domenica, Ottobre 25

Ucraina, tregua unilaterale? Fuori i radicali dal Governo di Kiev. In Iraq attaccata una raffineria, l'Iran verso l'intervento

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Denis Pushilin Ucraina tregua

Come già successo in passato, le autorità di Kiev sembrano intenzionate ad arrendersi all’impossibilità di convincere i separatisti filorussi delle oblast’ orientali. Il Presidente Petro Porošenko ha infatti confermato la propria intenzione di imporre il cessate il fuoco, aprendo così ad una tregua dichiaratamente unilaterale. Per rendere la mossa più convincente agli occhi degli insorti, che hanno al momento respinto l’offerta per tramite del leader di Donetsk Denis Pushilin, il Capo dello Stato ucraino ha aggiunto «un’amnistia a coloro che depongono le armi» ed un «corridoio ai mercenari per lasciare il Paese». Ma non solo: anche il Governo di Arsenij Jacenjuk, inviso tanto ai ribelli quanto al Cremlino, verrà sottoposto a rilevanti cambiamenti. Il rimpasto riguarderà soprattutto il Ministero degli Esteri e la Banca Centrale, in modo da allontanare figure prossime ai partiti più radicali: così, Porošenko ha già chiesto alla Verchovna Rada di rimuovere l’attuale Governatore della Banca Centrale Stepan Kubiv, mentre l’attuale primo Vicepremier Vitali Iarema del partito populista Patria dovrebbe subentrare ad Oleg Makhnitski, del partito ultranazionalista Svoboda, nel ruolo di Procuratore Generale. Come si diceva, però, anche Mosca vuole la sua parte: nuovo Ministro degli Esteri sarà dunque l’Ambasciatore Pavel Klimkin, che sostituirà l’attuale titolare Andrij Deshizia, reo di aver insultato il Presidente russo Vladimir Putin nel corso di una manifestazione. Ma nel mirino di Mosca entra anche il Ministro degli Interni Arsen Avakov, sotto inchiesta in Russia per l’«omicidio di civili» nell’est dell’Ucraina.

Ed è sempre la Russia a fornire una spiegazione per l’esplosione avvenuta ieri in un gasdotto nella regione centrale di Poltava, controllata dal Governo: si sarebbe trattato di una bomba. La conferma è arrivata dallo stesso Ministro degli Interni Avakov, ma è stata soprattutto accompagnata dalla dichiarazioni del Vice ad di GazpromVitali Markelov, per cui quello di ieri potrebbe essere il primo di una serie di incidenti alla tratta. Il Primo Ministro ucraino ha d’altronde rafforzato il servizio sicurezza per la rete di tubature sul territorio nazionale. Nel frattempo, sono invece quattro i militari morti negli scontri coi separatisti dell’oblast’ di Luhans’k, i quali avrebbero comunque subito a loro volta «perdite consistenti».

È invece una raffineria di petrolio, ma la più grande dell’Iraq, ad essere stata attaccata dai jihadisti dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIS ISIL). L’operazione ha avuto luogo mentre in Italia erano le 2 di notte, ed è avvenuta in una provincia già parzialmente sotto il controllo di quelle milizie, Salāh ad Dīn. In mattinata, il 75% dell’impianto era già in loro possesso. Impossibile, quindi, anche solo pensare al concetto di tregua in questo contesto, a maggior ragione dato il progressivo coinvolgimento degli altri Paesi della regione. A prescindere dalla possibilità di una storica cooperazione militare con gli Stati Uniti (che Teheran vincola comunque ad un accordo sul proprio programma nucleare nel quadro dei negoziati col ‘5+1’), l’Iran ha già annunciato che non esiterà a difendere i luoghi santi sciiti del Paese vicino (l’ISIS, lo ricordiamo, è composto di milizie sunnite ostili al Governo sciita di Nouri al-Maliki). A comunicarlo, lo stesso Presidente iraniano Hassan Rouhani. La Turchia potrebbe invece intervenire per difendere i propri stessi cittadini: dopo i rapimenti degli scorsi giorni, a partire da quello del Consolato di Mossul, l’Ambasciata di Baghdad sta operando in relazione al rapimento di altri 15 cittadini turchi nella già menzionata provincia di Salāh ad Dīn, oltre alla possibile scomparsa di altri tra le 60 persone rapite nella città di KirkukMa, nell’area, ad un intervento dall’esterno si oppone la sunnita Arabia Saudita, paventando al contempo la minaccia di una guerra intestina in Iraq. Il che non è così distante dai timori del Primo Ministro al-Maliki, che ha già rivolto un appello alle tribù irachene perché emarginino i miliziani sunniti e, soprattutto, ai leader sunniti perché approvino la sua proposta di unità nazionale. E, nelle ultime ore, ha chiesto agli USA di «effettuare raid aerei contro i jihadisti nel nord del Paese», come comunicato dal Ministro degli Esteri Hoshyar Zebari.

L’invito all’unità nazionale riguarderebbe anche la comunità curda, già coinvolta dal Governo di Baghdad nel tentativo di arginare l’avanzata dell’ISIS. La possibile cooperazione assume però oggi una nuova tinta, con l’annuncio del rapimento di ben 145 scolari curdi in Siria, avvenuto il 29 maggio per mano delle formazioni locali dell’ISIS. La denuncia è giunta attraverso l’ong Osservatorio Nazionale per i Diritti Umani ed il timore è che i bambini vengano plagiati per poter essere utilizzati come attentatori suicidi.

Un altro rapimento di studenti, benché di proporzioni più ridotte, è il pretesto il nuovo peggioramento dei rapporti fra Israele e Palestina. Nel corso delle ricerche per tre ragazzi israeliani che il Governo di Benjamin Netanyahu sostiene essere stati sequestrati da Hamasl’esercito dello Stato ebraico ha arrestato la notte scorsa 64 palestinesi, tra cui 51 persone precedentemente rilasciate nello scambio che permise la liberazione del soldato Gilad Shalit. La vicenda sta mettendo a repentaglio lo storico accordo tra la formazione islamista e l’ANP: Hamas ha oggi criticato il Presidente Mahmūd Abbās per le sue esternazioni riguardo ad un’eventuale collaborazione sulla sicurezza con Israele.

Migliora invece, almeno in apparenza, un’altra situazione di conflitto: quella della città di Mitrovica, nel Kosovo settentrionale. Città etnicamente divisa, a sei anni dal distacco del Paese dalla Serbia potrebbe finalmente trovare una sorta di tregua nella rivalità tra i suoi abitanti serbi ed albanesi: il segno più recente è l’odierna rimozione delle barricate erette nel 2011 dai primi in protesta contro le azioni della polizia kosovara. Dietro le quinte della decisione, la mediazione dell’Unione Europea, che aveva fatto della riconciliazione tra le due comunità uno dei punti precipui per avviare trattative con Belgrado in merito ad un possibile accesso nell’orbita di Bruxelles.

Bruxelles che, aperta parentesi, continua a discutere sulla formazione della prossima Commissione Europea. Mentre devono essere ancora sciolti i nodi relativi alla nomina del candidato del Partito Popolare Europeo Jean-Claude Juncker, i socialdemocratici dell’S&D hanno scelto il proprio candidato alla Commissione, Martin Schulz, come capogruppo. Schulz abbandona dunque la Presidenza dell’Europarlamento, che passa al suo Vice, l’italiano Gianni Pittella, fino all’elezione per il nuovo Presidente, prevista per luglio. Non sarà della prossima Commissione neanche l’attuale Commissario per gli Affari Economici e Monetari, il finlandese Olli Rehn. In seguito alla sua elezione al Parlamento di Strasburgo, il Governo del suo Paese è orientato a sostituirlo in Commissione col Primo Ministro uscente Jyrki Katainen. Sempre in tema di politica economica europea, il Governo di Berlno comunica di concordare col Primo Ministro italiano Matteo Renzi sulla necessità di crescita e lavoro per uscire dalla crisi. In Spagna, intanto, nel pomeriggio Juan Carlos ha controfirmato la legge per la propria abdicazione: la contestuale perdita di inviolabilità ha già spinto i partiti popolare e socialista ad elaborare un progetto di legge per garantire al sovrano uscente la prosecuzione della protezione giuridica.

Si parlava, però di Balcani, ed arriva oggi la notizia per cui le forze dell’ordine albanesi avrebbero ottenuto due importanti successi nello scontro che le vede impegnate da tre giorni contro i cittadini del villaggio di Lazarat, simbolo della coltivazione locale di cannabis. Sarebbero state infatti sequestrate 10 tonnellate di marijuana, mentre il presunto capo dei ribelli, Gate Mahmutaj, si è consegnato alla polizia nelle scorse ore.

Nessuna tregua, invece, in Nigeria, dove Boko Haram continua a colpire, sferrando attacchi che riecheggiano quelli avvenuti in Kenya per mano di Al Shabaab. Come quest’ultima aveva colpito la città di Mpeketoni mentre gli abitanti guardavano le partite dei Mondiali, così l’organizzazione nigeriana ha causato 21 morti con una bomba lanciata tra la popolazione di Damaturu intenta a seguire la partita Brasile-Messico. Boko Haram aveva in precedenza definito il calcio una «perversione occidentale».

Né si placano le polemiche tra la Cina e gli altri Paesi del Sud-est asiatico. Oggi è arrivato l’ennesimo attacco alla volontà di primazia marittima di Pechino, con la comunicazione da parte del Ministro degli Esteri delle Filippine Albert del Rosario della volontà di Manila di richiedere un arbitrato internazionale sul controllo del Mar Cinese Meridionale. L’annuncio giunge in seguito al rifiuto cinese di sottoporsi ad una simile decisione ed è per questa ragione che del Rosario ha anche previsto il ricorso all’Aja perché la corte arbitrale delle Nazioni Unite emetta un ordine che arresti provvisoriamente i lavori di Pechino in prossimità delle Isole Spratly.

 

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