martedì, Luglio 14

UE alla prova del Coronavirus COVID-19 Eurobond, MES, OMT: il Consiglio europeo si riunisce per decidere come fronteggiare l’emergenza economico-sanitaria, ma l’esito è tutt’altro che scontato

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Sono ore di attesa nel Vecchio  Continente flagellato dal Coronavirus COVID-19 che ha superato i 400.000 casi in tutto il mondo: tra poche ore si riunirà, per la terza volta, in seduta straordinaria, in videoconferenza, il Consiglio europeo a cui partecipano i leader di governo dei 27 Paesi membri.

Una riunione molto delicata che, sulla carta, a parte le misure in campo sanitario, dovrà prendere in esame le opzioni sul tavolo per far fronte alla crisi economica conseguente all’emergenza COVID-19.

Con molti Paesi europei in lockdown per contenere il contagio, il disastro economico è alle porte. Già qualcosa è stato fatto, a livello europeo, per ovviarlo. Una settimana fa, la Presidente della BCE, Christine Lagarde, dopo un’iniziale gaffe – «Non siamo qui per “chiudere gli spread’ . Ci sono altri strumenti e altri attori per gestire queste questioni» – ha annunciato un rafforzamento di un nuovo programma di acquisto di emergenza pandemica (Pepp) che avrà una dotazione complessiva di 750 miliardi di euro. Acquisti di titoli del settore pubblico e privato nell’area euro che saranno condotti fino alla fine del 2020.

Pochi giorni dopo, la Commissione europea guidata dalla tedesca, Ursula Von der Leyen, ha proposto il nuovo quadro temporaneo sugli aiuti di Stato, per consentire agli Stati membri di utilizzare la piena flessibilità prevista dalle norme per sostenere l’economia, e la sospensione del Patto di Stabilità e Crescita, che consentirà – come annunciato da Von der Leyen – ai Governi di “pompare nel sistema denaro finché serve”. “Questi non sono tempi normali e non possiamo comportarci come se niente stesse succedendo. Il coronavirus sta causando dolore in tutta europa e il conto per le nostre economie sarà estremamente salato. Abbiamo già detto chiaramente che i paesi possono spendere quello che serve per affrontare questa emergenza. Ora stiamo compiendo un ulteriore passo, senza precedent”, aveva detto Paolo Gentiloni, Commissario Ue all’Economia, auspicando che “l’attivazione della cosiddetta ‘escape clause’ del patto di stabilità apre la strada a una risposta forte e coordinata all’immensa sfida economica che dobbiamo affrontare tutti insieme. Sono fiducioso che il consiglio darà il suo rapido accordo”.

Sarà così? Difficile a dirsi. I governi dei Paesi membri dell’UE sono chiamati a prendere decisioni straordinarie per superare il tragico momento, ma le resistenze ideologiche rimangono insormontabili. Lo stesso Gentiloni ha affermato, in velata polemica con la Cancelliera tedesca Angela Merkel, che “non possiamo dire che siamo nella crisi più seria dalla Seconda Guerra Mondiale e poi restare con i nostri punti di vista tradizionali italiani, tedeschi, francesi, olandesi”.

L’idea è ‘se non ora, quando?’. La Germania, tuttavia, si è mostrata più in impasse e molto meno sulle barricate del solito. È stata l’Olanda, insieme ad altri Paesi nordeuropei, ad essere più riottosa rispetto alla possibilità di mettere in comune il forte indebitamento che i vari Stati europei dovranno sottoscrivere per superare la crisi.

Sul tavolo del Consiglio Europeo, arrivano diverse proposte per combattere le conseguenze economiche della pandemia: la creazione di ‘Coronabond’, quelli che una volta erano Eurobond, il ricorso all’OMT (Outright Monetary Transactions) oppure la riforma è l’utilizzo del Meccanismo europeo di stabilità (MES).

Gli Eurobond, già pensati da Jacques Delors, non hanno mai avuto molta fortuna, soprattutto a causa delle resistenze dei Paesi nordeuropei. In questa circostanza, potrebbero essere funzionali al finanziamento di interventi contro l’ emergenza sanitaria ed economica.  Se istituiti come strumento di solidarietà, nel più lungo potrebbero avviare i primi passi di un’anima politica economica e fiscale comunitarie. Potrebbero essere emessi come titoli autonomi dal MES, venduti alla BCE con un tasso di interesse contenuto, ma irrimedibili così da non penalizzare i titoli pubblici nazionali.

Un’altro strumento sarebbe la riforma del MES che permetta agli Stati di chiedere un finanziamento precauzionale per sostenere le spese straordinarie derivanti dalla pandemia, condizionato solo dal controllo della effettiva destinazione dei fondi a tale finalità. Accedervi senza condizionalità e cioè senza una valutazione della sostenibilità del debito del Paese che lo richiede è al momento improbabile: da istituzione intergovernativa dove votano i rappresentanti degli Stati membri (insieme alla Commissione) quale è il MES, conterebbe il parere anche dei più rigoristi come l’Olanda. Qualora la valutazione fosse negativa, ed è questo che temono i Paesi più indebitati, ma paradossalmente più bisognosi, potrebbe obbligare a una ristrutturazione del debito, con una forte sorveglianza esterno e il rischio di speculazioni da parte dei mercati. Anche per questo motivo, i Paesi del Sud vorrebbero che il ricorso al MES fosse quanto più larga possibile. Un’altra ipotesi prevederebbe un finanziamento di circa 25 miliardi di euro garantito dal MES per la Banca europea degli investimenti (BEI).

Infine, l’OMT di Mario Draghi, così da consentire interventi massicci e mirati della BCE in acquisto di titoli pubblici nazionali sotto attacchi speculativi. Al momento, la loro attivazione avviene su richiesta speciale di aiuto da parte del Paese aiutato rivolta al MES e sarebbe condizionata alla sottoscrizione di un accordo che impegni il Paese a riforme finanziarie controllate dalle autorità europee.

Sfondare il muro del rigore è stato l’obiettivo della lettera inviata, prima di riferire alla Camera dei Deputati dove ha annunciato altri 25 miliardi di euro di credito-liquidità ai 25 del ‘Cura Italia’, dal Premier italiano Giuseppe Conte al Presidente del Consiglio europeo Charles Michel, insieme ai leader di Belgio, Francia, Grecia, Irlanda, Lussemburgo, Portogallo, Slovenia e Spagna: “L’emergenza che stiamo vivendo non conosce confini. È uno shock senza precedenti che richiede misure eccezionali di reazione, necessarie non solo a contenere la diffusione del contagio, ma anche agli effetti negativi prodotti sul tessuto socio-economico. A livello europeo c’è necessità di uniformare le prassi sanitarie e di aumentare lo scambio di informazioni, soprattutto adesso, nella fase più acuta dell’epidemia. La risposta europea, anche sul piano economico-finanziario, deve essere poderosa, coesa, tempestiva”.

“Continueremo ad agire con decisione nelle azioni per combattere questa crisi. Dobbiamo mobilitare tutte le nostre energie per proteggere i nostri cittadini e aiutare la nostra assistenza sanitaria”, ha risposto stamattina Michel il quale, due giorni fa, parlando con il canale televisivo belga LN24, aveva affermato di aver discusso all’inizio  “il modo in cui metteremo in atto quella che chiamo una strategia di stimolo simile al Piano Marshall”.

In un editoriale sul ‘Financial Times’ Mario Draghi ha parlato del ‘tempo’ come fattore cruciale per combattere quella che, lo stesso Presidente della BCE, ha paragonato ad una ‘guerra’: “La perdita di reddito del settore privato – e ogni debito assunto per riempirla – deve essere assorbita, totalmente o in parte, dai bilanci pubblici. Debiti pubblici più alti diventeranno una caratteristica delle nostre economie e saranno accompagnati dalla cancellazione del debito privato”. Secondo Draghi, “il corretto ruolo dello Stato è utilizzare il proprio bilancio per proteggere cittadini ed economia contro gli shock di cui il settore privato non è responsabile e che non può assorbire”.

Cosa aspettarsi dal Consiglio Europeo? Ci potrebbe essere un passo in avanti? Lo abbiamo chiesto a Matteo Villa, ricercatore ISPI ed esperto di Europa e governance globale, geoeconomia e migrazioni.

 

Due giorni fa si è riunito l’Eurogruppo conclusosi con un nulla di fatto. Il Presidente dell’Eurogruppo, Mario Centeno, ha chiarito che c’è stato  “ampio sostegno” a un “ ‘Pandemic Crisis Support’, nell’ambito del Mes, costruito nel quadro dell’attuale Enhanced Conditions Credit Line (ECCL)”. Il sostegno Mes, ha dichiarato Centeno, “sarà usato per i costi collegati all’epidemia, sanitari ed economici. Nel lungo periodo, gli Stati dovranno assicurare un percorso sostenibile”. Quindi?

Mario Centeno ha affermato che c’è un grande consenso a dare, nel MES, linee di credito più o meno nell’ordine del 2% del PIL che, tra l’altro, se ci si pensa, non è neanche poco. Sarebbe stata una mossa interessante, ma è anche vero che, se tutti in Europa chiedessero il 2% del PIL, il capitale in dotazione al MES finirebbe. Il MES è ovviamente un veicolo autonomo, una grossa banca che presta i soldi ai governi. Il problema di fondo è che la debolezza di un Paese si ripropone anche nella possibilità di approfittare delle misure d’emergenza e non è colpa dell’Europa.

Tanto all’Eurogruppo quanto all’Ecofin dello scorso lunedì, si sono confermate, nella loro spietata durezza, quelle spaccature che da lungo tempo dividono l’Europa: quelle tra i Paesi del Sud, Italia in testa, che chiedono una condivisione del debito che occorrerà per superare la crisi post-Coronavirus e quelli del Nord, Olanda in primis, che, invece, rifuggono. 

Esatto. E’ interessante notare come anche in un momento straordinario, di crisi, le rigidità e gli interessi perseguiti dai singoli Stati, per certi versi, si fossilizzino. Da quello che emerge, i più rigidi non sono tanto i tedeschi quanto i Paesi Bassi. È ovvio che all’Eurogruppo non si possa decidere nulla mettendo in minoranza qualcuno, ma sembra che sia stata l’Olanda a fare la grande opposizione. Ritorna questa opposizione tra i Paesi ‘virtuosi’ e quelli ‘non virtuosi’. È abbastanza sfortunata la situazione perché la pandemia sta colpendo prima il Sud e poi il Nord. E questo, come tempistiche, ti porta ad un Eurogruppo con alcuni Paesi, come la Germania, che hanno preso misure stringenti come le nostre, ma non del tutto, mentre noi, insieme alla Spagna, viviamo una situazione gravissima. Quindi, la spaccatura si conferma anche nella diffusione della pandemia che la amplifica nel momento dell’Eurogruppo. È vero che le Borse sono crollate ovunque, ma la percezione è diversa nei Paesi del Nord rispetto a quelli del Sud.

Anche l’asse Francia-Germania, quello che sembrava essere il ritrovato motore tedesco, pare vivere un momento di stallo: Parigi e Berlino si trovano, infatti, su due posizioni opposte in merito alle misure europee per gestire il Coronavirus.

Sì, devo dire che ci siamo un po’ inventati questo rapporto tra Francia e Germania, tra le quali rimangono grandi rivalità. Inoltre, tra i due Paesi, è Parigi la parte debole dal punto di vista economico, anche se, comunque, lo spread francese rispetto ai Bund è molto più basso di quello italiano.

L’Ecofin di lunedì ha approvato la sospensione del Patto di Stabilità e Crescita proposta la scorsa settimana dalla Presidente, peraltro tedesca, della Commissione europea, Ursula Von der Leyen. Era un po’ inevitabile, vista la grave situazione che l’Europa vive in questo momento?

Sì, anche perché 25 miliardi, un punto e mezzo in più di deficit, sarebbero stati insufficienti perché avrebbero costituito lo stimolo iniziale, ma poi ci sarà la recessione che manderà giù il PIL. Se non si sospendesse adesso il Patto, è come se si auto-sospendesse dopo, perdendo credibilità.

In molti pensano che la sospensione del Patto di Stabilità ne decreti, di fatto, la ‘morte’. È così oppure si tratta di un qualcosa di temporaneo, legato al momento di emergenza?

Era morto anche nel 2009. Il punto determinante è quanto durerà la pandemia, quali danni ci arrecherà. Da un lato è sempre stato ‘morto’, dall’altro non lo è mai stato perché finché saremo all’interno dell’Euro, una regola sui vincoli di bilancio ci dovrà sempre essere. Non credo che questa sospensione lo uccida. Anzi, credo che faccia dire che la sospensione sarà temporanea. Questo vorrà dire che sarà ancora più difficile, nel post-crisi, rientrare perché si accumula debito.

Dopo la gaffe iniziale, la Presidente della BCD, Christine Lagarde, ha annunciato un acquisto massiccio di titoli di Stato di Paesi per un valore che tocca i 1000 miliardi di euro totali. È stata una misura sufficiente a fronte di una FED americana che è stata molto coinvolta per contenere gli effetti disastrosi della pandemia sul piano economico?

La BCE è sempre stata più timida della FED per motivi strutturali e politici più che macroeconomici. È ovvio che la BCE deve accontentare tutti i Paesi e subisce delle pressioni e lo si vede riflesso nel mandato: quello della FED contiene l’obbligo di contenere non soltanto l’inflazione al 2%, ma anche la disoccupazione mentre da noi l’inflazione deve essere sotto il 2% e non si fa riferimento alla disoccupazione. Già questo è un elemento tedesco dell’impianto. È chiaro che ci sarà uno sbilanciamento nelle politiche monetarie delle Banche centrali. In secondo luogo, visto l’andamento economico europeo, la BCE aveva molte meno cartucce rispetto alla FED, che stava rialzandoci tassi e li ha dovuti abbassare rapidamente: l’unica cosa che poteva fare Francoforte, essendo i tassi quasi a 0, era riattivare il Quantitative Easing. Credo abbia ragione Lagarde a dire che tocca alle politiche fiscali perché non c’è più spazio.

All’inizio ha fatto quindi una gaffe la Presidente della BCE?

All’inizio Lagarde ha fatto sicuramente una gaffe: ha detto una cosa corretta, ma poteva evitare di dirla. All’interno dei compiti non ufficiali della BCE, c’è anche quello di dire cosa succederà e dare un segnale all’economia. È stata quindi una dichiarazione sbagliata, corretta quasi immediatamente, ma chiunque fosse stato al posto di Lagarde, anche lo stesso Mario Draghi, non sarebbe riuscito a fare niente di più forte.

Sul tavolo del Consiglio europeo, l’opzione degli Eurobond o ‘Corona bond’, uno strumento per mettere in comune il debito necessario a far fronte alla pandemia. Ieri il Premier italiano Giuseppe Conte ha inviato una lettera, sottoscritta dai leader di altri 8 Paesi, al Presidente del Consiglio europeo, Charles Michel. L’obiettivo: smorzare la rigidità dei Paesi del Nord, da sempre fortemente contrari. Cosa contestano i cosiddetti ‘Paesi frugali’, in un momento così critico per l’Europa?

La divisione è classica. Premesso che il tentativo dell’Italia è quello di dire ‘viviamo tempi straordinari: mutualizzare una parte del debito sarebbe una procedura straordinaria’. Per i Paesi del Nord, se si mette il debito in comune, questo rimarrebbe anche dopo. In casi così straordinari, dicono i Paesi del Nord, non mi chiedi di mettere il debito in comune, ma, al massimo, mi chiedi soldi da spendere tu. Sulla questione di quanto mettere insieme il debito dei Paesi, è evidente che ci sarebbero dei vincitori e dei vinti: chi ha un debito che costa meno ci perde e chi ha un debito che costa di più ci guadagna. Guadagnerebbero Paesi come l’Italia e perderebbero, anche se non di molto, i Paesi del Nord. Quindi sono misure di solidarietà, misure che, ovviamente, non convincono i Paesi ‘virtuosi’ se non vedono chiare dimostrazioni dei Paesi meno ‘virtuosi’ riguardo i conti pubblici. In questo tira e molla tra condivisioni dei rischi e riduzione degli stessi, ecco spiegata la congiuntura per cui non funzionano gli Eurobond: se salirà il debito dei singoli Paesi, questo sarà percepito diversamente dai mercati. Se la proposta degli Eurobond non funziona in tempi di pace, è difficile che funzioni in tempi straordinari. Credo più fattibile una maggiore spesa, ma poi sono i singoli Paesi a doverselo caricare.

Eurobond vorrebbe dire non solo uno strumento di solidarietà, ma anche un primo passo verso una politica economica e fiscale comune. Detto questo, dal punto di vista dei trattati, ci sono impedimenti all’Eurobond?

C’è chi dice di sì e c’è chi dice di no. Per mutualizzare il debito ci vorrà un trattato all’interno dei trattati esistenti, comunque una modifica sarà necessaria. C’è invece chi dice che sarebbe addirittura contrario ai trattati perché condividere il debito vorrebbe dire contravvenire allo spirito del ‘no bail-out’, ossia l’impegno di tutti i Paesi a non salvarsi a vicenda nel caso di un fallimento sia per scorreggiare l’azzardo morale di far fallimento. Alla fine abbiamo disatteso anche il ‘no bail-out’ e quindi rimangono ancora le solite divisioni.

L’Olanda si è manifestata sin da subito la più riottosa. Più ondivaga é stata la Germania. Un “dibattito fantasma” l’ha definito il Ministro dell’Economia tedesco, Peter Altmaier, e il portavoce di Angela Merkel, Steffen Seibart, ha ribadito che le misure finora messe in campo sono più che sufficienti e che il pacchetto da oltre 1000 miliardi approvato dal Bundestag avrà effetto per tutti i Paesi. Tuttavia, tanto la Cancelliera quanto la Presidente della Commissione UE, Ursula Von der Leyen, hanno mostrato aperture. In che termini è il dissidio interno alla Germania?

Chi mostra più apertura è perché pensa al futuro dell’Europa mentre chi è più rigido guarda al breve periodo. Vedo delle opinioni  abbastanza smussate. È ovvio però che ci sono anche dei problemi di percezione e se è vero che l’Italia continua a chiedere la maggiore condivisione, ben sapendo di non perderci nulla, è normalissimo vedere delle divisioni laddove chi condivide sa che ci potrebbe perdere. Non è più come l’Euro per cui vince chi pensava che con il Marco un po’ svalutato ci sarebbe stata una spinta.

In una fase così drammatica, peraltro non causata da nessuno, non sarebbe comunque più digeribile per gli elettori tedeschi, una maggiore condivisione?

Io penso il contrario. Far digerire è sempre difficile: anche sull’Euro, gli elettori erano scettici. Era comunque un momento diverso per la Germania. Certo non ci sono responsabilità di nessun Paese per la pandemia, ma proprio perché è un’emergenza, riforme strutturali sono ancora più difficili da far passare. Si pensa piuttosto a soluzioni temporanee: dicono ‘ti vuoi indebitare, ma fallo tu’.

Ma in un caso di choc simmetrico, i costi non sarebbero inferiori ai benefici anche per Paesi come l’Olanda, noto paradiso fiscale, data l’interdipendenza tra i Paesi membri?

Non è detto. Nel caso di choc asimmetrici, si collabora, ma c’è ovviamente chi ci perderebbe e chi continua a guadagnare. Nel caso di choc simmetrici, nella totale incertezza come in questa circostanza, ti ritrovi nel gioco precedente. Nessuno sa dove finirà, ma il punto è che finché avremo un debito che è il doppio di quello tedesco, anche in caso di choc simmetrici, la Germania sa che di essere un bene rifugio e quindi anche in questa circostanza finiscono per esserci degli aspetti asimmetrici. E purtroppo i tedeschi lo sanno. Concordo sul fatto che è difficile che, essendo i Paesi interdipendenti, la crisi possa essere contenuta in uno solo, però ritorniamo alle vecchie rigidità.

Oltre a rafforzare, anche per il futuro, il sistema sanitario nel fronte Sud dell’Europa, l’Eurobond non garantirebbe l’indipendenza della BCE rispetto alla politica e ai mercati, caratteristica a cui i tedeschi hanno sempre molto tenuto?

Più mutualizziamo il debito e più l’effetto c’è. Se invece resta una piccola fetta, e probabilmente all’inizio sarebbe così, meno c’è la possibilità di dire che c’è una BCE indipendente. Secondo me gli Stati, alla fine, resteranno preponderanti.

Ieri, la Presidente della BCE Lagarde ha proposto l’emissione ‘una tantum’ di Eurobond. Sarebbe un compromesso accettabile?

La trovo una proposta molto intelligente nel senso che non si crea uno strumento strutturale per far fronte all’emergenza, ma uno strumento d’emergenza per far fronte all’emergenza. Un’emissione del genere consentirebbe di dare un simbolo senza vincolare nessuno, vedendo anche come evolve. Permetterebbe di dire che, anche se minimamente, l’Europa è stata solidale nel momento più buio.

La discussione sugli Eurobond si intreccia con quella sul MES. L’Italia preme affinché l’accesso al Fondo sia privo di condizionalità,  cosa che Paesi tra cui l’Olanda, come ha confermato il suo Ministro delle finanze, Wopke Hoekstra, non intende accettare. Cosa spaventa i Paesi del Nord e perché, invece, il ricorso al MES aiuterebbe i Paesi del Sud?

In questo caso, credo che i Paesi del Nord non avrebbero diritto ad essere spaventati nel senso che il MES è ormai strutturale e strutturato. È un ente indipendente ed è molto difficile che, a meno che non fa mosse azzardate, i Paesi siano costretti a metterci del proprio. D’altra parte, però, comprendo le resistenze perché si tratta di dare linee di credito precauzionali. In teoria il MES può farlo per le banche nel tentativo di salvare una parte dell’economia, il credito, lo ha fatto  con la Spagna nell’ordine di 40 miliardi, ma non regala, presta, anche se in maniera molto più favorevole rispetto ai mercati. Per condizionalità, si può intendere ad esempio che alcuni Paesi sarebbero penalizzati dal punto di vista del debito, dando ai Paesi più virtuosi la possibilità di ricevere più soldi. Le condizionalità rimangono sempre delle modalità attraverso cui stabilizzare lo strumento, mettendolo a riparo dal default, ma penalizzerebbero Paesi ad alto debito che ne avrebbero più bisogno.

Il fatto che l’accesso al MES debba essere richiesto dagli Stati che intendono farvi ricorso finisce per penalizzare ancora di più quegli Stati di fronte ai mercati.

Quello è sicuro, però, a quel punto, se si arriva ad una condizione così critica all’accesso, i mercati stanno già prezzando i titoli di quello Stato a ribasso.

È anche per questo che l’Italia vorrebbe che l’accesso al MES riguardasse più Paesi, senza creare stigmatizzazioni agli occhi dei mercati?

Sì realizzato in modo tale che tutti siano protetti.

In Italia, l’opposizione e una forza di maggioranza quale il Movimento 5 Stelle rifiutano il MES così come è strutturato. Nella loro ottica, il pericolo che nasconderebbe il MES sarebbe, quando usato, una sostanziale limitazione della sovranità dei Paesi. C’è questo rischio?

È uno strumento che presta dei soldi e, quando si prestano i soldi, si vuole anche vedere cosa ci si fa. Ma è del tutto normale: finché chiederai soldi all’esterno sarai sorvegliato.

Secondo alcune indiscrezioni, la BCE starebbe pensando di attivare l’OMT. Sarebbe questo uno strumento efficace, l’ultima chance monetaria per non arrivare all’attivazione degli Eurobond o del MES?

L’OMT è lo strumento principe del ‘What even it takes’: la BCE compra quanto serve per stabilizzare i titoli di credito dei Paesi. Dall’altra parte, hai la possibilità di fare maggiore spesa a tasso agevolato. Credo che questo sia possibile.

Dovrebbe essere il MES ad emettere gli Eurobond?

Potrebbe essere, ma non mi sembra dirimente. Non cambierebbe molto perché comunque, quando emetti un titolo, è come lo disegni la cosa più importante.

Una maggiore diffusione della pandemia nel Nord Europa farebbe cambiare idea ai governi più recalcitranti?

Secondo me, no. La questione della solidarietà europea non si gioca tanto sui soldi. L’unica cosa che l’Europa può fare in questo momento è dire ‘spendete quanto volete e, solo dopo, facciamo i conti’. E questo lo ha fatto.

Ieri Giuseppe Conte ha riferito alla Camera parlando dei “giorni terribili dell’Italia” e della forte recessione che attende l’Europa. L’Italia ha un grande debito, ma dalla sua posizione moralmente inattaccabile in questo frangente, dato l’alto numero di vittime che sta subendo, ha chance di sfondare il muro del rigore? Cosa può farla fallire? La mancanza, anche in questo momento, di unità nazionale la penalizza? 

Questo può anche essere. C’è da dire che, a prescindere dalle forze che ci sono qui, la vedrei comunque dura perché ci sono delle forze in Europa che giocano a nostro svantaggio. Quanto sono un vantaggio morale le perdite dal punto di vista delle riforme economiche? Lo sono più dal punto di vista politico. Per questo dico che l’asimmetria ci sta penalizzando perché se fossimo tutti colpiti allo stesso modo e allo stesso momento sarebbe stato diverso.

Cosa aspettarsi dal Consiglio Europeo che si riunirà tra poche ore?

Non credo ci sarà un nulla di fatto perché un segnale lo devono dare. Non credo, però, che arriverà dal punto di vista dell’economia. La vedo più dal punto di vista retorico.

Il Coronavirus costituirà un test sulla sopravvivenza dell’Unione Europea, basata sulla coesione e sulla fiducia tra i diversi Paesi?

Quello è sicuro, ma non solo sull’economia. Lo abbiamo visto anche sulle frontiere. Le restrizioni attuali sono di gran lunga superiori a quando c’erano le frontiere chiuse con Shenghen sospesa per i migranti.

Ed è un test anche per le istituzioni europee?

Sì, certo.

La necessità dell’unanimità per prendere le decisioni verrà definitivamente messo in discussione da questa emergenza?

Non credo. Anzi, sarà rafforzato. I governi torneranno ad essere importanti.

Sul materiale sanitario (mascherine, guanti, ventilatori), farmaci e vaccini, i Paesi europei stanno ragionando in modo comune?

L’Unione Europea non ne ha le competenze. Interessante però è la risposta tedesca alla pandemia: la Germania, nel momento peggiore della situazione sul suo territorio, si è offerta di ricevere pazienti dall’Italia. Credo sia un bel segnale non tanto del governo nazionale, quanto da parte dei sindaci.

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