mercoledì, Luglio 17

UE: cosa uscirà dalla Conferenza di Versailles? Non c'è pace per la vecchia Europa

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Non c’è pace per la vecchia Europa. I Ministri degli Esteri e della Difesa dei ventisette Paesi dell’Unione Europea si siano incontrati a Bruxelles per sviluppare un piano di difesa comune e i partecipanti si siano detti molto soddisfatti dei risultati ottenuti: secondo il New York Times, si sarebbe addirittura cominciato a parlare di un programma nucleare europeo in cui la Francia redistribuirebbe sul territorio dell’UE il proprio arsenale e accetterebbe di condividerne la gestione. Si tratta di ipotesi non confermate ed è da vedere se i Paesi coinvolti, la Francia su tutti, accetteranno di compiere un passo così importante. Nonostante il parziale successo dell’incontro, una nuova tegola si è abbattuta sulla politica europea.

Questa volta i problemi riguardano un conflitto interno al Partito Popolare Europeo (PPE): il candidato alla Presidenza del Consiglio dell’Unione Europea della formazione europeista di destra è il polacco Donald Tusk ma, il Governo conservatore e populista di Varsavia ha candidato formalmente il collega di partito Jacek Saryusz-Wolski.

L’accettazione della candidatura da parte di quest’ultimo ha provocato la reazione del PPE che lo ha espulso considerando il suo comportamento come scorretto e sleale. Dietro la vicenda si cela lo scontro personale tra Tusk e Jarosław Kaczyński, leader del Partito populista ‘Prawo i Sprawiedliwość’ (PiS: Diritto e Giustizia), che lo ritiene moralmente responsabile della morte del fratello Lech avvenuta in un incidente aereo quando Tusk era a capo del Paese. Il PPE, di cui Wolski era Vice-Presidente, ha ribadito il suo sostegno a Tusk. La questione dell’ascesa dei movimenti populisti nell’Unione resta comunque in primo piano.

Il Presidente della Repubblica Francese, François Hollande, ha espresso la sua preoccupazione per il futuro dell’Unione: dopo aver ribadito che l’asse tra Francia e Germania è una condizione necessaria allo sviluppo del progetto europeo, ha anche sostenuto che questo non può basarsi solo sugli interessi di due Paesi. È per questo che, assieme alla cancelliera tedesca Angela Merkel, si è pensato di allargare il prossimo vertice di Versailles anche a Italia e Spagna.

Il Presidente francese, prossimo alla scadenza del suo mandato, è tornato a parlare di un’Europa a più velocità: allo stato attuale, secondo Hollande, si tratta dell’unica via percorribile per evitare che l’Unione esploda. Non bisogna sottovalutare il rischio della deriva populista europea. Bisogna considerare che tutti i movimenti populisti europei, in diversa misura, hanno rapporti economici con la Russia di Vladimir Putin che punterebbe, in questo modo, ad influenzare la politica dell’UE: non è un caso che la Francia, in vista delle prossime elezioni presidenziali, abbia deciso di non procedere al conteggio elettronico dei cittadini francesi all’estero per paura di influenze dei pirati informatici russi. La possibilità di una vittoria di Marine Le Pen, candidata alla presidenza per il movimento populista di estrema destra Front National (FN), seppure non probabile, è concreta: secondo il Presidente Hollande, quella sarebbe la fine del progetto europeo.

Gli ultimi sondaggi, in effetti, continuano a dare il FN della Le Pen in vantaggio al primo turno con il 27%, seguita dall’ex-socialista, attualmente candidato indipendente, Emmanuel Macron al 24%. I partiti tradizionali sono in piena crisi: il candidato del Partito Socialista, Benoît Hamon, si fermerebbe solo al 15%, mentre Jean-Luc Melenchon, candidato dell’estrema sinistra, all’11%.

Anche la destra moderata e gaullista, che avrebbe dovuto essere favorita dalla crisi dei socialisti, ha gravi problemi: il suo candidato, François Fillon, è quotato al 19% e, negli ultimi tempi, è stato oggetto di forti pressioni da parte del suo stesso partito perché rinunciasse alla corse all’Eliseo. Tutto nasce dallo scandalo legato a dei compensi per incarichi fittizi fatti avere ad alcuni suoi familiari. Nonostante la pressione del suo partito, Fillon ha dichiarato di non aver alcuna intenzione di ritirarsi dalla corsa.

Il secondo arrivato alle primarie dei repubblicani, Alain Juppé, che veniva indicato come una possibile soluzione all’impasse del partito, ha dichiarato di non volersi proporre come candidato perché, allo stato attuale, non ci sarebbero le condizioni per una convergenza di consensi sul suo nome.

Il suo collega di partito, l’ex-Presidente Nicolas Sarkozy, ha chiesto a Fillon di tirarsi indietro per il bene del centro-destra e del Paese: assieme a numerosi suoi sostenitori, ha proposto al candidato di scegliere lui stesso un suo successore che prenda il suo posto nelle prossime elezioni presidenziali. In questo modo, nelle speranze di Sarkozy e dei suoi sostenitori, si troverebbe una via d’uscita dignitosa alla situazione oramai insostenibile.

Anche in Olanda, alla vigilia delle prossime elezioni, che si terranno il prossimo 15 marzo, si è deciso di tornare a contare i voti a mano per evitare il rischio di incursioni di pirati informatici russi che possano influire sull’esito del voto. In questo clima teso, ieri si è svolto il primo dibattito televisivo tra i candidati dei principali partiti del Paese: hanno partecipato in otto ma, tra loro, non c’era Geert Wilders, il candidato del Partij voor de Vrijheid (PVV: Partito per la Libertà). Il leader del partito populista, anti-immigrati ed anti-Europa ha deciso di disertare il dibattito in cui gli altri candidati hanno affrontato tematiche economiche e politiche. Nonostante ciò, secondo gli ultimi sondaggi, il suo partito potrebbe raggiungere il 20% dei consensi. È probabile che, anche nel caso in cui il PVV ottenesse questo risultato, il che lo renderebbe il primo partito del Paese, non avrebbe i numeri per formare un Governo e che, quindi, il prossimo esecutivo olandese sarà formato da una grande coalizione. In ogni caso, anche in Olanda il rischio di una deriva populista è alto.

La situazione è tesa anche in Grecia. Ad Atene, nel corso di una manifestazione contro la riforma dell’istruzione, sono state lanciate alcune bottiglie molotov contro il Parlamento. Non si registrano feriti o arrestati ma la situazione, in un Paese stremato da anni di crisi, resta tesa.

In Spagna, invece, sale la tensione tra il mondo dell’informazione e il movimento populista Podemos. Secondo la principale associazione dei giornalisti spagnoli, sui social network, sarebbe in atto una sistematica strategia di intimidazione verso coloro che criticano le posizioni del movimento.

I rapporti tra Germania e Turchia restano tesi dopo che il Governo di Berlino ha vietato ad alcuni rappresentanti delle istituzioni turche di svolgere dei comizi sull’imminente referendum costituzionale. Il referendum, che si terrà il prossimo 16 aprile, rafforzerà ulteriormente i poteri del Presidente Recep Tayyp Erdoğan e il Governo di Ankara vuole essere certo del voto favorevole dei numerosissimi turchi residenti in Germania. Lo stop ai comizi dei rappresentanti turchi è avvenuto, per ragioni di sicurezza, in due occasioni ma la Turchia ha accusato la Germania di voler influire sull’esito del referendum. I tono si sono inaspriti con l’accusa rivolta ai politici tedeschi da parte del Ministro degli Esteri turco, Mevlüt Çavuşoğlu, di mettere in atto una politica repressiva e nazista.

La reazione della Germania non si è fatta attendere: il Presidente della Commissione per gli Affari Europei, Gunther Kirchbaum, ha affermato che Erdoğan pretende dai Paesi europei delle libertà di espressione che lui non concede ai suoi cittadini; la Cancelliera Merkel ha invitato il Governo turco a mantenere “il sangue freddo”. Anche la comunità turca in Germania ha ritenuto inaccettabile il paragone con il nazismo proposto dal Governo di Ankara. In seguito a questi scambi di accuse, anche l’Austria ha deciso di non concedere ai rappresentanti del Governo turco di svolgere la campagna elettorale per il referendum sul proprio territorio.

I problemi, in politica estera, non finiscono qui: l’Alto Rappresentante dell’Unione Europea per gli Affari Esteri e la Sicurezza, Federica Mogherini, ha espresso preoccupazione per il lancio, avvenuto la notte scorsa, di quattro missili a medio raggio partiti dalla Corea del Nord e caduti nelle acque territoriali giapponesi.

L’esercitazione, ennesimo atto di sfida da parte di Pyongyang alla comunità internazionale, ha provocato la reazione, oltre che dell’Unione Europea e, ovviamente, del Giappone, anche di Corea del Sud, Stati Uniti, Russia e Cina. Il Dipartimento di Stato degli USA ha affermato che ogni mezzo potrà essere utilizzato per contrastare la minaccia coreana. Alla soluzione militare, però, per il momento si preferisce quella diplomatica. Il fatto che la Cina, alleato storico e principale sostenitore economico della Corea del Nord, si stia allontanando dalla politica di Pyongyang, fa sperare che il suo intervento diplomatico possa frenare le spinte aggressive del dittatore Kim Jong-Un.

Per ora gli ammonimenti di Pechino non sembrano avere effetto e la Corea del Nord è sempre più isolata: oggi l’ambasciatore di Pyongyang in Malesia ha lasciato il Paese dopo essere stato dichiarato, dal Governo di Kuala Lumpur, “persona non gradita”.

Anche i cugini della Corea del Sud hanno i loro problemi: si aggrava la posizione del presidente Park Geun-Hye, accusata di corruzione. Ora vengono tirati in ballo anche i vertici di Samsung per un affare che avrebbe fruttato al Presidente Park e alla sua amica e consigliera Choi Soon-Sil 37 milioni di dollari. A breve, la Corte Costituzionale di Seul dovrà decidere se procedere con l’impeachment per il Presidente.

In Birmania si registrano scontri tra le forze governative e gruppi di ribelli dell’Esercito dell’Alleanza Democratica delle Nazionalità del Myanmar nei pressi della città di Laukkai, a nord-est, vicino al confine cinese. Si registrano numerose vittime e Pechino ha accusato il governo birmano di aver violato lo spazio aereo cinese nel tentativo di stanare i ribelli che avevano sconfinato.

Nello scenario medio-orientale, si stringe il cerchio attorno a Daesh. In Iraq, le forze governative hanno preso un secondo ponte nella città di Mosul: si tratta di al-Hurriya, il ponte che porta al centro storico della città. L’avanzata sulla parte occidentale di Mosul, seppur lentamente, continua.

In Siria, l’esercito governativo ha preso l’oleodotto di Jazel, ad ovest di Palmira: in questo modo, con una manovra a tenaglia, si spera di riconquistare al più presto il sito archeologico patrimonio dell’umanità e salvarlo, in questo modo, da ulteriori devastazioni da parte degli jihadisti del califfato.

L’esercito continua ad avanzare anche a nord-est di Aleppo. Nel nord del Paese, la città di Raqqa, roccaforte di Daesh, è stata isolata dalla resistenza dell’alleanza curdo-araba che è riuscita a tagliare il collegamento tra la città e la provincia di Deir Ezzor. I problemi, però sono tutt’altro che finiti: secondo l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani, gli uomini del califfato avrebbero imposto a tutti gli abitanti della città di indossare gli stessi abiti per confondere il nemico e poter utilizzare i civili come scudi umani. Anche in questo caso, la lotta potrebbe essere ancora lunga e dura. Inoltre, il Ministero degli Interni siriano ha diffuso una nota in cui si invita a non abbassare la guardia poiché, nelle zone liberate, resta alto il rischio di attentati terroristici da parte dei jihadisti.

Nonostante i Curdi siano impegnati fortemente contro il califfato e stiano ottenendo ottimi risultati, questi devono fare i conti anche con l’avversione del Governo turco: oltre il confine siriano, Ankara ha lanciato un’imponente operazione, definita di “antiterrorismo”, contro i gruppi curdi che rappresentano la maggioranza della popolazione nel sud-est del Paese: l’operazione, nella provincia del Dyarbakir, ha impegnato oltre settemila uomini e un ampio numero di mezzi.

La Turchia, inoltre, sta rafforzando i rapporti diplomatici con la Russia. Tra i due Paesi c’è una generale unità d’intenti su molte questioni: prime tra tutte la Siria. Il 14 e 15 marzo prossimi dovrebbe svolgersi una nuova conferenza ad Astana e, certamente, Russia e Turchia avranno un ruolo fondamentale.

La Russia, nel frattempo, sta continuando il suo fitto lavoro diplomatico: oltre al legame recentemente stretto con la Turchia, ha in programma incontri con i Governi di Bahrein e Armenia ed Israele. Il lavoro per creare una rete di alleanze politiche, però, incontra anche qualche problema: il Governo ucraino ha presentato alla Corte di Giustizia Internazionale dell’Aja una denuncia contro la Russia con l’accusa di finanziare gruppi terroristici nella regione del Donbass

Negli Stati Uniti, infuria la polemica sulle affermazioni del Presidente Donald Trump. Recentemente, Trump ha accusato il suo predecessore, Barack Obama, di aver ordinato di spiarlo. L’accusa è stata rivolta, tra gli altri, al direttore dell’FBI, James Comey, il quale oggi ha respinto l’accusa. Le accuse rivolte ad Obama, senza portare alcuna prova, rientrano nell’ambito di una questione spinosa per la nuova amministrazione USA: si tratta del cosiddetto ‘Russiagate’.

I rapporti tra Trump e la Russia sono da sempre stati poco chiari tanto che diversi suoi collaboratori sono stati costretti a rinunciare a degli incarichi di responsabilità proprio a causa di contatti troppo stretti con Mosca.

Oggi il portavoce di Putin, Dimitrij Peskov, ha dichiarato che la Russia non ha nulla a che vedere con la questione e non vuole essere accostata a dei problemi di politica interna statunitense. Nonostante ciò, un recente sondaggio afferma che il 65% dei cittadini americani sarebbe favorevole alla nomina di un procuratore speciale ed indipendente che indaghi sulla questione.

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