domenica, Dicembre 15

Ucraina: una speranza di pace nel Donbass Kiev e Mosca per l’autonomia della regione ucraina contesa, ma è una soluzione controversa, impopolare e di difficile attuazione

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Se stia davvero suonando l’ora della pace per l’unico Paese europeo oggi in stato di guerra, a bassa intensità quanto si voglia, da cinque anni abbondanti, è ancora presto per dire e capire. Un tentativo per mettere a silenzio le armi, se non altro, nell’est ucraino disputato tra Kiev e Mosca, è comunque in corso con la partecipazione e la spinta di più soggetti. 

E costituisce il frutto non inatteso di quella che già si profilava come una multiforme preparazione a dispetto di persistenti gesti e parole di segno opposto da parte dei contendenti. Il giovane e baldanzoso Volodymyr Zelensky, nuovo presidente ucraino, auspicava un dialogo distensivo al massimo livello fin dall’inizio della sua discesa in campo, e Vladimir Putin aveva finito col concedere la sua disponibilità sia pure con una certa degnazione.

Molto promettente era parso ai più il recente scambio di numerosi prigionieri, benchè interpretabile anche come un semplice contentino alle rispettive opinioni pubbliche e umori popolari sempre più ostili al protrarsi apparentemente inarrestabile delle ostilità con tutti i relativi annessi e connessi, negativi in ogni campo.

L’auspicato dialogo tardava a concretizzarsi, ma in compenso si davano visibilmente da fare i governi terzi, e in particolare quelli di Francia e Germania, ossia la coppia occidentale del cosiddetto “quartetto di Normandia” impegnato fin dall’inizio del conflitto a mediare ad ogni buon fine tra Kiev e Mosca, sia pure con esiti deludenti che potevano giustificare il loro scoraggiamento negli ultimi due anni.

Se ora Parigi e Berlino tornano alla carica ciò non si spiega solo con una migliore disposizione dei contendenti a venire a patti. Attribuibile, a sua volta, al crescente peso del conflitto su due economie in cattiva salute sia pure in misura e per ragioni diverse, all’avvento a Kiev di dirigenti più innovativi e popolari e all’ormai cronica contestazione in piazza del regime a Mosca con perdita di consensi per Putin. 

In compenso, all’esterno, il Cremlino può cercare di approfittare delle crepe e scollamenti di vario genere che si manifestano nello schieramento occidentale per patteggiare a condizioni più favorevoli sulla questione ucraina. Mentre, a loro volta, i suoi maggiori interlocutori europei sono probabilmente sospinti a riprendere gli sforzi per risolverla dai dubbi e incertezze che si accumulano circa il complessivo approccio americano attuale ai rapporti con la Russia.

Già alquanto imperscrutabile dopo l’avvento di Donald Trump alla Casa bianca, esso è stato reso ancor più intricato e imprevedibile prima dal Russiagate e poi dal coinvolgimento dell’Ucraina nelle faide interne degli USA. Dei fautori fino a ieri, cioè, della linea più dura nei confronti di Mosca, innanzitutto in materia di sanzioni, oltre che principali garanti sul piano militare delle posizioni occidentali e dei Paesi in qualche modo protetti dalla NATO nel contenzioso con la Russia. 

Intenzionali o obbligati, gli ondeggiamenti di Trump in proposito non potevano non produrre effetti, graditi o sgraditi a seconda dei punti di vista, compreso quello di spingere da un lato gli alleati europei ad assumere in prospettiva maggiori responsabilità militari in quanto soci della UE e, dall’altro, a venire a capo per conto proprio, se possibile, del suddetto contenzioso.

Sta di fatto che a smuovere le acque politicamente stagnanti, nonostante lo stillicidio di sangue, del conflitto nel Donbass, è stata la coppia franco-tedesca, e anzi per iniziativa soprattutto di Emmanuel Macron ma riportando alla ribalta anche il protagonismo del suo omologo berlinese, l’attuale presidente della Repubblica federale, Frank-Walter Steinmeier.

L’ideatore, cioè, quando era ministro degli Esteri tedesco, della “formula” che porta il suo nome, essendo stata da lui proposta nel 2016 per sbloccare i colloqui multilaterali di Minsk, vanamente impegnati a sbrogliare il nodo essenziale che impediva l’applicazione del secondo accordo armistiziale stipulato l’anno precedente nella stessa capitale bielorussa (il primo risaliva al 2014, poco dopo l’esplosione del conflitto).  

Accordo, infatti, sistematicamente e incessantemente violato da entrambe le parti, stando almeno alle puntuali accuse reciproche, ossia dall’esercito ucraino e dalle milizie degli insorti separatisti supportati in vario modo dalla Russia. Ciò accadeva non si sa se anche per volere e calcolo di Mosca, forse comunque interessata a mantenere una costante pressione su Kiev, forte della propria superiorità militare. Ma certo, in ogni caso, per le divergenze subito emerse riguardo alle specifiche modalità dell’armistizio e soprattutto al suo problematico collegamento con le clausole politiche dell’accordo.

Il quale prevedeva, da un lato, l’allontanamento delle rispettive forze dalla pur incerta linea del fronte e il completo ritiro di quelle straniere (compresi i “mercenari”) e delle armi pesanti dalle due province del Donbass in questione nonchè il ripristino del controllo ucraino sul confine con la Russia, attraverso il quale affluivano senza alcun ostacolo uomini, materiale bellico e forniture di ogni genere in aiuto agli insorti, messi così in grado, come minimo, di tenere in scacco l’avversario.

Dall’altro lato, Kiev era tenuta a concedere l’amnistia ai ribelli non colpevoli di crimini gravi, a svolgere elezioni locali nelle aree da loro governate e ad accordare uno status speciale, in pratica un’adeguata autonomia, all’intero territorio in questione. Su quanta autonomia concedere i dissensi già sensibili in precedenza hanno trovato ben presto conferma, mentre ancora più spinoso si è rivelato il problema del rapporto temporale tra gli adempimenti a carico di ciascuna delle due parti.

Un problema di precedenze, insomma, che rimanendo aperto e controverso fino ai giorni scorsi ha vanificato i residui sforzi diplomatici compiuti negli ultimi anni per far tacere le armi così come quelli profusi dal personale dell’OSCE, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, incaricato di vegliare sul rispetto del cessate il fuoco, che perciò, malgrado qualche breve intervallo, non è mai entrato veramente in vigore.

La svolta, naturalmente bisognosa di prossima conferma, è stata resa possibile dal ripescaggio della formula Steinmeier. Il 1° ottobre i rappresentanti delle tre componenti del “gruppo di contatto”, Ucraina, Russia e le due sedicenti repubbliche separatiste del Donbass, hanno approvato a Minsk un progetto di soluzione del problema che prevede una cessazione delle ostilità seguita dal ritiro delle forze russe e dal ristabilimento della vigilanza ucraina sul confine. 

Dovrebbe essere poi la volta delle elezioni locali, da tenere sotto il controllo dell’OSCE e secondo le norme e procedure vigenti in Ucraina. Se il loro svolgimento risultasse regolare e corretto, sempre a giudizio dell’organizzazione paneuropea, dovrebbe entrare in vigore nel territorio conteso uno status di autonomia già previsto e accettato dalle parti in causa in linea di principio.

L’annuncio dell’intesa è stato dato in tempo reale da Zelensky e prontamente confermato dal Cremlino, il cui espresso compiacimento ha comprensibilmente contribuito ad eccitare proteste e improperie che sono subito piovute sul presidente ucraino da parte della variopinta ala più antirussa dello schieramento politico nazionale. 

Accusato di resa al nemico e tradimento della patria, l’ex comico si è affrettato ad assicurare che non ci sarà alcuna svendita del Donbass perché i suoi abitanti non voteranno sotto la minaccia delle baionette russe, come è avvenuto nel 2014 in Crimea, e sceglieranno quindi in piena libertà i loro futuri amministratori. Una libertà che, semmai, dovrebbe o potrebbe essere tutelata da caschi blu dell’ONU oltre che dagli osservatori dell’OSCE. 

Sta però di fatto che i tempi delle singole fasi dell’operazione non sono stati ancora indicati chiaramente, come pure i limiti della futura autonomia del Donbass. Gli uni e gli altri saranno verosimilmente stabiliti e resi noti prima del vertice del quartetto di Normandia, già in programma, pare a Parigi in una data molto vicina, per suggellare anche formalmente l’accordo del 1° ottobre.   

Per il momento, le indicazioni e i segnali si presentano misti. A Minsk il capo della delegazione ucraina, l’ex presidente della Repubblica (1994-2005) Leonid Kuchma, si era detto preoccupato, a metà settembre, che il suo ultimo successore potesse essere spinto da Parigi e Berlino a fare concessioni inaccettabili a Mosca, come ad esempio lo svolgimento nel Donbass di elezioni controllate dai separatisti.

Al termine dei successivi negoziati lo stesso Kuchma, che aveva capeggiato a lungo un regime ancora sostanzialmente equidistante tra Russia e Occidente, si è rifiutato di firmare l’accordo insieme con la rappresentanza dei separatisti, le cui “repubbliche” non godono di alcun riconoscimento internazionale, limitandosi ad inviare all’incaricato speciale dell’OSCE per l’Ucraina una lettera di adesione alla formula Steinmeier.

Indipendentemente da chi le controllerà ufficialmente e di fatto, le elezioni locali rappresentano un’incognita anche nell’ipotesi che abbiano davvero luogo nel più libero dei modi. A Kiev si teme che l’esodo provocato dal conflitto abbia falcidiato soprattutto le file filoucraine di una popolazione costituita in maggioranza da russofoni. 

Di famiglia russofona è dopo tutto lo stesso Zelensky, oltre che nativo dell’est ucraino nonché di ceppo ebraico, e quindi esposto a molti sospetti pur contrastanti con una popolarità finora assai elevata. Un personaggio, insomma, ancora da scoprire del tutto, cosa del resto possibile proprio in una prova del fuoco come quella attuale.

Quanto al responso che ci si può attendere dal Donbass si naviga comunque nel buio. Lo attestano recenti sondaggi d’opinione ritenuti imparziali e perciò meritevoli di credito. Non sorprende, innanzitutto, che la formula Steinmeier susciti più che altro perplessità nelle due province contese. Solo il 18% la approva, mentre il 23% la respinge e due terzi degli interrogati dichiara di non saperla giudicare.

Un terzo della popolazione locale, inoltre, vede bene l’autonomia restando in Ucraina, ma un altro terzo la preferirebbe all’interno della Russia, evidentemente previa annessione a Mosca di cui, finora, non si è mai parlato ufficialmente, ma che rientra certo tra i possibili esiti dell’intera vicenda.

Solo un residuo abitante su quattro, poi, delle province di Donezk e Lugansk (o Luhansk) opterebbe per la permanenza in Ucraina anche senza autonomia, contro uno su cinque per passare comunque sotto la Russia. Il tutto, dunque, sempre con ampie maggioranze di quanti non sanno o non vogliono rispondere. E a differenza, infine, di quanto si rileva nel resto del Donbass rimasto sotto controllo di Kiev, e dove due terzi della popolazione auspicano che le due sedicenti repubbliche tornino all’ovile e per di più senza alcuna autonomia.

Si comprende quanto meno, a questo punto, come mai non abbia avuto alcun seguito da nessuna parte l’originaria proposta di Zelensky di decidere la sorte del Donbass mediante referendum locale, il cui esito, se qualcosa nel frattempo non cambiasse, sarebbe assolutamente imprevedibile e magari tale da complicare ulteriormente le cose.

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