venerdì, Settembre 25

Ue, addio tripla A field_506ffb1d3dbe2

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Ue S&P

La qualità del credito europeo perde una A e con essa l’entusiasmo scaturito dall’accordo stretto al summit UE propedeutico all’unione bancaria. Il blocco a 18 è stato declassato da una delle tre principali agenzie di rating statunitensi, che ha citato le complicate discussioni in corso sul risanamento dei bilanci degli Stati membri che versano in maggiori difficoltà finanziarie. I negoziati sono sempre più difficili e qualcuno potrebbe non pagare, teme Standard & Poor’s. La bocciatura di Olanda, Francia e Italia delle scorse settimane deve essere con ogni probabilità stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Ora il rating europeo si colloca a ‘AA+’, due livelli sopra il Giappone e alla stessa quota degli Stati Uniti. Mentre il Regno Unito è stato risparmiato dagli  ultimi declassamenti, la Germania rischia grosso.

L’agenzia ha revocato la raccomandazione di tripla A – il migliore della sua speciale graduatoria – che attribuiva finora all’Unione Europea, sottolineando che le negoziazioni per rispettare i termini imposti per la salute di bilancio tra Paesi membri sono diventate sempre più aspre. Il rating è stato abbassato di un gradino, con prospettive invariate. L’outlook stabile implica che l’agenzia non intende modificarlo di nuovo a medio termine.

A monte della decisione il riscontrato peggioramento della percezione della bontà creditizia dei 28 paesi dell’unione. L’agenzia di rating DBRS ieri ha annunciato le date in corrispondenza delle quali pubblicherà dei report sui singoli paesi. Per l’Italia le date sono state fissate all’11 aprile e al 10 ottobre. I nuovi regolamenti Ue impongono infatti alle agenzie di rating di pubblicare le date di rilascio dei report per l’anno successivo, con revisioni dei rating ogni sei mesi. Infine in Portogallo la corte costituzionale ha respinto una misura proposta dal governo finalizzata alla riduzione delle pensioni dei dipendenti pubblici. Il Commissario europeo per gli Affari Economici e Monetari, Olli Rehn, ha criticato la decisione dell’agenzia sulla qualità di credito a lungo termine del blocco a 28. «La Commissione non è d’accordo con Standard & Poor’s. Tutti gli Stati membri hanno sempre fornito il loro contributo al bilancio in modo pieno e puntuale, anche durante la crisi».

I funzionari europei, per la verità, si lamentano delle decisioni prese dalle agenzie di rating americane fin dai tempi del caos subprime, durante il quale il giudizio sulla banca di investimento Lehman Brothers è stato colpevolmente mantenuto invariato a tripla A anche pochi giorni prima del crac della banca. Le agenzie, ricorda l’inviato de ‘L’Economist’ a Bruxelles, sono accusate di aver sottostimato la capacità dell’Eurozona di resistere al periodo peggiore della crisi nel 2011 e 2012. La decisione di S&P potrebbe portare a un incremento dei tassi di interesse che Irlanda e Portogallo dovranno pagare per ricevere prestiti dall’esterno e in particolare dal fondo salva stati ESM, il meccanismo di Stabilizzazione finanziaria europea, fratello minore dell’EFSF (European Financial Stability Facility).

Secondo l’Abi, l’associazione dei bancari italiani, il credito resterà negativo anche nel 2014, dopo aver ceduto quasi tre punti nell’anno in corso. Nella stima del rapporto Afo si legge inoltre che il prossimo anno gli impieghi saliranno dello 0,1% con un dato negativo escludendo quelli alla pubblica amministrazione. Solo nel 2015 si avrà un progresso del +1,2%.

Notizie positive invece giungono dal capitolo delle spese in vista delle prossime festività natalizie. La fiducia dei consumatori è salita più del previsto in dicembre. Seppur  ancora negativo, il computo totale pubblicato dalla Commissione Europea mostra un miglioramento del dato a -13,6 dai -15,4 di novembre. Il risultato si confronta con le previsiono per livello di -15 e sono anche i massimi degli ultimi 29 mesiHoward Archer di IHS Global Insight spiega in una nota che il rafforzamento della fiducia in dicembre è un indice positivo in vista degli acquisti di fine anno ed è dovuto probabilmente al miglioramento visti sul fronte del potere di acquisto. L’inflazione nell’area euro era pari ad appena lo 0,9% in novembre. I numeri possono far sperare, dice l’analista, in un rialzo delle spese al consumo che contribuirà alla ripresa della regione.

La crescita economica potrebbe finalmente prendere slancio nei prossimi mesi e progressivamente riportare a un andamento positivo stabile, senza pericolo di regressione in una fase di recessione. Nel periodo estivo di luglio-settembre il Pil ha registrato un aumento di un misero +0,1% trimestre su trimestre. Ciononostante il sospetto degli osservatori è che almeno sul breve termine i consumatori europei finiranno per restare relativamente cauti. Con ogni probabilità qualsiasi miglioramento in ambito di spese e consumi arriverà in maniera graduale. Anche perché il divario tra i vari Paesi è ancora ampio e i dati contrastati. I fondamentali economici sono ancora poco convincenti in tanti Paesi e in particolare nel sud d’Europa e in Francia.

Bel balzo del Pil statunitense nel terzo trimestre: il dato definitivo è stato di +4,1%, una cifra rivista ancora una volta al rialzo. La crescita, infatti, era stata già ritoccata in meglio lo scorso 5 dicembre, al +3,6%, dal +2,8% reso noto con i numeri preliminari. Gli analisti intervistati da ‘Bloomberg’ avevano previsto un rialzo per la revisione finale del 3,6%. La pubblicazione del dato segue la decisione della Federal Reserve, qualche giorno fa, di avviare il cosiddetto ‘tapering’, letteralmente ‘riduzione’, che prevede lo staccamento graduale della spina alle misure ultraaccomodanti che vanno sotto il nome di Quantitative Easing. A partire da gennaio, gli acquisti di asset verranno ridotti di 10 miliardi di dollari al mese, a 75 miliardi al mese, contro gli attuali 85.

Ora la nuova pubblicazione del Pil porta molti operatori a credere che la Fed potrebbe decidere anche di velocizzare in futuro il tapering, vista la solidità dei fondamentali della maggiore economia al mondo. Il tasso annuo del 4,1% è il più alto degli ultimi due anni. A sostenere l’economia Usa, stando a quanto riporta il Dipartimento del Commercio, sono stati principalmente la spesa dei consumatori e gli investimenti aziendali, soprattutto in software, rivisti rispettivamente al rialzo a +5,8%, contro il +1,7% inizialmente reso noto.

Le spese per consumi, di fatto, sono salite +2%, rispetto al +1,4% inizialmente comunicato. Le scorte si sono invece attestate a $115,7 miliardi, le esportazioni sono avanzate +3,9% (contro +3,7% del dato dell’ultima revisione), mentre le importazioni sono state riviste al ribasso da +2,7% a +2,4%. L’inflazione misurata dall’indice dei prezzi al consumo PCE è salita su base annua dell’1,9%, mentre su base core il rialzo è stato dell’1,4%.

 

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