martedì, Luglio 16

Ue e America Latina sul Venezuela: se anche i mediatori non sono d’accordo… Uruguay e Messico, rimasti neutrali, hanno presentato una proposta volta al superamento dello stallo politico, ma è stata rifiutata dall’UE

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La crisi politica in atto in Venezuela – aperta ufficialmente il 23 gennaio scorso con l’auto proclamazione come Presidente ad interim di Juan Guaidósta vedendo allargarsi il fronte dei Paesi che insistono affinché si giunga ad una risoluzione diplomatica della situazione di stallo che si è venuta a creare tra i contendenti.

Se da una parte, infatti, Guaidó può contare sul sostegno della popolazione, stremata da un crollo finanziario senza fine a cui si è aggiunta grave crisi sanitaria, del Gruppo di Lima, di Washington e dei maggiori Paesi europei, dall’altra, Nicolás Maduro gode, al momento, della fiducia incondizionata delle forze armate: il pericolo maggiore è che lo stato delle cose possa aggravarsi a tal punto da rendere inevitabile una guerra civile.

Proprio per scongiurare questa terribile ipotesi, Messico, Uruguay e Comunità Caraibica (CARICOM) si sono riuniti e hanno messo a punto il cosiddetto Meccanismo di Montevideo, un’iniziativa diplomatica in risposta alle crescenti pressioni internazionali. La proposta, che nasce come «unalternativa pacifica e democratica che privilegia il dialogo e la pace, per promuovere le condizioni necessarie per una soluzione globale, completa e duratura», è strutturata in quattro fasi volte a favorire la mediazione e la risoluzione dei conflitti.

La prima fase, detta di ‘dialogo immediato’, dovrebbe favorire la generazione di condizioni per il contatto diretto tra gli attori coinvolti, il tutto svolto in ambiente dove è garantita la sicurezza delle parti. Con la seconda, chiamata ‘negoziazione’, è prevista la presentazione strategica dei risultati della fase di dialogo alle controparti e, con questa, la ricerca dei punti in comune delle varie posizioni e, quindi, l’identificazione di potenziali accordi. ‘Compromisos’ è, invece, la terza fase del Meccanismo e mira alla costruzione e alla sottoscrizione di accordi basati sui risultati della fase di negoziazione, con caratteristiche e tempi stabiliti in precedenza. La quarta ed ultima fase, ‘attuazione’, punta a rendere concreta questa azione di mediazione e l’obiettivo finale che si propone è la materializzazione degli impegni assunti nella fase precedente tramite il supporto internazionale.

Sebbene le parti firmatarie di questa iniziativa ribadiscano la «loro preoccupazione per la grave situazione umanitaria venezuelana», il Meccanismo di Montevideo esclude l’ipotesi di elezioni anticipate: opzione, questa, avallata dalla maggior parte dei Paesi che si sono esposti a favore della Presidenza ad interim di Guaidó. «Se chiediamo le elezioni in questo e in quel momento, imponiamo condizioni che rendono difficile il dialogo. Sono il Governo e l’opposizione in Venezuela che devono essere d’accordo», ha spiegato il Ministro degli Esteri uruguagio, Rodolfo Nin Novoa, che poi ha aggiunto «proponiamo il Meccanismo di Montevideo sulla base del nostro legittimo interesse e della nostra disponibilità a contribuire ad una soluzione delle divergenze tra il popolo venezuelano e gli attori coinvolti».

Come riporta l’ ‘Ansa’, Maduro avrebbe confermato il suo sostegno assoluto alla proposta avanzata da Messico e Uruguay dicendo di esser «pronti e preparati a partecipare ad un processo di dialogo sovrano e costituzionale, per la ricerca di una agenda nazionale di accordo, pace e intesa». Guaidó, invece, ha respinto nuovamente la mediazione lanciata dai due Paesi e critica in particolare le scelte del Governo uruguaiano. «La voce dell’Uruguay nello sforzo diplomatico latinoamericano sarebbe potuta essere molto utile», ha dichiarato l’auto proclamato Presidente ad interim, «siccome si tratta di un Paese che stimiamo molto, ci dispiace che non abbia partecipato nello sforzo per difendere la causa della democrazia».

L’iniziativa ha incassato anche il sostegno del Clai, il Consiglio latinoamericano delle Chiese, che ha inviato una lettera ai Presidenti di Messico e Uruguay, Andrés Manuel Lopez Obrador e Tabaré Vazquez, nella quale viene condivisa «la decisione di non intervento adottata dai vostri paesi, azione che contribuisce decisamente al rispetto tra i Paesi e alla costruzione della pace e la giustizia nel mondo».

La proposta, comunque, arriva dopo l’incontro tra una rappresentanza della CARICOM, guidata dal Presidente dell’organizzazione, Timothy Harris, e il Segretario generale dell’ONU, António Guterresquest’ultimo ha dichiarato che «le Nazioni Unite hanno deciso di non partecipare a nessuna delle iniziative internazionali per mediare la crisi in Venezuela»e, soprattutto, a margine del vertice organizzato tra l’Unione Europea e alcuni Paesi dell’America Latina. Oggi, infatti, a Montevideo, si è tenuto il summit – definito da ‘El Pais’ «esercizio di funambolismo ad alto rischio» – che ha visto impegnate la delegazione UE (composta da Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Portogallo, Spagna, Svezia e Regno Unito) riunita nell’apposito International Contact Group (ICG), promosso e capeggiato da Federica Mogherini, Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, e i rappresentanti di  Bolivia, Costa Rica, Ecuador e, appunto, Messico e Uruguay. Un appuntamento sicuramente complicato e un compito non agevole dal punto di vista politico quello che aspetta i diplomatici nella capitale uruguagia, anche per la differenza di vedute allinterno dello stesso gruppo europeo: Italia, Cipro, Grecia, Slovacchia e Romania, infatti, non hanno riconosciuto l’autorità di Juan Guaidó, ma sono concordi nel richiedere elezioni anticipate – eventualità che, per adesso, Maduro respinge con fermezza. La stessa Mogherini prima dell’incontro ha ammesso: «prendiamo un grosso rischio perché la situazione non è incoraggiante».

Le differenze appaiano, dunque, inconciliabili. Da una parte l’Europa che propone le elezioni anticipate e, dall’altra, i Paesi centro-sudamericani che rifiutano questa idea e spingono per il  dialogo tra le parti. Come riporta ‘Vatican News’, sembra che, stando a fonti di stampa, il Meccanismo di Montevideo sia già stato reputato inaccettabile dall’Unione Europea.

Il think tank del Parlamento europeo, in un documento rilasciato oggi, nel quale esamina la situazione socio-politica venezuelana e analizza le posizioni e il sostegno dei Paesi che si sono espressi sulla questione, esprime come possibile esito della vicenda il cambio a livello politico. «Lopposizione è unita attorno a un nuovo leader carismatico e le manifestazioni si svolgono in distretti tipici di quelli che fornivano a Maduro la maggior parte del suo supporto», si legge nel rapporto, «sebbene la gerarchia militare sostenga ancora il Governo, l’offerta di amnistia di Guaidó potrebbe ribaltare il suo favore, come mostrano recenti defezioni. Inoltre, il sostegno internazionale raccolto, così come le sanzioni petrolifere degli Stati Uniti, potrebbero rendere Maduro più incline a negoziare una soluzione favorevole alle nuove elezioni. Il Gruppo di Contatto Internazionale istituito dallUE potrebbe rivelarsi decisivo nel facilitare questo processo».

Ma che ruolo giocano o possono giocare Messico e Uruguay allinterno della concitata crisi sociopolitica venezuelana? Che rapporti ci sono tra i loro Governi e il regima chavista?

I due Paesi sono tra i pochi Stati centro-sudamericani a non aver appoggiato direttamente la Presidenza ad interim di Guaidó, il quale, ad inizio febbraio, senza fornire prove, ha affermato che Maduro aveva provato a trasferire 1,2 miliardi di dollari dalla banca di sviluppo statale Bandes a un’entità finanziaria in Uruguay nel tentativo di aggirare le sanzioni americane. Un’accusa simile a quella lanciata dal parlamentare venezuelano Jose Guerra, secondo il quale, a fine gennaio, circa 20 tonnellate doro sarebbero state disposte per essere trasportate, tramite un Boeing 777 russo, dai caveau della Banca Centrale del Venezuela in Russia, altro Paese che non riconosce Guaidó. Accusa, però, rimasta anche questa infondata e senza alcuna prova.

A differenza del Messico, lUruguay non fa parte neanche del Gruppo di Lima, istituito nell’agosto 2017 proprio per seguire e provare a trovare una soluzione alla crisi venezuelana e che insiste affinché Maduro lasci il potere attraverso documenti e accordi ufficiali, i quali, però, il Presidente messicano si è sempre rifiutato di firmare nonostante sia membro dell’organizzazione. Lo stesso Maduro è stato invitato alla cerimonia d’insediamento di Obrador tenutasi lo scorso primo dicembre: una scelta molto critica dai predecessori del leader messicano, Peña Nieto, Calderon e Fox. Ma, come aveva spiegato l’agenzia stampa argentina ‘Infobae’, «le versioni sui veri motivi dell’invito di López Obrador sono molte e includono teorie come quella che indica che il Messico sarebbe la destinazione di un possibile esilio di Maduro».

L’affinità politica tra i due è sicuramente un fattore che li avvicina. Obrador, seppur populista, abbraccia un’ideologia socialista, differente dunque dal populismo di destra che sembra imperversare in America Latina e che ha come massimo esponente il neo-Presidente brasiliano, Jair Bolsonaro. Lo stesso Patrick Duddy, Ambasciatore americano in Venezuela dal 2007 al 2010, aveva scritto in un articolo per il centro studi CFR (Council for Foreign Relations): «è possibile che AMLO possa giocare un ruolo decisivo nel portare questo capitolo agonizzante della storia venezuelana fino alla fine poiché non ha avuto alcun ruolo nei recenti sforzi regionali per forzare il cambiamento in Venezuela».

Appurato, dunque, il legame con il Messico, vediamo quali sono i rapporti che intercorrono tra lUruguay e il Venezuela, partendo dall’assunto che la situazione socio-politica uruguaiana è completamente diversa da quella venezuelana.

Secondo l’‘Indice di Percezione della Corruzione’ stilato da Trasparency International, l’Uruguay è 23° su 180 Paesi in graduatoria con un punteggio di 70 su 100, il che indica un livello molto basso di corruzione percepita: solamente una posizione sotto gli Stati Uniti, ma ben venti sopra l’Italia, 53a con 52 punti. Il Venezuela, invece, è 168° con uno score di 18.

LUruguay è uno dei Paesi più avanzati del Sud America e non solo. Nel 2012 è diventato il secondo Paese dell’America Latina (oltre a Cuba) a legalizzare l’aborto, mentre l’anno seguente è è stato il primo al mondo a legalizzare la vendita di marijuana.

In unanalisi condotta dal centro di ricerca uruguaiano CIFRA pubblicata nell’agosto del 2017, quando la crisi finanziaria era evidente ma non così profonda, si è chiesto ad un campione  di intervistati se l’Uruguay avrebbe dovuto tenere una politica più amichevole o più distante col Governo del Venezuela: il 62% ha risposto più distante’, mentre solo il ‘17%’ ha detto ‘più amichevole’. La restante percentuale ha dichiarato ‘va bene così’ o non si è espressa. L’analisi comprendeva sia elettori dell’attuale partito di sinistra al Governo, il Frente Amplio, sia quelli di altri schieramenti: come si evince dai dati, in tutti i gruppi ideologici, a destra, a centro e a sinistra, la rilevante parte chiede una maggiore distanza dal Governo venezuelano. Un risultato, dunque, in controtendenza con lo stato delle relazioni diplomatiche vigenti allora, quando nel luglio del 2017 si registrava una totale sintonia tra le due Amministrazioni, nonostante qualche tensione relativa ad un incidente diplomatico nei mesi precedenti.

Negli anni passati le relazioni sono state ancora più solide. Durante il primo mandato (2005-2010) dell’attuale Presidente uruguaiano, Vázquez, e durante l’Amministrazione guidata da José Mujica (2010-2015), erano frequenti i viaggi e gli incontri diplomatici tra i vertici dei due Paesi. Un rapporto tanto solido sancito, nel 2010, dalle parole dell’allora leader venezuelano Hugo Chávez: «l’Uruguay avrà tutto il petrolio di cui ha bisogno in Venezuela per un secolo, e se non troveranno petrolio e gas nelle loro terre, sappi che qui in Venezuela c’è petrolio e gas uruguaiano».

Anche i rapporti economici tra i due Paesi sono stati buoni almeno fino al sopraggiungere della crisi finanziaria che ha colpito il Venezuela. Questo, infatti, fino al 2013, era il quarto Paese esportatore di beni dall’Uruguay, mentre nel 2016 il ventunesimo. Nellarco del quadriennio 20132016 il totale delle esportazioni è passato da 449 milioni di dollari a poco più di 49 milioni: circa il 90% in meno. Un crollo che ha leggermente inclinato il rapporto tra i due Paesi, specie per i debiti lasciati insoluti dal regime chavista, ma che, comunque, non ha fatto sì che Montevideo voltasse completamente le spalle a Maduro.

Testimonianza che i rapporti tra le parti godano ancora di buona salute è il fatto che i rappresentati uruguagi – così come quelli messicani – siano stati tra i pochi a presenziare, il 10 gennaio scorso, alla cerimonia del giuramento di Maduro, atto che ha sancito ufficialmente l’inizio del suo secondo mandato presidenziale. Come aveva spiegato Ariel Bergamino, Sottosegretario agli Affari Esteri uruguaiano, Caracas e Montevideo «mantengono relazioni diplomatiche e c’è una lunga storia di amicizia». Ma se tra i Governi le relazioni sono buone, l’opinione pubblica uruguaiana – stando ai sondaggi – non sembra adottare lo stesso metro di giudizio dei suoi leader.

Finanziariamente lUruguay è chiamato la Svizzera del Sud America per la sua tendenza ad essere un paradiso fiscale. Fino a qualche anno fa, infatti, il Paese garantiva il segreto bancario, pratica venuta meno dopo l’approvazione di una legge, nel gennaio 2017, che tende a scoraggiare l’uso di conti offshore. Sarebbe, quindi, difficile pensare, come insinua Guaidó, che Maduro abbia realmente trasferito miliardi a Montevideo senza lasciare la minima traccia: ma nel caso avesse portato a termine questa operazione sarebbe un segno ulteriore dellintesa, o almeno, della non belligeranza, tra i due Governi.

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