venerdì, Dicembre 13

Ucraina, sempre più Stato fallito alle porte d'Europa Negli ultimi tempi gli scontri si sono intensificati e ora nemmeno il Parlamento di Kiev è più un luogo sicuro

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A sei mesi dagli Accordi di Minsk-2, non passa giorno senza che si registrino scontri al confine tra le le province governate da Kiev e quelle sotto il controllo dei separatisti russi. Mosca continua a negare la presenza di soldati russi in Ucraina orientale nonostante le numerose prove del coinvolgimento del Cremlino nel conflitto in corso. La guerra civile sta erodendo la stabilità dell’Ucraina su tutti i fronti, complice la massiccia campagna di disinformazione ad opera dei media russi. Il governo ucraino è messo sotto pressione affinché conceda maggiore autonomia alle province orientali, mentre la situazione economica peggiora e sul Paese pende sempre di più la spada di Damocle del default.
È questo, in sintesi, il contenuto dell’ultimo rapporto commissionato dal Parlamento Europeo per fare il punto sulla situazione ucraina, pubblicato a metà luglio. Da allora la situzione è ancora peggiorata. Appena il Parlamento ha dato il primo via libera all’atteso progetto di legge per concedere uno status speciale alle regioni orientali filorusse, che chiedono maggiore autonomia da Kiev, una granata è esplosa fuori dall’edificio mentre violenti scontri tra nazionlisti e polizia erano già in corso.

I punti critici di Minsk-2

Il documento finale di Minsk-2, firmato lo scorso 12 febbraio da Ucraina, Russia, Francia e Germania (il cosiddetto ‘Quartetto Normandia’) si compone di 13 punti che prevedono, tra le altre cose, un cessate-il-fuoco a partire dalla mezzanotte del 15 febbraio, il ritiro delle armi pesanti da parte di tutte le parti in conflitto, la creazione di zona cuscinetto sul fronte ucraino larga 50-70 chilometri, il rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale dell’Ucraina e la concessione di maggiore autonomia alle province orientali.

Secondo il rapporto dell’Europarlamento, quasi tutti sono stati oggetto di violazioni, a cominciare da quello più importante: il cessate-il-fuoco. Sono state più di mille, infatti, le persone uccise dalla sua formale entrata in vigore, portando il bilancio totale delle vittime ad oltre 6500. Inoltre, i combattimenti delle ultime settimane, i più forti dall’inizio della tregua, sembrano confermare i timori di una ripresa del conflitto, come testimoniato anche dagli osservatori OCSE presenti in loco. A fine luglio, Kiev e i rappresentanti delle due repubbliche separatiste di Donetsk e Lugansk hanno raggiunto un’intesa per il ritiro del fronte delle armi di calibro inferiore ai 100 mm; intesa che dà per scontato il ritiro delle armi pesanti di calibro superiore, ma è ancora da vedere se e come l’accordo sarà rispettato.

Il governo ucraino, diversi Paesi occidentali e la NATO hanno più volte affermato di avere le prove di un sostegno attivo della Russia in favore dei ribelli, ipotesi sempre negata dal Cremlino, nonostante nell’ultimo anno siano stati celebrati decine di funerali di soldati russi morti combattendo in Ucraina e il presidente russo Vladimir Putin abbia dichiarato lo scorso 28 maggio che i casi di militari deceduti durante le operazioni speciali effettuata in tempo di pace (sic) sono coperti dal segreto di Stato. D’altra parte anche tra le fila degli ucraini si segnala la presenza di guerriglieri ceceni, notoriamente ostili a Mosca ma che da queste parti non dovrebbero esserci. Inoltre, le armi pesanti non sono state affatto ritirate: secondo l’OCSE, sia l’esercito ucraino che i separatisti filo russi hanno costruito trincee per fortificare le rispettive linee del conflitto per collocarvi cannoni e mortai. In aumento anche il numero di campi minati. In queste condizioni, la missione di monitoraggio internazionale dell’OCSE è soggetta a molte restrizioni per ragioni di sicurezza, che rendono difficile la raccolta di informazioni soprattutto nelle aree non controllate dall’esercito regolare. C’è poi il caso di Nadiya Savchenko, pilota dell’aviazione ucraina detenuta a Mosca con l’accusa di aver partecipato ad un’operazione in cui hanno perso la vita due giornalisti russi, nonostante Minsk-2 preveda il rilascio di tutti gli ostaggi e delle persone illegalmente detenute. Un primo rifiuto di liberare la prigioniera è arrivato lo scorso 4 marzo e il 10 giugno ha esteso il suo periodo di detenzione fino al 30 settembre. In patria la pilota è considerata un’eroina nazionale.

Nonostante tutti questi rilievi, i leader internazionali continuano a sostenere la validità degli accordi di Minsk, semplicemente perché non vedono alternative. Rispetto allo scorso autunno le priorità degli Stati più interessati a una risoluzione della crisi in Ucraina sono cambiate: con l’Europa concentrata sui temi dell’immigrazione e della crisi greca e con gli Stati Uniti impegnati fino a metà luglio, nell’ultimo round di negoziati sul nucleare iraniano, nelle ultime settimane il dossier Ucraina è passato in secondo piano.

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