sabato, Dicembre 14

Ucraina: Volodymyr Zelensky vince ancora Il nuovo leader populista piace molto ai connazionali ma per non deluderli e convincere anche i governi stranieri dovrà meglio scoprire le sue carte

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Da buoni populisti, oggi sulla cresta dell’onda in varie parti del mondo, anche quelli ucraini sono lanciati a cambiare faccia, e non solo quella, al loro tartassato Paese. I loro primi successi sono decisamente vistosi sotto più aspetti, con in testa i larghi consensi popolari chiesti e ottenuti. Sono stati però riscossi solo nel giro di pochi mesi, per cui la loro messa alla prova deve considerarsi appena iniziata e i suoi esiti del tutto imprevedibili, data l’ambiziosità dei loro propositi e malgrado e malgrado un esordio così brillante.

Un cambiamento non da poco, e anzi di rilievo quasi storico, va comunque già registrato. Per la prima volta in quasi un trentennio, ossia dall’accesso all’indipendenza statale, l’Ucraina esce da una consultazione elettorale con un parlamento dominato da una singola forza politica, numericamente in grado (salvo conferma dei dati sinora acquisiti) di governare da sola sotto la guida di un capo dello Stato che dopo averla creata dal nulla è stato trionfalmente eletto presidente della Repubblica. Una Repubblica già semipresidenziale, quanto meno, e che non a caso qualcuno adesso definisce presidenziale tout court.

Nel 1991, vale la pena di ricordarlo, l’indipendenza era arrivata, dopo secoli di dominazione russa più o meno marcata, in modo alquanto ambiguo. Assoggettata di forza dai bolscevichi di Lenin dopo la rivoluzione del 1917 e poi ridotta alla fame da Stalin per piegarla alla collettivizzazione, era sembrata adeguarsi ad un ruolo di principale partner della Russia nella gestione della multinazionale Unione Sovietica e nel quadro del suo impianto almeno formalmente federale. 

Un suo figlio, Nikita Chrusciov, primo successore al Cremlino dell’autocrate georgiano, giunse persino a compiere un gesto tanto arbitrario quanto, allora, poco più che simbolico eppure gravido di conseguenze oggi così pesanti: il trasferimento dalla Russia all’Ucraina della Crimea, la penisola sul Mar Nero abitata in maggioranza da russi (e con una consistente minoranza tatara oltre a quella ucraina) e legata alla Russia da cruciali eventi storici. 

Nel penultimo decennio di vita del regime sovietico, tuttavia, la russificazione dell’Ucraina, ormai avanzata sotto vari aspetti, finì col provocare reazioni di stampo nazionalistico delle quali si fece interprete in qualche misura lo stesso numero uno del Partito comunista della Repubblica, l’ucraino Piotr Scelest, punito infatti con l’emarginazione dai massimi dirigenti moscoviti.

Non sorprese perciò che nel fatidico 1991 il popolo ucraino, sordo anche agli incitamenti di George Bush senior, il presidente americano recatosi a Kiev proprio per dissuaderlo dal rompere con la Russia, si pronunciasse a schiacciante maggioranza per l’indipendenza in un apposito referendum, imprimendo una svolta decisiva alla disintegrazione dell’URSS. 

Nel caso ucraino, però, la scelta dei governanti nello stesso senso era stata largamente influenzata anche da una presa di distanze dalla Federazione russa, che per impulso di Boris Elzin stava liquidando il regime e l’intero sistema di tipo comunista, spingendosi al di là del riformismo promosso dal potere centrale in mano a Michail Gorbaciov e provocando sussulti e contraccolpi di segno opposto.

In altri termini, l’Ucraina indipendente nasceva sotto spinte diverse, innovatrici e conservatrici, conciliabili tra di loro solo in un momentaneo contesto destinato a subire ulteriori e bruschi mutamenti. Un Paese etnicamente e culturalmente eterogeneo, diviso per sua natura tra l’attrazione della “sorella” russa, ovvero “grande fratello” moscovita, e quella dei vicini occidentali e dell’Occidente in generale, difficilmente poteva sfuggire ad una cronica instabilità politica, penalizzante in campo interno come agli effetti dei rapporti esterni.

Di qui una prima rivoluzione, quella “arancione” del 2004, che risentiva anche dell’avvento al Cremlino di Vladimir Putin, ben più assertivo di Elzin in ogni direzione, e che consegnò il potere ad esponenti filoccidentali ben presto rivelatisi però incapaci di collaborare con un minimo di costruttività. Tornarono così al timone i filorussi, incapaci a loro volta di soddisfare, conciliandole, le divergenti aspettative nazionali e spodestati perciò un decennio più tardi dalla ‘rivoluzione di Maidan’, neppure i protagonisti o beneficiari della quale hanno però saputo guadagnarsi un adeguato sostegno popolare sul piano interno. 

All’esterno, la rude reazione russa a questo secondo ribaltone, con l’annessione di forza della Crimea e il multiforme appoggio alla ribellione filorussa nell’Est ucraino, ha portato ad un virtuale stato di guerra non dichiarata, e sia pure ‘a bassa intensità’, tra Kiev e Mosca, contribuendo a consolidare la scelta ucraina di legami preferenziali con l’Unione europea e l’Alleanza atlantica. Il tutto col risultato di ricreare nel vecchio continente, e non solo, un clima di nuova “guerra fredda” tra Est e Ovest. 

Quella ‘calda’, o se si preferisce tiepida a dispetto delle 13 mila vittime umane causate trascinandosi finora per cinque anni, è rimasta localizzata e si è in una certa misura congelata, permanendo comunque il pericolo di improvvise riesplosioni ed estensioni anche ad altri Paesi e con ovvia incidenza negativa sulle condizioni economiche e politico-morali dell’Ucraina. 

La responsabilità del regime capeggiato dal presidente Petro Poroscenko per il perdurare di una corruzione endemica, del clientelismo insopprimibile, dello strapotere degli ‘oligarchi’ e del ritardo delle riforme sollecitate dalla UE e dal Fondo monetario, fornitori di vitali aiuti finanziari, ha fatto il resto, rendendo sempre più urgente una multiforme svolta per trarre il Paese fuori da un vicolo cieco.

Il compito di provvedervi, certo non dei più agevoli, è stato assunto stavolta da un politico non di professione bensì improvvisato, il popolare comico quarantunenne Volodymyr Zelensky, che dopo avere clamorosamente sbaragliato Poroscenko (col 73% dei voti) nel duello per la presidenza della Repubblica, nello scorso aprile, ha guidato il suo neonato partito, denominato ‘Servitore del popolo’ come il proprio fortunato serial televisivo, alla conquista di una solida maggioranza parlamentare nella nuova prova delle urne della scorsa domenica.

Se lo scopo primario dell’operazione era, come si deve presumere, il rafforzamento politico interno dell’Ucraina anche ai fini delle gravi sfide esterne, compreso il pieno appoggio occidentale necessario per fronteggiare quella che viene percepita e denunciata a Kiev come una sempre incombente minaccia russa, politica e militare, lo scopo stato indubbiamente raggiunto. Con la sola eccezione, va detto, di un singolo dettaglio: la partecipazione al voto, intorno al 50%, è stata tra le più basse degli ultimi anni, un punto debole dei vincitori che da qualche parte verrà certamente sottolineato ma che comunque, date le circostanze, non va sopravvalutato più di tanto.

Per il resto, il successo è fuori discussione e, innanzitutto, superiore alla già elevata media delle previsioni. Le quali, tra l’altro, data per scontata la larga affermazione di Servire il popolo nel voto di lista, ritenevano probabile un suo ridimensionamento da parte del voto uninominale, col quale si eleggono metà dei membri complessivi della Vierchovna Rada, il parlamento unicamerale, forzatamente ridotti per l’occasione dai 450 fissati dalla Costituzione a 424. Restano infatti scoperti i seggi spettanti alle due province separatiste del Donbass autoproclamatesi repubbliche indipendenti e peraltro prive, finora, anche solo di un formale riconoscimento russo. 

Anche l’elezione cosiddetta diretta, invece, ha dato un cospicuo contributo alla conquista della maggioranza assoluta dei seggi (253, a conteggio dei voti pressocchè terminato) benchè nel voto di lista i “servitori del popolo” non siano andati oltre il 43%, quota comunque superiore alle previsioni anche più rosee. Dovevano d’altronde misurarsi con una ventina abbondante di partiti concorrenti, per lo più incapaci di superare lo sbarramento del 5% e utili solo a togliere voti a quelli di maggiore consistenza.

I quali, complessivamente, non si può dire che abbiano deluso rispetto alle previsioni, ma ciò nonostante sono rimasti di gran lunga distanziati dai vincitori anche nel loro insieme. Poteva forse fare meglio la Piattaforma di opposizione, principale partito filorusso, che con il 13% dei suffragi ha ottenuto 44 seggi. Ma alla sua percentuale va affiancata quella di una formazione filorussa minore, il Blocco di opposizione, e la loro somma corrisponde grosso modo al 15% cui ammonta la minoranza russa o russofona sul totale della popolazione.

Non hanno deluso, almeno rispetto alle modeste aspettative, neppure due formazioni filoccidentali come Solidarietà europea di Poroscenko e il Partito della patria di Julia Timoscenko. Una vecchia leonessa, quest’ultima, della politica ucraina, che sembrava irreparabilmente screditata dai rovinosi litigi con altri massimi dirigenti dopo la rivoluzione arancione e dalle successive bocciature elettorali. Il suo 8% di consensi, analogo a quello dell’ex presidente e già suo rivale, non va perciò disprezzato, tanto più in quanto la ventina abbondante di seggi che frutterà potrebbero andare a rafforzare una maggioranza governativa la cui coesione e saldezza non sono a prova di bomba in partenza se non altro per l’improvvisazione e l’inesperienza delle schiere dei vincitori. Tre quarti di tutti i nuovi membri della Rada, del resto, figurano come novizi assoluti.

Una piccola delusione, semmai, è venuta dall’altro populista sceso in campo seguendo l’esempio di Zelensky: la rockstar (o popstar) Svjatoslav Zakarciuk, fondatore del partito ‘La voce’, la cui popolarità sembrava promettere di più anche per l’assenza nel suo caso di sospettati scheletri nell’armadio a differenza del comico. Ma forse la gente avrà pensato che un attore o cantante e magari anche un populista poteva bastare, cosicchè Zakarciuk ha dovuto accontentarsi di preferenze inferiori al 6%.

In compenso, i deputati della Voce già si apprestano ad affiancarsi ai servitori del popolo dal momento che Zelensky ha subito contraccambiato l’offerta del suo emulo di collaborare in una coalizione cui non dovrebbe fare difetto l’omogeneità, diversamente di altre di italica conoscenza. Tra le formazioni e i gruppi sicuramente esclusi dalla Rada ce n’è anche uno di marca neonazista, la cui bocciatura, dati certi trascorsi ucraini, dovrebbe contribuire a migliorare l’immagine e il credito internazionali del Paese, privando in particolare Mosca di un non trascurabile motivo o pretesto per denigrare Kiev a livello mediatico e propagandistico.

Mentre in Occidente l’esito della consultazione viene generalmente accolto con quanto meno condizionato favore, anche la Mosca ufficiale sembra smuoversi da una prevalente riservatezza o trasparente scetticismo riguardo al nuovo avversario ovvero possibile interlocutore meno ostico di Poroscenko. Dopo un paio di colloqui telefonici tra Putin e Zelensky il ‘nuovo zar’ si mostra disposto ad aprire il dialogo al massimo livello insistentemente proposto dal presidente ucraino, pur apparentemente fermo sinora sulle posizioni di fondo, e in qualche caso anche di dettaglio, del predecessore. 

Il portavoce del ministero degli Esteri russo, frattanto, si spinge fino a definire quello di domenica scorsa un ‘voto di speranza’, mentre uno dei leader della Piattaforma di opposizione, Viktor Medvedciuk, intimo di Putin e del quale già si parla come di un prossimo vice presidente del nuovo parlamento, si affretta ad avanzare proposte per un ragionevole compromesso indispensabile per porre fine al conflitto in corso. 

Se son rose fioriranno, è il caso di dire, e molto naturalmente dipenderà dalle carte che il trionfatore del 21 luglio dovrà meglio scoprire dopo la vittoria. Molto ma non certo tutto, perché sugli sviluppi della questione ucraina continueranno ad influire, probabilmente ancora di più, quelli dei rapporti tra le maggiori potenze già coinvolte o sinora solo interessate.

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