martedì, Agosto 4

Ucraina, la Nato si avvicina

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Tre anni abbondanti dopo l’inizio di una delle fasi più turbolente della sua pur movimentatissima storia, l’Ucraina vive all’insegna della massima incertezza del proprio futuro. Le forze interne ed esterne che vi si fronteggiano nella disputa politica e nel conflitto armato, ‘ibrido’ o ‘a bassa intensità’ quanto si voglia ma pur sempre capace di provocare oltre 10 mila vittime, si presentano più che mai contrapposte e apparentemente inconciliabili. Quelle interne, soprattutto, ossia il governo filoccidentale di Kiev e i ribelli del Donbass, che godono però del pieno e determinante appoggio della Russia, a sua volta divisa da Kiev da un’ostilità reciproca arrestatasi solo sulla soglia della rottura totale.

I negoziati multilaterali per una soluzione pacifica della crisi non sono mai cessati né sono stati denunciati finora da alcuna parte gli accordi raggiunti sulla carta, ma di fatto applicati in minima parte. Tra la Russia e le potenze occidentali protettrici dell’Ucraina, in particolare, il dialogo è sempre proseguito mantenendo in qualche modo vive le speranze in una svolta di segno positivo nonostante gli ulteriori allarmi provocati dall’estensione dello scontro ben oltre i precari confini della seconda Repubblica ex sovietica.

Non è stato questo dialogo, però, a dischiudere improvvisamente negli ultimi mesi l’inattesa prospettiva, se non proprio di una soluzione, di una sdrammatizzazione della crisi o quanto meno del suo contesto. Le aperture di Donald Trump nei confronti del Cremlino, comprendenti del resto persino qualche accenno ad una rinuncia a contestare l’annessione russa della Crimea, sono state inizialmente tali, infatti, da far temere in primo luogo a Kiev, ma non solo, un sostanziale abbandono proprio da parte della maggiore potenza, e anzi superpotenza, occidentale che più delle altre, sotto la presidenza di Barack Obama, aveva voluto punire le denunciate malefatte della Russia con sanzioni collettive non di poco conto e poi mantenerle malgrado la loro tangibile inefficacia, i loro effetti controproducenti come l’intervento militare di Mosca in Siria e la stanchezza serpeggiante tra gli alleati di Washington.

Ben presto, tuttavia, i propositi del neopresidente americano e dei suoi collaboratori sono sembrati oscurarsi o addirittura rovesciarsi, riguardo ai rapporti con la Russia in generale e alla questione ucraina in particolare, dove alcuni pronunciamenti ed accenti hanno suscitato l’impressione di un tendenziale irrigidimento anche rispetto alla linea della precedente Amministrazione USA. Si è parlato, ad esempio, di condizionare qualsiasi accordo con Mosca alla restituzione della Crimea all’Ucraina quando la perdita della penisola per quest’ultima viene generalmente considerata irreparabile per un complesso di motivi.

Si è comunque creato così un clima di incertezza pesante e preoccupante soprattutto per i dirigenti di Kiev, timorosi a questo punto di essere mollati dal principale protettore ma anche di vedere il proprio Paese diventare un campo di battaglia tra giganti qualora Trump dovesse rivelarsi più guerrafondaio o più incauto di Obama. La pressione domestica in questo senso non manca e potrebbe produrre effetti anche se “the Donald”, invece, dovesse confermare, a dispetto delle apparenze iniziali, di non avere proprie idee chiare sul da farsi.

Lo lascia intendere quanto accaduto subito dopo il suo primo e recente colloquio telefonico con Vladimir Putin nel quale, sembra, i due presidenti avrebbero concordato di incontrarsi nel prossimo luglio. Sei membri del Senato di Washington, per metà repubblicani con in testa John MacCain, già candidato alla Casa bianca contro Obama, gli hanno inviato una lettera per raccomandargli di dare la precedenza ad un suo primo incontro con i dirigenti di Kiev nonchè di fornire all’Ucraina anche quelle armi difensive ‘non letali’ che il predecessore aveva preferito non concedere, a differenza di altri governi alleati. Di compiere, insomma, un paio di gesti necessari, ad avviso degli scriventi, per rassicurare Petro Poroshenko e compagni e togliere a Putin e i suoi ogni illusione che qualcuno di loro (non lo stesso presidente russo, a quanto pare) si fossero eventualmente fatti di una reale svolta americana anche riguardo alla questione ucraina.

In materia di armamenti, peraltro, e di preparativi militari in generale, i governanti ucraini erano già decisamente impegnati a rafforzare ad ogni buon conto il Paese (con risultati importanti, si dice) ancor prima dell’irruzione in scena di Trump, e certo non hanno alcun motivo per rilassarsi neppure dopo il subentro dell’attuale incertezza o confusione agli allarmanti gesti e parole che avevano caratterizzato i suoi esordi. Ma lo stesso facevano, e continuano a fare, anche in materia di rapporti con la Russia, perseguendo e accentuando la separazione e l’allontanamento da essa su tutta la linea, dai riferimenti storici alla lingua oltre naturalmente alla politica, all’economia e ai contatti umani, talvolta al punto da inscenare oggettive provocazioni, apparentemente deliberate e, si deve presumere, calcolate.

Si tratta di una strategia evidentemente rischiosa, tenendo conto della dimostrata capacità del Cremlino di usare all’occorrenza la mano pesante, fuori dai confini, senza eccessive remore ed esitazioni. Una strategia dichiaratamente ispirata alla sfiducia in un’utile percorribilità delle vie negoziali e verosimilmente mirante a provocare reazioni tali da legare maggiormente a Kiev Paesi e governi più o meno solidamente amici ma inclini a cercare appena possibile un minimo di compromessi piuttosto che avventurarsi verso scontri ad oltranza. Nella migliore (e anche più augurabile) delle ipotesi è però una scelta che può portare al massimo alla stabilizzazione, consacrata o meno, dell’attuale situazione di fatto,  senza ulteriori perdite territoriali per l’Ucraina dopo quella della Crimea e del Donbass. E che potrebbe semmai trovare una giustificazione nell’eventuale incontro con una scelta analoga da parte di Mosca, che non è scontata in partenza.

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