domenica, Marzo 24

Ue e Corea del Nord: minacce reali e simboliche L'intervista al prof. Antonio Fiori, tra i principali esperti in Italia sulle istituzioni asiatiche

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La situazione della Corea del Nord nel contesto sia regionale che globale di interdipendenze e rapporti di forza merita di essere analizzata, a seguito dell’acuirsi recente delle tensioni con gli Stati Uniti in era Trump. Particolare, nel contesto, il ruolo dell’Europa che con Federica Mogherini ha previsto il rafforzamento delle sanzioni nei confronti di Pyongyang, in linea con quanto stabilito con l’ultima risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Per comprendere meglio la situazione attuale e i possibili effetti delle sanzioni dell’Europa alla Corea del Nord nel gioco delle parti dello scacchiere internazionale, abbiamo intervistato uno dei principali esperti in Italia sulla questione, il prof. Antonio Fiori, docente associato di Storia e istituzioni dell’Asia presso l’Università di Bologna.

 

L’Europa si è espressa, ma non ha una capacità di intervento politico-militare rispetto ai problemi della Corea del Nord…

L’Europa non ha voce in capitolo sulla questione dal punto di vista politico, ma prende posizione perché a fronte della situazione che si è configurata sarebbe stato sconcertante che fosse rimasta silente. Tuttavia, non ha nessuno potere di pressione, da moltissimo tempo: a livello europeo, sia la Mogherini che altri si sono espressi cercando di trovare una strada che possa allentare la tensione nella penisola nordcoreana, ma in maniera poco approfondita. La questione nordcoreana ha interlocutori politici ben precisi, cioè gli Stati Uniti d’America e alcuni Paesi, a livello regionale, che potrebbero essere coinvolti nel caso in cui la situazione sfuggisse di mano. D’altro canto, però, l’Europa – è mia convinzione personale – può sempre essere presa a riferimento per suggerire idee innovative in merito a una possibile soluzione della situazione nordcoreana.

Quali?

In Asia e Nord Est, non esiste una organizzazione sovranazionale che raccolga gli Stati dell’area e permetta loro di confrontarsi su questioni politiche strategiche, militari, eccetera: questo è un problema significativo, perché la Cina ha i suoi interessi nazionali da cui non prescinde, così come il Giappone e la Corea del Sud. Si tratta di interessi che spesso non collimano l’un l’altro e l’Europa, rispetto ad una situazione del genere, potrebbe essere presa ad esempio per arrivare ad una gestione più concertata rispetto alla questione nordcoreana.

Ci sono stati in passato tentativi di una negoziazione allargata a più Paesi?

In Italia, siamo stati i capostipiti della gestione della situazione nordcoreana. Nel 2000, con l’allora ministro degli Esteri Lamberto Dini, l’Italia fu il primo Paese del G7 ad assumere accordi formali con la Corea del Nord che, se anche non hanno purtroppo mai portato alla creazione di un nostro ufficio di rappresentanza in sede, hanno previsto che il nostro ambasciatore in Corea del Sud debba fornire le sue credenziali anche alla Corea del Nord, fungendo da plenipotenziario rispetto alle due entità statuali in questione. Ciò, dal punto di vista diplomatico, è stato un traguardo di tutto rispetto, non seguito però da alcunché negli anni successivi. In quel frangente ritengo che si sarebbe potuto intervenire in maniera più significativa, sia come Paese, sia rappresentando positivamente anche l’Europa, in una posizione di traino.

Perché il messaggio dell’Europa, per quanto positivo, non è efficace?

È un messaggio destinato a disperdersi: anche la Mogherini, che si è detta incline a dare qualche risoluzione diplomatica sulla Corea del Nord, non ha fatto seguire agli intenti alcun tipo di idea propositiva, quando addirittura non ci si scontra con posizioni scarsamente significative. L’Europa sostiene anzi che alla Corea del Nord bisogni stare attenti: ma questo lo dicono tutti, quindi non c’è necessità di continuare a pigiare su questo tasto! Se lo si fa per mero linguaggio politico ciò è accettabile, ma l’Europa credo debba dare un messaggio costruttivo derivante dalla sua esperienza; non può fare molto altro. Detto questo, i grandi attori che si stanno confrontando sulla situazione nordcoreana non credo siano interessati alla posizione dell’Europa. In questo frangente l’Europa può essere vista al massimo come un convitato di pietra: deve cercare di indirizzare la situazione verso una soluzione diplomatica, anche senza essere ascoltata da nessuno.

Rispetto alla Corea del Nord, c’è però un interesse da parte delle principali forze europee in campo: Germania, Francia, su tutte. Ci sono piuttosto interessi europei da tutelare, per quanto alle grandi potenze non interessi la posizione dell’Ue sulla questione.

Assolutamente sì. La Corea del Sud allo stato attuale è la tredicesima potenza economica mondiale ed è naturale che un Paese come la Germania abbia interessi economici tali da cercare una mediazione sulla Corea del Nord; lo si fa per non mettere in pericolo gli investimenti che vengono fatti in Corea del Sud e quelli che tale Paese fa in Europa. Il contraltare di ciò sta nel fatto che gli Europei invece hanno degli scarsissimi interessi economici in Corea del Nord. I tentativi fatti in merito non hanno ‘superato l’esame’: investire in Corea del Nord comporta infatti una pletora di problemi comportati dal fatto di confrontarsi con tale regime e anche con le caratteristiche intrinseche di tale Paese.

Esistono esempi concreti in tal senso?

Quando la due Coree riuscirono ad avviare insieme il complesso industriale di Kaesong, che coinvolgeva 131 industrie coreane e 50.000 lavoratori nordcoreani, si trattò di un caso molto positivo, ma che non riuscì ad attirare l’interesse degli investitori stranieri: alcuni investitori tedeschi sondarono il terreno e si resero conto che il complesso di Kaesong è un luogo della Corea del Nord dove ci sono un milione e mezzo di soldati da ambo le parti! È problematico investire in un territorio in cui il confronto è molto serrato, dove sono montati pezzi di artiglieria nordcoreani. Tale complesso industriale, che diede riscontri positivi per alcuni anni, fu poi chiuso con una scelta unilaterale dalla Corea del Sud a fronte di azioni aggressive della Corea del Nord.

Quale possibile evoluzione della situazione, rispetto ad una situazione dove bisogna capire fino a che punto si riscontrino intenti propagandistici della Corea del Nord e fino a che punto invece sia reale il rischio di un conflitto?

Entrambe le dimensioni sono importanti. Il punto è che la Corea del Nord non si fermerà finché non raggiungerà l’obiettivo principe di essere una potenza nucleare conclamata, quindi di gestire agevolmente dei vettori a lungo raggio, come quelli lanciati a luglio scorso, che consentano di trasportare una testata nucleare miniaturizzata. Ci siamo vicini, ma non credo siano ancora in grado di farlo. Raggiunto questo obiettivo, la Corea del Nord sarà più propensa ad un confronto con gli Stati Uniti, dal punto di vista della gestione del loro arsenale nucleare e missilistico. Vogliono cioè essere trattati alla pari dalla potenza nucleare statunitense. Ci saranno quindi probabilmente altri lanci missilistici e altri test nucleari sotterranei. Se si riterrà che una soluzione simile non possa essere sopportata, si potrà andare a un conflitto aperto. Ritengo che si tratti senza dubbio della soluzione più drammatica: la Corea del Nord può infatti riservare sorprese, in quanto il suo arsenale non è totalmente conosciuto. È ovvio quindi che ha un’ampia possibilità di manovra e lo scenario geografico in cui la Corea del Nord è collocata salterebbe per aria! Basti pensare al fatto che il primo ministro giapponese Shinzo Abe sia oggi assolutamente convinto della necessità di cambiare la Costituzione per reagire alla minaccia nordcoreana: ciò deve far riflettere sule reali dimensioni della stessa.

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