mercoledì, Settembre 30

Ucraina: Usa pronti armare Kiev

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Dopo il fallimento dei colloqui del gruppo di contatto per il ritiro delle armi pesanti e la tregua immediata nel sud-est dell’Ucraina, svoltisi ieri a Minsk, oggi la situazione nel Paese è tornata ad essere critica. Il tavolo per il negoziato si è chiuso dopo solo quattro ore con un nulla di fatto e oggi è già salito a 30 il numero delle vittime, la maggior parte civili, nei violenti scontri delle ultime 24 ore tra i separatisti e l’esercito di Kiev. La situazione più delicata è quella che riguarda la città di Debaltseve, che i separatisti vorrebbero conquistare per ottenere l’accesso ad un nodo ferroviario strategico di collegamento tra le repubbliche di Donetsk e Lugansk.
E a gettare benzina sul fuoco è arrivato stamane, dalle colonne del New York Times, l’annuncio della volontà dell’amministrazione Usa di fornire nuove armi ed equipaggiamenti difensivi all’esercito di Kiev. Ipotesi, che sarebbe in queste ore al vaglio del segretario di Stato, John Kerry, che ha in programma una visita a Kiev per giovedì prossimo, e del capo di Stato maggiore congiunto, Martin Dempsey. Secondo le fonti del quotidiano statunitense si tratterebbe nello specifico di attrezzature militari per 3 miliardi di dollari, tra cui missili anti-carro e droni di sorveglianza. La decisione sarebbe supportata anche dal comandante delle forze Nato in Europa, Philip Breedlove. La risposta dei separatisti di Donetsk non si è fatta attendere. Il capo della Repubblica popolare, Alexandre Zakhartchenko, ha infatti annunciato stamane che entro dieci giorni la Repubblica di Donetsk mobiliterà fino a 100.000 uomini contro l’esercito ucraino. Zakhartchenko ha inoltre dichiarato la propria indisponibilità ad ulteriori colloqui nel formato di Minsk fino a che «l’Ucraina non nominerà un rappresentante ufficiale». Segnali di distensione non arrivano neanche da Mosca. Anzi da Pechino, dove si trova il ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov per i colloqui ministeriali nel formato Ric (Russia, India, Cina). Secondo il capo della diplomazia russa infatti, le parole del presidente americano Barack Obama in una recente intervista della Cnn «confermano che gli Usa sin dall’inizio erano coinvolti direttamente nel colpo di Stato in Ucraina che il presidente Obama ha definito in modo neutro ‘passaggio del potere’». Lavrov ha poi accusato gli Usa di essere intenzionati a «continuare a sostenere senza alcuna riserva le azioni delle autorità ucraine», le quali «hanno imboccato la via dell’uso della forza per risolvere il conflitto». Dal vertice di Pechino, inoltre è arrivato l’appello congiunto di Russia, Cina ed India a «tutte le parti coinvolte nel conflitto interno all’Ucraina a esercitare contenimento e aderire agli accordi di Minsk». Lo stesso appello è arrivato in serata anche dallo stesso presidente russo Vladimir Putin. Il confronto tra Russia e Occidente rimane quindi molto teso. Nella giornata di oggi Alexej Pushkov, capo della Commissione Affari Esteri della Duma e capo della delegazione russa all’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, ha annunciato il blocco dei contatti ufficiali con la stessa Assemblea dopo la proroga della revoca del diritto di voto alla Russia per la crisi ucraina, aggiungendo che Mosca è pronta a mantenere i contatti solo con quei politici e deputati contrari alla revoca del voto ai parlamentari russi.

Intanto continua ad essere alta l’allerta terrorismo a Bruxelles, dopo lo smantellamento della cellula jihadista lo scorso gennaio a Verviers, nei presso di Liegi. Stamattina due allarmi bomba hanno scosso la capitale belga: alle 10.30 un’auto sospetta parcheggiata di fronte all’ambasciata americana ha fatto scattare l’allarme, revocato poi verso le 11, mentre a metà mattinata, sempre per la presenza di un’auto sospetta sono stati evacuati tre edifici del Parlamento Europeo in rue Montoyer. Anche il Parlamentarium, per precauzione, è stato sgomberato, mentre l’intera zona è stata chiusa al traffico. L’allarme è poi rientrato: nell’auto parcheggiata non è stato rinvenuto alcun ordigno, ma armi, secondo quanto ha riferito la polizia belga che sta indagando sull’accaduto. Un terzo allarme bomba è arrivato poco fa per un’altra vettura parcheggiata nei pressi del Palazzo di Giustizia della capitale.

Ed è proprio al vertice europeo antiterrorismo previsto per il prossimo 12 febbraio a Bruxelles che dovrebbe svolgersi l’atteso incontro Tsipras-Merkel, ‘snobbato’ dalla cancelliera tedesca che finora non ha contemplato la possibilità di alcun incontro bilaterale con il nuovo premier greco. Tsipras, che oggi ha ribadito da Cipro la necessità che la Grecia rimanga nell’Eurozona, domani sarà in Italia, da Renzi. L’incontro con il premier italiano si svolgerà in previsione di quello di mercoledì con il presidente della Commissione Europea Juncker, ed è finalizzato anche ad ottenere il sostegno dell’Italia per la rinegoziazione del debito greco e mettere fine al meccanismo della Troika.

Il tema della lotta al terrorismo è stato invece al centro dei colloqui che il nostro ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, sta intrattenendo ad Algeri con i vertici politici ed istituzionali del Paese, compreso il presidente algerino Abdelaziz Bouteflika. Oltre che nel campo energetico e della lotta al terrorismo, la partnership tra Italia e Algeria è stata ricercata anche sul tema della risoluzione della crisi libica, a proposito della quale Gentiloni ha dichiarato che «la soluzione non è‚ né nella divisione del Paese né nell’opzione militare, ma» che, al contrario, «è necessario un processo di riconciliazione». La volontà di cooperazione su questi diverse questioni è stata ribadita anche dall’omologo algerino Ramtane Lamamra, il quale ha sottolineato che «il terrorismo è una sfida a tutta la comunità internazionale» sulla quale «lavoriamo insieme».

A Tripoli, in Libia, infatti, dopo l’assalto all’hotel Corinthia della scorsa settimana, continuano le violenze: oggi due autobombe esplose contro un quartier generale delle forze di sicurezza nella città hanno provocato almeno un morto e diversi feriti. L’attentato è stato rivendicato dallo Stato Islamico.

Anche in Siria, ci sono state nuove vittime civili in un bombardamento dell’aviazione lealista sulla città di Jassem, nella provincia di Deraa, controllata dai ribelli, mentre Jhabhat Al Nusra, la formazione di Al Qaeda operante nel Paese, ha rivendicato oggi l’attentato contro un autobus che ha provocato diversi morti domenica scorsa a Damasco. E il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha dichiarato oggi che gli Usa faranno tutto il possibile per liberare l’attivista americana ventiseienne che è stata catturata lo scorso anno proprio in Siria e che si troverebbe nelle mani dei miliziani dello Stato Islamico. Anche il Consiglio di Sicurezza dell’Onu, esprimendo una dura condanna per l’assassinio di Kenji Goto, il secondo freelance giapponese ostaggio dello Stato Islamico, ha chiesto la liberazione «immediata e incondizionata» di tutti gli ostaggi ancora nelle mani dell’organizzazione. In serata è stato reso noto, inoltre, che il governo americano ha stanziato per l’anno fiscale 2016 quasi 9 miliardi di dollari da destinare all’opposizione anti Assad in Siria e all’esercito iracheno per la lotta allo Stato Islamico.

In Iraq continuano le violenze contro la popolazione sciita: ventotto persone sono rimaste ferite e sette, tra civili e agenti di polizia, sono morti in un’esplosione nella città di Samarra, nel nord dell’Iraq, meta di pellegrinaggio per i fedeli sciiti. E ieri, sempre nell’Iraq nord occidentale è stata scoperta una fossa comune con i cadaveri di 25 yazidi, uccisi dai miliziani dello Stato Isalmico. La scoperta è stata fatta da miliziani curdi, che in queste ore stanno estromettendo le truppe dell’IS anche da 13 villaggi nei dintorni di Kobane, provocando una ritirata dei jihadisti, dopo aver riconquistato la scorsa settimana la città del nord della Siria.

Anche l’Egitto è alle prese con l’estremismo islamico: in Sinai, al confine con la Striscia di Gaza, l’esercito egiziano sta combattendo contro i terroristi islamici di Ansar Beit al Maqdis, oggi noto come Stato del Sinai, dopo l’affiliazione allo Stato islamico. Negli scontri sarebbero morti due donne e un bambino nei pressi della città di Rafah. Il tribunale di Giza ha poi emanato oggi la condanna a morte per 183 esponenti della fratellanza musulmana, sostenitori del deposto presidente islamista Mohammed Morsi, mentre il reporter australiano di Al Jazeera, Peter Greste, arrestato in Egitto oltre un anno fa, è stato rilasciato oggi dal carcere egiziano dove era detenuto e successivamente espulso dal Paese. Rimangono in carcere i colleghi Baher Mohamed e Mohamed Fahmy. Tutti sono stati accusati di aver diffuso “false informazioni” a favore dei Fratelli Musulmani.

 

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