venerdì, Maggio 24

Ucraina: Putin gioca duro Al cambio della guardia a Kiev il Cremlino reagisce, non senza sorpresa, irrigidendo anziché ammorbidendo le posizioni russe nel conflitto in corso da cinque anni

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Contare su una schiarita nel cuore delle tensioni tra Russia e Occidente, grazie all’esito delle recenti elezioni presidenziali in Ucraina, clamoroso persino al di là delle documentabili previsioni, non era obbligatorio, date tutte le incognite che circondavano l’evento. Era però lecito, e allora si può ben dire che gli ottimisti devono avere provato una cocente quanto fulminea delusione. Nel giro di pochissimi giorni, infatti, la situazione ha subito ulteriori modifiche, non drammatiche, certo, ma comunque tali da provocare semmai un suo oggettivo quanto netto peggioramento.

Per certi aspetti scontato, per la verità, anche a causa degli effetti non immediati del voto del 21 aprile. Come avviene negli Stati Uniti e altrove, il nuovo capo dello Stato ucraino non entra in carica subito o quasi bensì solo all’inizio di giugno. Per oltre un mese, perciò, i poteri del presidente uscente rimangono intatti. Oltre a congratularsi col vincitore, Petro Poroscenko, ha offerto a Volodymyr Zelensky la propria collaborazione, ma non è affatto sicuro che questa poi funzioni e che il ‘re del cioccolato’, umiliato dal verdetto delle urne, intenda facilitare sin d’ora il compito del successore. I cui programmi e propositi, comunque, restano in gran parte da chiarire.

Non si sa, tanto per cominciare, se Poroscenko si sia consultato con il ‘servitore del popolo’ prima di promulgare una legge, da lui promossa e approvata dal Parlamento di Kiev giovedì scorso, che impone l’uso della lingua ucraina ad una serie di categorie sociali (pubblici dipendenti, militari, medici, insegnanti) in un Paese nel quale essa è comunemente parlata da meno di un terzo delle famiglie, il russo da un sesto ed entrambe solo da un quarto, compreso lo stesso Zelensky. Il quale, peraltro, si esprime preferibilmente in russo, come del resto il suo conterraneo più famoso nel secolo scorso: il successore di Stalin alla testa dell’Unione Sovietica, Nikita Chrusciov.

La nuova legge è stata accolta da Mosca come un ennesimo gesto ostile e di rottura da parte di Kiev, anche in campo linguistico e culturale, suscitando altresì proteste da parte di minoranze non russe del Paese (romeni, polacchi, ungheresi) e relativi governi stranieri. Non è stata sicuramente questa, tuttavia, la presumibile causa di una reazione russa, poco meno che istantanea e persino sorprendente per la sua durezza, ad un cambio della guardia a Kiev che Mosca sembrava piuttosto incline ad attendere alla prova dei fatti.

L’attendismo, in realtà, poteva anche celare un disorientamento, un effetto spiazzante del modo in cui stava procedendo il cambiamento di scena in Ucraina. Continuare a sparare a zero su Poroscenko e sull’intero sistema politico da lui impersonato, in uno spirito di tradizionale disprezzo o, nella migliore delle ipotesi, condiscendenza della ‘grande Russia’ nei confronti della ‘piccola Russia’ meridionale, faceva tanto più comodo in quanto anche in Occidente le perplessità su Zelensky si accompagnavano a crescenti insofferenze per le pecche e inadempienze di quel sistema indipendentemente dal contenzioso tra Kiev e Mosca.

I media russi, specie quelli più ligi al Cremlino, avevano dipinto nei termini più crudi e foschi la campagna elettorale in Ucraina, falsata a loro avviso da compravendite di voti, interferenze e manipolazioni varie, ovviamente a spese della democrazia nonchè, implicitamente, della sfida lanciata all’establishment nazionale da un apparente outsider, per di più comico di professione. Il conduttore di una TV di Stato l’ha bollata come «la più sporca della storia ucraina», al punto da domandarsi «come si possano accettare i risultati di una simile elezione».

Una sorta di controcampagna, insomma, forse giustificabile con l’esclusione di osservatori russi ma resa comunque alquanto imprudente, si direbbe, dal confronto con un curriculum russo non proprio brillante, in materia, nonostante l’innegabile popolarità personale di Vladimir Putin, sensibilmente calata solo di recente. L’esito del primo turno, disastroso per il presidente uscente, ha suggerito una correzione di linea almeno parziale, anche perché emerso da operazioni considerate per lo più regolari da circa 2300 controllori provenienti da 17 Paesi.

Solo in Italia era accaduto che un premier battuto alle urne, Silvio Berlusconi nel 2006, attribuisse a brogli dell’opposizione la sconfitta in elezioni gestite dal suo ministro dell’Interno, Giuseppe Pisanu, che non per nulla finì con l’abbandonare il Cavaliere non ancora ex. Ma in Italia il divario tra vinti e vincitori era stato allora di poche decine di migliaia di voti, mentre in Ucraina, al ballottaggio del 21 aprile, Zelenski ha letteralmente sbaragliato il campo riscuotendo consensi tre volte superiori a quelli ottenuti dal rivale.

A questo punto, rendendosi verosimilmente conto dell’errore commesso, se non altro agli occhi di un’opinione pubblica (e, perché no, privata) che dopotutto esiste, in qualche modo vota e si fa comunque sentire anche in Russia, Putin e compagni hanno dovuto correre ai ripari pur senza nascondere un comprensibile imbarazzo collettivo. L’unica alternativa, per tenere fermo sulle proprie posizioni, restava infatti quella di provare ad accreditare l’ipotesi di una messinscena architettata dai nemici della Russia per diffondere l’immagine di un cambiamento a Kiev in realtà inesistente almeno per quanto riguarda il confronto/scontro con Mosca.

A livello propagandistico si può fare di tutto, salvo poi a pagare qualche prezzo. Ciò che interessa è però la sostanza, e qui le scelte, comunque motivate, non si prestano ad equivoci, benchè a livello di responsabilità politica prevalga un possibilismo improntato appunto ad un certo imbarazzo. Il ministero degli Esteri ammette ad esempio, attraverso la sua portavoce, che all’Ucraina si offre un’occasione per cambiare strada, e il presidente della Commissione della Duma per gli Affari internazionale non nega le speranze che qualcosa di costruttivo possa emergere dall’avvicendamento al vertice di Kiev.

Più articolato il commento di Dmitrij Medvedev. Secondo il premier russo la suddetta occasione favorevole non manca, ma per sfruttarla occorrono da parte ucraina «onestà», un «approccio pragmatico e responsabile» e un’adeguata comprensione del valore intrinseco dei rapporti tra Kiev e Mosca, che «trascende ogni considerazione politica del momento». Il tutto con particolare riferimento alla situazione nell’Est ucraino e alla virtuale cessazione della cooperazione economica con la Russia, che andrebbe invece rilanciata per affrontare i gravi problemi sociali di milioni di ucraini.

Il pragmatismo di Medvedev è sicuramente lodevole, essendo del resto ben nota, per quanto controversa, la sua collocabilità tra le ‘colombe’ al Cremlino e dintorni, percepita più che altro negli anni in cui sostituì temporaneamente Putin alla presidenza della Federazione russa. Si dà però il caso che proprio riguardo all’Est ucraino, innanzitutto, il numero uno di quest’ultima abbia compiuto un passo in direzione opposta all’auspicata svolta distensiva.

Mercoledì scorso il ‘nuovo zar’ ha annunciato un proprio decreto che faciliterà la concessione della cittadinanza russa ai cittadini ucraini residenti nelle due province di Donezk e Luhansk, situate nel cosiddetto Donbass, vecchio bacino minerario sovietico, ed elevate unilateralmente dai locali ribelli filorussi al rango di repubbliche indipendenti ma di fatto sostenute dall’appoggio politico e militare russo nel contesto di un conflitto ‘a bassa intensità’ che si trascina però da cinque anni continuando a mietere vittime.

Decisamente (ma forse a torto) inatteso, l’annuncio ha sollevato corali quanto comprensibili reazioni di condanna non solo da parte dello schieramento occidentale più militante, oltre che dai presidenti uscente ed entrante a Kiev. Il ministro degli Esteri lituano, ad esempio, ha parlato di «flagrante violazione del diritto internazionale» proponendo nuove sanzioni a carico della Russia e, come minimo, la negazione di qualsiasi riconoscimento ai nuovi passaporti che Mosca si appresta a rilasciare.

Si tratta comunque, secondo la presidenza dell’OSCE, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa cui aderisce la stessa Russia, di una «misura unilaterale che può vanificare gli sforzi per una soluzione pacifica della crisi in Ucraina e intorno ad essa». Compiuti in particolare nei colloqui quadrilaterali di Minsk, erano culminati in un accordo rimasto però lettera morta, sinora, perché prevedeva la cessazione del fuoco, mai pienamente rispettata sul campo, e la concessione dell’autonomia alle due province ucraine contese non effettuata dal governo di Kiev in misura soddisfacente per la controparte.

I governi di Francia e Germania, ‘garanti’ non troppo fortunati degli accordi di Minsk, hanno denunciato in una dichiarazione comune l’incompatibilità del decreto di Putin con «lo spirito e gli obiettivi» degli stessi e sostenuto l’urgenza del necessario contributo di tutti ad invertire l’escalation del conflitto. Che invece prosegue, a livello politico, con un atto da parte russa che Poroscenko include tra i «preparativi del Cremlino per un nuovo passo dell’aggressione contro il nostro Stato: l’annessione del Donbass ucraino o la creazione di un enclave russa in Ucraina».

Allarmismo eccessivo da parte di un presidente giubilato dagli elettori e voglioso di rifarsi (avendo assicurato tra l’altro che non intende lasciare la politica attiva) nel confronto con un successore che col Cremlino vorrebbe venire a patti? Forse sì, ma le controparti hanno buoni motivi per preoccuparsi ricordando (oltre naturalmente al fresco precedente della Crimea) che negli anni scorsi la concessione della cittadinanza russa agli abitanti neppure russi dell’Abchasia e dell’Ossezia meridionale preluse o si accompagnò ad interventi militari russi che consentirono o suggellarono il distacco di quelle due province dalla Georgia.

Putin si è detto sorpreso da tutto questo clamore ricordando a sua volta che nessuno scandalo era stato suscitato anni fa da Stati membri dell’Unione europea, come l’Ungheria e la Romania, concedendo passaporti a propri connazionali con cittadinanza straniera, compresi i tanti magiari abitanti da secoli nella stessa Romania attuale. Simili gesti non erano stati affatto graditi, certo, dagli altri governi interessati, che non potevano tuttavia temere concrete rivendicazioni territoriali o atti comunque aggressivi da parte di un soggetto ben diverso da una grande potenza già proiettata in quella direzione.

A critiche ed accuse Putin ha inoltre replicato assicurando di non voler creare problemi ai nuovi dirigenti di Kiev e di essere spinto da ragioni puramente umanitarie a soccorrere popolazioni, come quelle del Donbass, «private di tutti i possibili diritti civili». Un’argomentazione, in realtà, piuttosto inquietante data l’apparente consonanza con la più ampia visione, confermata anche in questa circostanza, di Vladislav Surkov, ideologo e consigliere del ‘nuovo zar’. A Mosca spetta, a suo avviso, il dovere «estremamente importante» di proteggere «la gente che parla russo e pensa in russo» e si trova in situazioni molto gravi come quelle create dalle «azioni repressive del regime di Kiev».

E’ un ‘dovere’ la cui possibile strumentalizzazione per reintegrare lo spazio ex sovietico nonché zarista sempre sotto lo scettro del Cremlino si paventa non solo in Europa ma anche nelle repubbliche oggi indipendenti dell’Asia centrale, dove non a caso cresce la tendenza, anche dei governi più amici di Mosca, a mettere al bando la lingua russa.

Ad ogni buon conto, lungi dal lasciarsi frenare dalle reazioni occidentali, Putin ha persino rincarato la dose dopo solo un paio di giorni e sia pure in termini possibilistici. A Pechino per consultarsi con Xi Jinping e altri grandi e meno grandi della Terra sulle prospettive della nuova Via della seta, ha informato la stampa che a Mosca si sta studiando un progetto di agevolare l’attribuzione delle cittadinanza russa non soltanto agli abitanti del Donbass ma addirittura a tutti gli ucraini. Conferendo cosi, certo non distrattamente, qualche credibilità in più agli scenari più estremi evocati da Poroscenko.

Come spiegarlo, tenuto conto che subito dopo il duplice colpo al cerchio il ‘nuovo zar’ ne ha dato uno, un po’ meno forte, alla botte, accennando alla possibilità di incontrarsi prossimamente con Zelensky? Fino a ieri il futuro presidente ucraino poneva un appuntamento del genere tra i pochi obiettivi dichiarati del suo programma. Ora è lecito domandarsi se lo manterrà dopo essersi visto indotto, o costretto, a commentare già il primo annuncio di Putin in termini appena meno duri del proprio predecessore.

Gli interrogativi, per il momento, si concentrano però soprattutto sul comportamento della controparte. A Mosca non mancano osservatori ed esperti secondo i quali con il cambio della guardia a Kiev dal punto di vista russo non cambia praticamente nulla. E una simile valutazione sarà certo stata quanto meno incoraggiata dal più aggiornato pronunciamento di Zelensky, ormai vittorioso, all’insegna della piena continuità, ossia di posizioni sostanzialmente immutate, nel confronto con la Russia, fatta eccezione solo per una nuova volontà di avviare un dialogo al massimo livello per una soluzione pacifica del conflitto.

Altri osservatori ed esperti russi ritengono invece che Mosca sia ora avvantaggiata dal fatto che Putin avrà come eventuale interlocutore un personaggio politicamente sprovveduto e per di più indebolito rispetto al predecessore dalla mancanza di una propria forza parlamentare non solo maggioritaria ma neppure, al momento, esistente. Una debolezza, dunque, della quale conviene approfittare in un modo o nell’altro, anche alzando ad esempio la posta in gioco in un eventuale negoziato, diretto o indiretto.

Qualcuno, a Mosca e altrove, opina al contrario che l’avvento a Kiev di un leader evidentemente molto più popolare e forse anche più unificante di Poroscenko rafforzi anziché indebolire, in prospettiva, le posizioni ucraine anche eventualmente modificate in un senso o nell’altro. E ciò, più o meno automaticamente, a danno della Russia, alla quale converrebbe allora premunirsi approfittando del mese di interregno, a Kiev, che potrebbe del resto prolungarsi, di fatto, fino alle prossime elezioni parlamentari, quando il potere reale del nuovo capo dello Stato incontrerà forse minori ostacoli e resistenze.

Resta comunque chiaro che molto dipenderà pur sempre, per entrambe le parti, dallo svelamento sotto ogni aspetto di quell’oggetto misterioso che il comico ‘servitore del popolo’ tuttora costituisce. Mentre d’altronde, prima che ciò avvenga, non si possono neppure escludere colpi di coda da parte del suo predecessore, impegnato non meno dell’antagonista russo in un incessante scambio di provocazioni pericolose per tutti, compresi quanti parteggiano o anche solo assistono dall’esterno.

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