venerdì, Febbraio 28

Ucraina: la pace si allontana, ma forse no Al consolidamento interno dei nuovi ‘servitori del popolo’ si accompagnano complicazioni ancora da chiarire del contesto internazionale

0

La corsa a tappe in solitaria intrapresa dal comico ucraino lanciatosi in politica per togliere dai guai il suo Paese prosegue con successo. Gli ostacoli più probanti sono ancora da affrontare, ma la fase preliminare ovvero preparatoria si può considerare completata, nel giro di cinque mesi, senza che Volodymyr Zelensky abbia compiuto passi falsi e che sue parole o gesti abbiano sollevato o confermato particolari dubbi (inevitabili in casi del genere) circa la sua idoneità a svolgere la missione che si è assegnato.

Dopo la schiacciante vittoria elettorale dello scorso aprile sul predecessore, Petro Poroscenko, che l’ha innalzato alla presidenza della Repubblica, l’autoproclamatosi “servitore del popolo” ha guidato in luglio il suo neonato partito alla conquista, senza precedenti a Kiev, della maggioranza assoluta nel parlamento nazionale. Giovedì scorso è stata la volta della formazione del nuovo governo, improntata ad una sostanziale coerenza con i propositi di rinnovamento interno di un Paese che ne aveva sicuramente bisogno. 

Lo caratterizza infatti soprattutto l’età eccezionalmente giovane dei suoi componenti, 12 uomini e 6 donne: meno di 40 anni in media. Ne ha solo 35 il nuovo premier, Oleksy Honciaruk, e addirittura 29 la ministra dell’Istruzione e 28 un vice premier che sovrintenderà all’informatizzazione a tappeto. Tra i pochi di età un po’ più avanzata figurano il ministro degli Esteri, Vadym Pristayko (49 anni), e quello dell’Interno, Arsen Avakov (55), l’unico che mantiene il posto occuparto nel precedente governo insieme con la titolare delle Finanze, Oksana Markarova

La permanenza in carica di Avakov si deve soprattutto, a quanto si dice, alla gratitudine di Zelensky per avere organizzato e gestito correttamente le ultime elezioni, cosa alquanto rara nell’area ex sovietica. La Markarova (42 anni), laureata a Kiev e poi negli USA, è salita via via di grado, nel ministero che capeggia dal giugno 2018, grazie ad una collaborazione verosimilmente proficua e apprezzata con il Fondo monetario internazionale, i cui prestiti sono vitali per la sofferente economia ucraina.

Il marcato ringiovanimento risponde evidentemente all’esigenza, sostenuta dal quarantunenne presidente, di “rompere il sistema” preesistente, che oltre ad essere ampiamente e profondamente inquinato dalla corruzione e dal clientelismo, non brillava certo né per solidità né per efficienza. Un cambio di rotta e di passo si imponeva così come il ricorso a più fresche generazioni, pur con i relativi inconvenienti.

Prima fra tutti, naturalmente, l’inesperienza, che viene infatti immancabilmente sottolineata dagli osservatori e però, nella fattispecie è più che altro politica. La maggioranza della squadra è costituita da elementi tecnicamente addestrati e collaudati anche in rapporto ai loro specifici incarichi. A cominciare dal premier, avvocato di professione e già direttore di un’organizzazione non governativa per la programmazione di riforme finanziata dalla UE, nonché consulente del primo vice premier in uscita.

Il nuovo vice premier addetto all’integrazione europea ed euroatlantica era rappresentante permanente presso il Consiglio d’Europea e Prystalko ambasciatore presso la NATO. Hanna Novosad, preposta all’Istruzione, curava la pianificazione strategica dello stesso dicastero, e Andry Zahorodniuk, nuovo ministro della Difesa, era stato un supervisore dell’industria bellica e aveva combattuto come volontario nel Donbass prima di diventare funzionario del suo attuale dicastero.

Particolarmente significativo è il caso del nuovo procuratore generale, Ruslan Ryaboshapka, altro quarantaduenne. Già in servizio nel ministero della Giustizia per un decennio, ne divenne vice ministro in un governo filorusso dal quale uscì nel 2013 per diventare attivista anticorruzione e collaboratore di Transparency International. Vice capo gabinetto, da ultimo, di Zelensky, assume adesso una funzione chiave per la causa che sta più a cuore ad entrambi, e che richiede del resto anche la radicale riforma giudiziaria da lui propugnata. 

Non si sa tuttavia se il suo presidente, esortando il nuovo parlamento a “realizzare l’impossibile” per rimediare a tutto il tempo sprecato nei 28 anni di indipendenza nazionale, abbia inteso riferirsi a tutti gli obiettivi indistintamente esposti nel discorso sullo stato della nazione, oppure più a quelli di politica interna che non a quelli che coinvolgono la politica estera o viceversa. E’ un interrogativo che si giustifica pur tenendo conto degli stretti legami esistenti tra le due categorie.

In campo interno, con l’economia in testa ma non solo, il successo del nuovo corso dipende essenzialmente dalla volontà, dalla risolutezza e dalla coesione dei nuovi dirigenti e dalla loro capacità di conservare il così ampio consenso popolare che li conforta in partenza. 

All’esterno, devono invece fare i conti con soggetti ben più potenti dell’Ucraina, più o meno fortemente interessati al suo futuro ma divisi tra amici tanto indispensabili quanto diversamente fidati e sicuri e almeno un grande e incombente avversario, fino a prova contraria irriducibile.

Proprio in questi giorni, in concomitanza con il completamento del cambio della guardia a Kiev, sviluppi alquanto inattesi, che si potrebbero anche chiamare colpi di scena, sono sopraggiunti a dimostrare con quante incognite dovranno misurarsi gli sforzi che Zelensky e compagni vorranno e potranno compiere per ripristinare la pace. Ovvero, per “porre fine alla guerra”, sia pure ibrida, nel Donbass, e addirittura per recuperare la Crimea in realtà, forse, irrimediabilmente perduta. 

Una pace, ovviamente, che assomigli il meno possibile ad una resa nei confronti del vicino orientale, oggi più che mai ex “fratello”.  Le ripetute profferte dell’ex comico di aprire un dialogo diretto con Vladimir Putin hanno fruttato sinora solo un paio di colloqui telefonici dai quali è scaturita, per quanto si sa, non più che un’intesa per lo scambio di prigionieri, rapiti o sequestrati con questo o quel pretesto. Nel frattempo, ha acquistato maggiore credito la prospettiva di una riapertura di colloqui o veri e propri negoziati multilaterali, con l’aggiunta di Francia e Germania, praticamente in veste di mediatrici, tra i due contendenti.

Ci si domandava naturalmente se gli Stati Uniti avrebbero lasciato fare, astenendosi stavolta da proporsi come principali protagonisti, per dovere di superpotenza, del confronto con la Russia anche a questo riguardo. Donald Trump, come si sa, non aveva lesinato gli accenni, in precedenza, a volersene occupare insieme con Putin. Ma è una domanda che rimane largamente aperta nonostante l’arrivo a Kiev, nei giorni scorsi, di John Bolton, consigliere di Trump per la sicurezza nazionale.

All’inizio, la prima visita nella capitale ucraina di uno dei massimi esponenti USA dopo l’avvento di Zelensky era sembrata confermare la piena continuità dell’appoggio americano ad un regime pur in via di rinnovamento. Poi però Bolton ha suscitato una certa sorpresa esortando i suoi ospitanti a non “precipitare alcuna iniziativa” e a muoversi con “grande cautela” nei confronti della Russia. 

Esprimendosi, cioè, in modo tale da non lasciar capire se si riferisse proprio ad iniziative di carattere diplomatico, come il rilancio del negoziato multilaterale, avendo inoltre precisato, ad ogni buon conto, di dubitare che “gli europei (ossia il “quartetto di Normandia” di cui sopra) abbiano una “soluzione pronta da proporre”. Oppure ad iniziative di altro tipo, eventualmente mirate ad intensificare la pressione politica o persino (in via puramente ipotetica) militare su Mosca nel momento in cui Donald Trump vede respinta dai maggiori alleati europei la sua proposta di riammettere la Russia di Putin nel G-7 ripristinando così il G-8. 

Ipotesi per ipotesi, resta sempre di rigore quella che chiama in causa l’ormai familiare ambiguità e ondivaghezza degli atteggiamenti del presidente americano (per di più impegnato adesso a brigare per la propria rielezione) verso il Cremlino. Così come quella, del resto, che anche a questo riguardo ci si trovi difronte ad un ennesimo sfasamento, per usare un eufemismo, tra l’attuale inquilino della Casa bianca e i suoi massimi e mutevolissimi collaboratori.

Ma c’è di più. A smentire le assicurazioni di Bolton ai suoi interlocutori ucraini, secondo quanto rivelato l’indomani da fonti americane Trump avrebbe ordinato allo stesso consigliere e ad altri membri competenti dell’Amministrazione di sospendere l’ultima fornitura di armamenti (anche missili, a quanto pare) espressamente richiesta da Kiev e concordata nello scorso giugno. Si tratta, o si trattava, di materiale bellico per un valore di 250 milioni di dollari, in aggiunta a precedenti forniture per complessivi 1,5 miliardi (su un totale di 3 o 4 miliardi di dollari di aiuti in generale a partire dal 2014). 

Un cambio di rotta, dunque, o una più semplice ma sempre indecifrabile mossa strumentale? Qualcuno la ricollega ad uno screzio provocato da una recente visita a Kiev di Rudy Giuliani, l’ex sindaco repubblicano di New York e ora avvocato personale di Trump. Corre voce che i dirigenti ucraini si siano rifiutati di consegnargli il richiesto materiale compromettente (e magari inesistente) sul conto del figlio di Joe Biden, già vice presidente USA con Barack Obama e ora candidato democratico alla Casa bianca più temuto, sembra, dall’attuale inquilino.

Tutto può darsi, certo, ma tutto sommato appare più plausibile, oltre che più documentabile, un altro collegamento, per quanto tale da complicare ulteriormente le cose. A Kiev Bolton ha parlato anche del recente accordo per l’acquisto da parte di due società cinesi di Motor Sich, uno dei pezzi più pregiati dell’industria bellica ucraina, di proprietà statale, che produce motori per missili, elicotteri e reattori.

Pur assicurando di non voler interferire nelle scelte di Kiev, l’ospite ha deplorato senza mezzi termini la compravendita, ribadendo le ormai familiari accuse americane a Pechino di persistere in pratiche commerciali e finanziarie scorrette che minacciano la sicurezza degli USA, sfruttano le tecnologie militari sviluppate da altri Paesi e così via.

L’accordo in questione non fa che confermare, del resto, i rapporti d’affari sempre più intensi instauratisi negli ultimi anni tra Ucraina e Cina, non si sa con quanto compiacimento anche da parte russa malgrado l’ostentata amicizia e collaborazione in campo internazionale che lega tuttora Mosca e Pechino. E non è forse la Cina piuttosto che la Russia, oggi, il rivale che maggiormente impensierisce, se non proprio gli USA come tali, il loro attuale presidente?  

Da registrare, infine, la sortita del personaggio finora maggiormente sospettato di celarsi in qualche modo dietro l’ex comico trionfante: il superoligarca Ihor Kolomoisky, già politicamente potente ma espropriato di una grande banca sotto Poroscenko e comunque membro di una categoria che Zelensky, già suo socio in affari televisivi, ha preso di mira nel suo complesso come uno dei peggiori mali del Paese.

Di origine ebraica come il neopresidente, Kolomoisky vantava precedenti decisamente anti russi ma la Russia odierna ha stabilito con Israele rapporti di amicizia non meno rilevanti di quelli che intrattiene l’Ucraina e che sono stati dichiarati “eccellenti” da Benjamin Netanyahu in occasione della sua visita a Kiev a metà agosto. 

Ciò non basta naturalmente per qualificare il controverso oligarca come un possibile mediatore, o ispiratore di mediazioni, tra Kiev e Mosca e magari anche tra Mosca e Washington. Pochi giorni fa, tuttavia, Kolomoisky ha sollevato un certo stupore proclamando, in un’intervista, che la Russia ha ormai perso la guerra nel Donbass a causa dei gravi danni economici subiti a causa delle sanzioni occidentali e che deve perciò ritirarsi dai territori occupati col vantaggio di poterlo fare, ora, per via negoziale ossia mediante normali compromessi.

Sembrerebbe un canto di vittoria, ma potrebbe anche essere interpretato come un’offerta, malgrado tutto, di soluzione pacifica di un conflitto che danneggia, in un modo o nell’altro, un po’ tutti, dai contendenti diretti ai numerosi altri interessati. Le premesse ci sono e così pure i movimenti in quel senso, come si è visto, benchè confusi. Ma la confusione è talvolta salutare, come amava dire Mao Zedong. 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore