), fino a toccare l’apice quando si parla del mondo arabo che, da molti, viene percepito come una minaccia (73% contro 17%). Nel caso specifico del delicato rapporto con la Gran Bretagna, nel contesto della cosiddetta Brexit, il 73% degli europei è favorevole ad un approccio comune, mentre il 23% preferirebbe rapporti bilaterali.

Il giudizio sull’appartenenza all’Unione, come anticipato, è in ascesa. In ventuno Stati su ventotto è opinione della maggioranza che il proprio Paese abbia ancora da guadagnare dalla partecipazione al progetto europeo: si tratta del 57% degli intervistati (+4% rispetto al 2016), dato che si avvicina molto al livello massimo del 2007 (58%), dopo che,nel 2011, era stato toccato il minimo storico (47%). Diminuisce, invece, il numero di coloro che ritengono che il proprio Paese abbia solo da perdere dall’appartenenza all’UE (14%: 2 punti percentuali in meno rispetto all’anno scorso) e di coloro che pensano che appartenere o meno all’Unione sia del tutto indifferente (26%: 3 punti in meno rispetto all’anno scorso). La convinzione che l’appartenenza all’UE sia una risorsa, tra l’altro, non si accompagna ad un particolare ottimismo: nonostante i timidi segnali di ripresa economica, infatti, la maggior parte degli intervistati si è detta convinta che la crisi continuerà a far sentire i propri effetti ancora per molti anni.

Parallelamente alla convinzione che l’Unione rappresenti un vantaggio, cresce anche un certo sentimento di appartenenza: in ventitré Paesi su ventotto, la maggioranza della popolazione si sente anche europea (il 56%, ovvero 5 punti più dell’anno scorso). La crescita del sentimento di appartenenza europea è stata maggiore soprattutto nei Paesi Bassi (51%: + 13), a Cipro (39%: + 13), in Germania (70%: + 12) e in Danimarca (56%: +10). Nonostante ciò, il sentimento di appartenenza alle realtà locali resta dominante: tra questi, il più importante è ancora il sentimento di appartenenza nazionale (per il 91% degli intervistati, +1% rispetto al 2016), seguito poi dall’appartenenza città e regionale (87%: -1%).

In tutti gli Stati membri, la maggioranza degli intervistati si è detta convinta che ciò che unisce gli europei sia più importante di ciò che li divide: a pensarlo è il 74% del campione (+3% rispetto al 2016).

Ad un giudizio tendenzialmente positivo sulle potenzialità del progetto UE, si accompagna un’insoddisfazione per l’operato attuale e l’auspicio di un maggior intervento europeo. Le percentuali variano a seconda dell’argomento trattato (sanità, protezione dell’ambiente, questione migratoria, terrorismo eccetera), il punto in cui il campione più alto si è espresso in questi termini, però, riguarda la lotta alla disoccupazione: il 63% dei cittadini è convinta che l’azione dell’Unione sia insufficiente ad affrontare il problema e ben il 78% si augura un’azione più decisa da parte delle istituzioni comunitarie. Altri argomenti sensibili per i cittadini europei sembrano essere la difesa delle frontiere esterne (il 70% vorrebbe un maggiore intervento dell’UE) e la lotta contro l’evasione fiscale (il 74% favorevole a maggiori interventi UE).

A questo auspicio di maggiori interventi europei, si affianca il desiderio di maggiore informazione sulle politiche comunitarie.

Perché un maggiore intervento europeo sia possibile, però, è necessario fare passi avanti nell’integrazione. A questo proposito, la maggior parte degli intervistati, ritiene che questi passi debbano essere fatti, se necessario, anche seguendo la linea delle ‘due velocità’, ovvero senza aspettare che tutti i membri siano pronti a seguire gli altri: a pensarlo è 49% degli intervistati, contro il 41% che, al contrario, ritiene che si debba attendere che tutti gli Stati siano pronti. Come è facile intuire, queste due posizioni sono distribuite in maniera alquanto differente all’interno dei singoli Paesi: ad optare in maggioranza per l’opzione delle ‘due velocità’ sono soprattutto i cittadini di Paesi Bassi, Belgio, Germania, Lituania e Slovenia; contro le ‘due velocità’ si è espressa la maggioranza degli intervistati in Portogallo, Grecia, Spagna, Romania ed Irlanda.

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