domenica, Ottobre 25

UE e Francesco: emozioni romane e adunate milanesi

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La Chiesa anglicana se l’è presa comoda con Charles Darwin, impiegando un paio di secoli per chiedergli scusa, dopo il trattamento riservatogli a metà Ottocento, quando le sue osservazioni avevano mutato per sempre l’idea sulla nostra specie. In giro per il mondo, tuttavia, abbondano ancora i creazionisti. Le scuse tardive creano sacche di irrazionalità. Ne aveva impiegato di più quella cattolica a scusarsi con Galileo Galilei, mentre con Giordano Bruno non ricordo se l’abbia mai fatto.

Arrivano sempre il giorno dopo le religioni, per questo, pure stimando papa Francesco e le sue buone intenzioni, sono contento che il lavoro mi abbia portato a Roma nello stesso giorno, sabato 25 marzo, in cui lui era a Milano. L’attuale pontefice si comporta come dovrebbe comportarsi un Vicario di Cristo, parla di carità, di accoglienza, di solidarietà, ma se basta questo per considerarlo una sorta di rivoluzionario, significa che un tassista capace di portarvi a destinazione, oppure un idraulico che vi ripara una perdita, meritano un posto al Pantheon. Proprio il giudizio di eccezionalità che viene attribuito al comportamento papale, anche quando fa la pipì o quello che gli pare in un bagno chimico, è la prova del ritardo della Chiesa cattolica sulla propria missione.

A Roma, invece, succedeva qualcosa di molto concreto, assai più emozionante. Si radunavano decine di capi di Stati e di Governo, convenuti per i 60 anni dalla firma dei trattati che portano il nome della nostra capitale. Mi era più congeniale la situazione romana, ambiente laico, vicino alla realtà, dove si avvertivano tutte le contraddizioni, gli strappi e le speranze presenti oggi in Europa e nel mondo.

Le esortazioni spirituali possono stimolare l’impegno nella soluzione dei problemi, che, però, devono essere affrontati con la politica, con l’azione, a cominciare da quello, tragico, delle migrazioni di massa, dove ognuno dovrebbe dire esattamente da che parte sta, anche quel prete che non poteva partecipare alla riunione per la sistemazione di un gruppo di migranti nella propria diocesi, perché aveva già fissato l’ora di tennis. Dopo un mese è diventato vescovo, chissà, magari lo assegnano al Coni, in qualità di assistente spirituale.

Forse il Papa farebbe bene a guardare nel proprio giardino, non solo ai molti tennisti e ai furbi venditori di se stessi, chiedendosi in quanti, tra coloro che votano i partiti populisti e detestano i migranti, appartengano al suo gregge, basterebbe dare un’occhiata a quella Lombardia dove si è recato in questi giorni, al mondo cattolico della Bergamasca o a quello del Varesotto. Non è una questione secondaria, giacché se non si mettono le cose in chiaro in casa propria si rischia di perdere il diritto di dire qualcosa in quella altrui. Prima di parlare ai figli degli altri, come padre sento il dovere di mettere in chiaro le cose coi miei. È il minimo.

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