martedì, Luglio 16

Ucraina: una continuità solo apparente? Kiev e Mosca sempre più ai ferri corti con Zelenskiy presidente, ma non è escluso che qualcosa di diverso si muova dietro le quinte

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Forse non è il caso di stupirsene, ma a oltre un mese di distanza dal suo trionfo elettorale il nuovo presidente ucraino, Volodymyr Zelenskiy (per usare una delle grafie anglosassoni correnti anziché una ragionevole translitterazione russa delle sue generalità), rimane ancora, e più che mai, un oggetto misterioso. Tale, probabilmente, anche per il grosso dei suoi elettori e dei suoi connazionali, oltre che dei governi stranieri alle prese con una crisi tuttora tra le più acute e scottanti, più destabilizzanti e pericolose, nell’attuale panorama internazionale.

Popolarissimo in patria come comico ma politicamente inesistente quando si candidò alla suprema carica della repubblica ex sovietica seconda solo alla Russia per importanza, il singolare personaggio ha confermato almeno uno dei suoi connotati più trasparenti e verosimilmente più ai fini del suo successo: una vocazione o quanto meno un atteggiamento populista certo non inediti nell’Europa e nel mondo d’oggi ma dei quali in Ucraina si poteva facilmente sentire il bisogno più che altrove.

Non è comunque sfuggito all’attenzione delle cronache il fatto che una settimana fa il quarantunenne ‘servitore del popolo’, protagonista dell’omonimo serial televisivo prima che di un’imprevedibile discesa in campo politica, abbia raggiunto a piedi (e sia pure accompagnato da robuste guardie del corpo), nel cuore di Kiev, la sede della cerimonia per l’investitura presidenziale, concedendosi per i selfies di rito con comuni cittadini.

Nella breve allocuzione pronunciata contestualmente al giuramento ha poi promesso che, avendo finora cercato di far ridere la gente per guadagnarsi da vivere, adesso farà del suo meglio affinchè il popolo non debba più piangere per questo o quel motivo. E che, se non ci riuscirà, non esiterà a farsi da parte e tornare al suo mestiere. Retorica banale benchè simpatica? Lo si vedrà naturalmente alla prova dei fatti, in attesa dei quali va quanto meno registrata quanto una sua funzionalità in rapporto a quel paio di obiettivi prioritari che Zelenskiy si prefigge di perseguire.

Si tratta, nel quadro dei ‘cambiamenti e profonde riformeì di cui il Paese, a suo avviso, ha bisogno, di una lotta a fondo contro la corruzione, all’interno, e di porre fine al conflitto armato, in ultima analisi con la Russia, che si trascina da cinque anni nelle due province orientali del Donbass ribelli a Kiev e proclamatesi repubbliche prive peraltro di riconoscimenti internazionali.

In entrambi i casi, oltre a precisare in quale modo e con quali criteri intende muoversi concretamente, Zelenskiy dovrà mettersi in condizione di agire superando gli ostacoli possibili, in parte prevedibili o già percettibili sul fronte politico interno. Tenendo presente, tra l’altro, che quelli non prevedibili sin d’ora potranno sorgere, per una sorta di circolo vizioso, proprio in reazione alle concrete mosse della nuova presidenza.

Seguendo l’esempio francese di Emmanuel Macron, il suo omologo ucraino ha già provveduto a creare dal nulla un proprio partito, denominato anch’esso “Servitore del popolo”, che avrà modo ben presto di dimostrarsi capace di attirare consensi paragonabili a quelli così copiosi raccolti su due piedi dal suo fondatore e capo. In caso contrario, quest’ultimo dovrà misurarsi con un parlamento non necessariamente collaborativo e al limite ostile come, almeno sulla carta, la Verkhowna Rada, la Camera unica finora dominata dai sostenitori del presidente uscente, Petro Poroscenko.

La vecchia maggioranza, in effetti, non ha mancato di opporre qualche resistenza, adducendo ragioni tecniche, allo scioglimento anticipato del Parlamento, subito decretato da Zelenskiy, rispetto alla scadenza naturale della legislatura, già in programma per il 27 ottobre. Se le contestazioni non avranno la meglio, si dovrebbe invece votare il 21 luglio, permanendo tuttavia problemi sul come.

Oltre a ricorrere alla Corte costituzionale contro l’anticipo, infatti, la Rada uscente ha bloccato il tentativo del nuovo presidente di modificare d’urgenza la legge elettorale nel senso di sopprimere il voto per singoli candidati sinora affiancato a quello su liste di partito. La semplice proposta di iscrivere la questione all’ordine del giorno è stata respinta avendo riscosso solo 92 voti favorevoli, meno della metà della necessaria maggioranza assoluta (226) dei membri della Rada.

La questione è di capitale importanza, perché le candidature individuali favoriscono, quando vanno a buon fine, la corruzione, che è uno dei mali più gravi del Paese, e fors’anche il più grave. E’ collegato infatti con l’invadenza politica degli “oligarchi”, i numerosi magnati economico-finanziari spesso in conflitto o quanto meno in concorrenza tra di loro ma collettivamente strapotenti, come sarebbero anche nella Russia attuale se non fossero tenuti a bada in qualche misura da un “uomo forte” come Vladimir Putin.

Il suo omologo a Kiev era fino a ieri Poroscenko, appartenente a quella stessa categoria, la cui impopolarità contribuisce a spiegare lo smacco elettorale inflitto da Zelenskiy al “re del cioccolato”. Si dà tuttavia il caso che nel curriculum del “servitore del popolo” premiato dalle urne figuri un precedente alquanto oscuro e comunque delicato: lo stretto rapporto con un altro oligarca, Ihor Kolomoiskiy, forse il più facoltoso e potente di tutti, e soprattutto produttore in consocietà della serie televisiva che ha reso ricco e famoso anche il neopresidente.

Kolomoiskiy si era duramente scontrato con Poroscenko subendo nel 2016 l’esproprio della PrivatBank, principale banca ucraina, accusato insieme ad altri soci di appropriazione indebita e riciclaggio. Proprio alla vigilia dell’elezione presidenziale un tribunale di Kiev ha giudicato illegale la nazionalizzazione dell’istituto, un verdetto contro il quale la sua dirigenza è ricorsa in appello denunciando il magnate per frode anche a Londra e negli USA.

Rientrato adesso in patria dopo un temporaneo esilio in Israele e in Svizzera, Kolomoiskiy rilancia la sua battaglia contro quella che ha sempre bollato come una gratuita persecuzione mentre il suo socio ora più importante e potente smentisce qualsiasi proposito di restituire al magnate il preteso maltolto e assicura in ogni direzione di intrattenere con lui un sodalizio puramente d’affari senza alcun addentellato politico. Intanto però alimenta qualche dubbio o nominando capo dell’amministrazione presidenziale uno dei legali di Kolomoiskiy nella controversia sulla sorte della PrivatBank.

Nel frattempo, il confronto di Zelenskiy con un parlamento uscente non ‘suo’ potrebbe essere ammorbidito dalla spaccatura della maggioranza che sosteneva il predecessore. L’ha provocata il Partito del fronte popolare uscendo dall’alleanza che lo legava dal 2014 al partito di Poroscenko, denominato Solidarietà europea. Interpretata per lo più come un espediente per ritardare lo scioglimento e la rielezione della Rada, potrebbe costituire invece il primo passo di un’apertura verso il neonato partito del nuovo presidente in vista di un governo sostitutivo di quello capeggiato da Volodymyr Hroysman, dimissionario insieme ad alcuni ministri e alti funzionari.

Sul fronte esterno le incognite non sono inferiori a quelle sul fronte interno, e anzi il quadro vi si presenta ancora più complesso a causa dei fattori non dipendenti dalle scelte di Kiev. Ma già come Zelenskiy intenda muoversi concretamente perseguendo il proclamato e sacrosanto obiettivo della pace resta tutto da vedere.

Per il momento, nella sua linea non si riscontra alcuna discontinuità rispetto a quella del predecessore, improntata ad un’intransigente ostilità verso la Russia, con la quale Kiev si considera praticamente in stato di guerra pur non dichiarata e pervicacemente negata solo da Mosca. Il ribadito proposito di aprire o riaprire un dialogo a fini di pace contrasta vistosamente anche con i toni che Zelenskiy usa nei confronti dell’antagonista, sia pure reagendo, per lo più, a mosse russe non certo improntate a loro volta a buona volontà e ad intenti distensivi.

Putin, infatti, non è stato solo l’unico massimo dirigente straniero a non congratularsi con lui per l’elezione, ma pur finendo col non escludere la possibilità di un dialogo diretto ha oggettivamente indurito la posizione di Mosca prima offrendo la cittadinanza russa agli ucraini del Donbass e poi prospettando addirittura l’estensione dell’offerta a tutti gli ucraini. Zelenskiy ha replicato, a fine aprile, offrendo la cittadinanza ucraina ai cittadini di «nazioni che soffrono per regimi autoritari e corrotti ma in primo luogo ai russi che soffrono più di tutti», e rinfacciando che la concessione del passaporto russo assicura “il diritto di essere arrestati per una protesta pacifica” e quello di essere esonerati da elezioni libere e competitive.

Un’aperta provocazione, insomma, resa più pungente rammentando che «noi ucraini godiamo di libertà di parola e libertà dei media e di internet», e toccando così un tasto verosimilmente sgradito ad interlocutori nel cui Paese sarebbe difficile immaginare un’elezione come quella che ha portato, a furor di popolo, un comico al vertice del potere, rafforzando oggettivamente la posizione ucraina nel confronto-scontro con Mosca.

Di sicuro, e anzi scopertamente, il Cremlino non ha comunque gradito l’invocazione da parte di Zelenskiy di inasprite sanzioni occidentali a carico di Mosca, così come le proteste di Kiev per la riammissione della Russia nell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa dalla quale era stata esclusa a causa della crisi ucraina. Il tutto mentre il ‘servitore del popolo’ ammonisce invece il Cremlino, con un post su Facebook, a non usare con l’Ucraina ‘il linguaggio delle minacce o pressioni militari ed economiche’.

Sin qui, dunque, quanto si può vedere o sentire sul proscenio dalla platea, mentre dietro le quinte può svolgersi pur sempre qualcosa di diverso benchè soltanto ipotizzabile. Anche a Mosca, dove i media non cessano di sparare a zero sui nuovi dirigenti ucraini come sui vecchi, sicuramente ci si domanda quale ruolo anche solo indiretto possa giocare a Kiev il rimpatriato Kolomoiskiy, che nella veste, in passato, di governatore della provincia di Dnepropetrovsk organizzò milizie destinate a stroncare attività filorusse o a fronteggiare attacchi russi.

Da qualche parte, però, si considera piuttosto il controverso oligarca o magnate, di origine ebraica, un personaggio idoneo a svolgere una funzione mediatrice tra l’Ucraina, la Russia oggi amica di Israele e gli USA di un Donald Trump finalmente un po’ più libero di trattare costruttivamente con Putin essendo stato scagionato in patria da personali coinvolgimenti nel Russiagate. Se ci fosse qualcosa di vero, come non si può mai escludere, resterebbe da capire quali potrebbero essere il prezzo o i prezzi di un eventuale compromesso tra più attori, comunque oltremodo auspicabile, sulla questione più complessa e spinosa generata dalla fine della ‘guerra fredda’ e dalla disintegrazione dell’Unione Sovietica.  

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