domenica, Dicembre 8

Ucraina, tra Trump e Putin La crisi ucraina rimane però bloccata e pericolosa malgrado l’avvento a Kiev di un presidente nuovo e più popolare ma ancora da scoprire

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Era piuttosto scontato, date le circostanze, che il testa a testa tra i capi delle due maggiori superpotenze (ammesso che esista tuttora una simile categoria) avrebbe dominato la scena al vertice del G-20 di Osaka. L’evento era atteso soprattutto per sapere se la guerra commerciale esplosa tra Stati Uniti e Cina fosse destinata a divampare senza freni, con contraccolpi disastrosi per il mondo intero, oppure esistesse qualche speranza almeno di tamponarla. 

Non mancava qualche attesa, certo, anche per l’appuntamento tra il presidente americano e quello russo, naturale e persino doverosa ma non altrettanto febbrile. Malgrado tutto, alla rotta di collisione che stanno percorrendo da anni le loro due potenze più o meno super il mondo si è un po’ abituato e fors’anche rassegnato, quantunque sempre pronto ad apprezzare promesse o prodromi di cessato allarme per il pericolo di una guerra mondiale numero tre.

Nel primo caso la prestazione di Donald Trump e Xi Jinping sembra avere rasserenato in qualche misura gli altri 18 convenuti nonché il grosso, si presume, degli spettatori dell’evento, grazie al proclamato proposito della coppia di rilanciare il pur duro negoziato bilaterale (già vicinissimo al successo, si è appreso, poi svanito in extremis) rinunciando almeno per ora ad imporre ulteriori e micidiali dazi reciproci. Il tutto senza prendere per oro colato l’ormai rituale entusiasmo del presidente americano per il great meeting in questione.

Ma anche l’altra coppia, nel suo piccolo, non ha voluto essere da meno, tenuto conto peraltro che i rapporti russo-americani non possono non risentire, forse non soltanto dal punto di vista di Mosca, di come procedono le relazioni cino-americane. Finchè queste volgono al brutto, nel quadro degli attuali rapporti di forza triangolari, Mosca può infatti contare sull’appoggio di Pechino contro la strapotenza o prepotenza rimproverate da entrambe a Washington. Nel caso contrario, invece, rischia la fine del vaso di coccio tra due vasi di ferro. 

D’altra parte, un pieno affidamento russo al sostegno cinese non può restare privo di adeguati contrappesi, nei tempi medio-lunghi, qualora l’ex Celeste Impero, oggi colorato ufficialmente di rosso, si avvii davvero a prendere il sopravvento anche sugli USA. Una simile prospettiva può avere aiutato Vladimir Putin ad andare incontro al suo omologo d’oltre oceano concordando con lui, dopo mesi di soli scambi polemici sull’argomento, l’incarico ai rispettivi ministri degli Esteri di riprendere il dialogo sul controllo degli armamenti nucleari, strategici e non.

Mentre lo storico trattato sugli ‘euromissili’, a coronamento di accuse e controaccuse, è stato praticamente ripudiato da entrambi i contraenti, Washington e Mosca si apprestano a misurarsi anche sul meno vecchio New Start (del 2010) per la limitazione dei rispettivi missili intercontinentali, che scade nel 2021. Sulla sua sorte incombono varie incognite, una delle quali potrebbe venir meno grazie all’apparente consenso di Putin su una condizione pregiudiziale posta da Trump: il coinvolgimento anche della Cina in un nuovo trattato.

Non si sa se e quanto tempo i due presidenti abbiano potuto dedicare ad altri argomenti in un colloquio durato 80 minuti e concluso sottolineando la necessità di migliorare i rapporti bilaterali «nell’interesse dei due Paesi e del mondo», come afferma il relativo comunicato della Casa bianca. L’impegno comune in tal senso non dovrebbe mancare anche perché può fare leva su un feeling ormai reciproco confermato dalla definizione di Trump come «persona di talento», a differenza di altri statisti occidentali, data da Putin nell’intervista al ‘Financial Times’ di venerdì scorso, quella stessa in cui il ‘nuovo zar’ ha proclamato la fine del liberalismo su scala planetaria.

Una settimana prima, in un’intervista televisiva, aveva in compenso assicurato che l’odierna Russia non intende comportarsi da superpotenza come la defunta Unione Sovietica (da lui notoriamente rimpianta, ad ogni buon conto), ossia imporre la propria influenza, il proprio sistema politico e il proprio stile di vita ad altri Paesi vicini, compresi quelli dell’Europa orientale, perché ciò sarebbe «controproducente, troppo costoso e privo di prospettiva storica». Parole, queste, che saranno suonate bene alle orecchie dei suddetti, ma senza rassicurarli più di tanto e certamente non rassicurando per nulla una parte di essi, quelli già soggetti anche formalmente all’URSS o addirittura all’Impero zarista e in modo particolare le terre più intimamente legate alla Russia da una storia, una cultura e radici etniche in gran parte comuni ma oggi più o meno gelose di indipendenze statali conquistate o comunque ottenute.

Con in testa, quindi, il Paese più grande del gruppo, quell’Ucraina che da un quinquennio si trova in stato praticamente di guerra sia pure ‘ibrida’ con la Russia, dopo essere stata una sorta di sua partner per un settantennio nella gestione dell’URSS, nonché nell’epicentro di un braccio di ferro politico ed economico tra Russia e Occidente paragonato da molti ad una nuova guerra fredda rischio costante di diventare calda.   

Il periodo più recente ha visto una riduzione al minimo della conflittualità militare in territorio ucraino ma in compenso anche un sensibile inasprimento della multiforme ostilità tra Kiev e Mosca e una progressiva lacerazione dei legami tra i due Paesi, a tutto vantaggio di quelli tra Ucraina e Occidente culminati sinora in un’associazione preliminare di Kiev all’Unione europea e la messa in programma di un’adesione alla NATO ancora più inaccettabile per Mosca.

Una crisi più che mai aperta, dunque, benchè in qualche modo congelata con ricadute comunque negative localmente come ad ampio raggio. Uno spiraglio si è tuttavia dischiuso in questi ultimi mesi, per possibili sblocchi di un simile stallo, con il cambio della guardia al vertice del potere a Kiev. 

Pesantemente sconfitto alle elezioni, Petro Poroscenko, avversario inconciliabile di Putin ma reso impopolare soprattutto da un’economia asfittica e dalla corruzione inestirpabile, ha dovuto cedere la presidenza ad un novizio della politica, il giovane comico di successo Volodymyr Zelensky, sceso in campo promettendo più o meno credibilmente, agli occhi del mondo, pulizia all’interno e sforzi risoluti per ristabilire la pace trattando con Mosca.

Una duplice svolta, insomma, importante però, almeno in questa fase iniziale, soprattutto per l’oggettivo rafforzamento a tutti gli effetti, di un regime non solo duramente osteggiato e vilipeso da parte russa ma circondato sinora da scarso credito anche in Occidente. Dopo il k.o. inflitto al predecessore in un’elezione, questa sì, pulita, Zelensky ha subito messo a frutto la propria popolarità per dotarsi degli strumenti necessari per governare (l’Ucraina è una repubblica semipresidenziale come la Russia o la stessa Francia) e sopperire alla propria inesperienza politica. 

Ha messo insieme su due piedi, come già Emmanuel Macron a Parigi, un nuovo partito, denominato ‘Servitore del popolo’ come il suo fortunato serial televisivo, e ottenuto il nulla osta della Corte costituzione per lo scioglimento anticipato della Rada, il parlamento unicamerale i cui 450 seggi saranno così messi in palio il prossimo 21 luglio, metà con voto di lista e metà per via uninominale.

Questa seconda categoria di rappresentanti del popolo Zelensky avrebbe preferito sopprimerla, trattandosi per lo più, finora, di personaggi al servizio dei numerosi ‘oligarchi’ che si contendevano o spartivano il potere sia economico che politico. La maggioranza parlamentare uscente ha però bocciato la proposta riforma, che dovrebbe quindi essere ripresentata in futuro. Sempre che non ci si ripensi, tenuto conto che nella stessa categoria, per sua natura fluida, si potrebbero trovare i voti necessari per formare nuove maggioranze governative.

Per il momento non si dovrebbe sentirne un particolare bisogno. I sondaggi attribuiscono infatti a ‘Servitore del popolo’ consensi oltre il 47%, a distanza abissale dall’11% per la filorussa Piattaforma di opposizione e dall’8% per Holos (La voce) della rock star Svjatoslav Vakarcjuk, altra formazione di tendenza populista. La Patria, partito della “pasionaria” Julja Timoscenko, già premier in passato e più volte vanamente candidata alla presidenza, è data al 7,3%, mentre il partito di Poroscenko, benchè ribattezzato Solidarietà europea, rischia addirittura di non arrivare al 5% e restare quindi fuori dalla Rada.

Poiché il successo spesso attira di per sé ulteriori consensi, la formazione così largamente favorita potrebbe diventare facilmente la prima nella storia dell’Ucraina indipendente a governare da sola ovvero affiancata solo al proprio leader. Un simile esito non è tuttavia scontato, se non altro perché Servitore del popolo è un partito eterogeneo oltre che improvvisato, e la sua compattezza potrebbe rivelarsi precaria a causa sia di un programma ancora in gran parte da precisare sia di un’azione governativa inevitabilmente condizionata da sviluppi, mosse e influenze esterne e perciò incontrollabili.

Allo stato attuale delle cose, comunque, il comico al potere sembra in realtà destinato a presentarsi anche alla seconda prova delle urne in veste di oggetto misterioso. Alla ribadita volontà di negoziare con Putin, direttamente e senza complessi di inferiorità, ha accompagnato parole e gesti che non modificano in alcun modo le posizioni di Poroscenko. Si è ben guardato, inoltre, dal respingere le forniture di nuove armi americane e ha commentato con sarcasmo il compiacimento di Mosca per le accettazioni (neppure tanto numerose) di passaporti russi offerti a cittadini ucraini non solo della regione del Donbass contesa con le armi.

Alla riammissione della Russia nell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa ha reagito ritirando per protesta la delegazione ucraina, imitato dalla Georgia che rischia attualmente un nuovo scontro aperto con il Cremlino. Un particolare significato anche simbolico assume poi la visita che Zelensky sta compiendo in questi giorni nel Canada, dove vivono, a quanto risulta, 1,3 milioni di oriundi ucraini, che ebbero già modo nel 1990-91 di dimostrare la loro concreta solidarietà con i connazionali protesi ad emanciparsi dall’Unione Sovietica. 

Oltre ad intrattenersi naturalmente con i massimi dirigenti di Ottawa il ‘Servitore del popolo’ partecipa ad una conferenza internazionale di Paesi donatori di aiuti all’Ucraina, che ne ha sempre molto bisogno, e le cui forze armate sono del resto addestrate sin dal 2015 da un’apposita missione militare canadese. Col premier Justin Trudeau, a quanto si è appreso ufficialmente, Zelensky discute tra l’altro «gli sforzi dell’Ucraina in materia di riforme nel suo cammino verso l’integrazione euro-atlantica», e non manca di partecipare ad una conferenza proprio sulle riforme in Ucraina che si svolge a Toronto.

Tutto ciò concorre a generare l’impressione che, se il neo presidente intende davvero venire a patti con Putin, si accinge a farlo da posizioni di forza ispirandosi forse al modello Trump e senza lasciarsi addolcire più di tanto dall’assenso concesso dal ‘nuovo zar’, sia pure con qualche fatica, a trattare personalmente con il pivello di Kiev, passando sopra ai suoi legami, d’affari ma forse non solo, con Igor Kolomoysky, il più potente e controverso oligarca ucraino i cui sentimenti russi apparivano sinora fuori di dubbio. 

Per il resto, le uniche novità di segno distensivo da registrare sullo scacchiere ucraino sono un non inedito scambio di prigionieri tra governativi e ribelli filorussi nonché un allontanamento delle opposte forze dalla linea del fronte grazie alla paziente mediazione e con il controllo dell’OSCE, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa.

Si attribuisce infine a Zelensky, che è di famiglia russofona e parla il russo in modo più fluido dell’ucraino, come la maggior parte della popolazione nelle province orientali del Paese, il proposito di modificare una recente legislazione che penalizza i russofoni e varie altre minoranze nazionali privilegiando in modo esorbitante la lingua più in auge dopo l’indipendenza ma soprattutto in questi ultimi anni. 

L’effetto pacificatore sarebbe in tale caso ancora più importante, ma il proposito attribuito al neopresidente resta tutto da dimostrare, mentre si protrae anche l’attesa del contributo che ad una soluzione indolore della crisi ucraina, concepibile solo in termini di ragionevole compromesso tra le varie parti in causa, sono certamente in grado di dare potenze e altri attori esterni, pur senza eccessive forzature sulla scelta il più possibile libera dei principali interessati.

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