martedì, Marzo 19

Ucraina, la guerra continua e forse si inasprisce Cinque anni dopo la ‘rivoluzione di Maidan’ il braccio di ferro tra Kiev e Mosca non accenna ad esaurirsi, né a diventare meno pericoloso per tutti, con una Europa che temporeggia e un Trump indecifrabile

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Quasi nessuna delle repubbliche ‘socialiste e sovietiche’ che componevano l’URSS, defunta nel 1991, hanno poi goduto un’indipendenza almeno tranquilla. L’Ucraina, che era il membro più importante di quell’Unione dopo la Russia ed è stata anche la principale promotrice della sua disintegrazione, per una sorta di nemesi storica ne ha sicuramente goduto meno di tutte. In continuità, del resto, con una storia millenaria delle più travagliate. E oggi le nuove scintille.

Mercoledì scorso il Paese, o meglio il suo attuale regime, ha festeggiato il quinto anniversario dellarivoluzione di Maidan’, ossia dell’inizio della sollevazione popolare soprattutto a Kiev, la capitale, che provocò la caduta, tre mesi più tardi, del gruppo dirigente filorusso capeggiato dal Presidente Viktor Janukovic, contrario all’aggancio all’Unione europea, caldeggiato invece dai suoi oppositori filoccidentali.

Ufficialmente si chiama ‘Festa della libertà e della prosperità’, e cade nello stesso giorno, il 21 novembre appunto, in cui nel 2004 aveva trionfato una rivoluzione dello stesso segno e di colore arancione come altre simili di quel periodo. Si chiamò allora Festa della libertà, una libertà, o una festa, che, però, durò poco, a causa soprattutto della litigiosità, imperizia e conseguente impopolarità dei vincitori, inclusa la ‘pasionaria’ Julia Timoscenko, oggi tuttora in lizza per tornare al potere.

Soppressa nel 2011 da Janukovic (che tra l’altro fece incarcerare la stessa Timoscenko), la festa fu ripristinata col nuovo nome dall’attuale Presidente della Repubblica, Petro Poroscenko. Il cui successo, naturalmente esaltato anche nei giorni scorsi dai governanti di Kiev, non potrà, però, considerarsi effettivo, ovvero ragionevolmente duraturo, se non sarà risolta o in qualche modo superata la crisi, grave non solo per l’Ucraina, esplosa quasi all’indomani dell’evento.

Con le ben note reazioni russe, cioè: riappropriazione di forza, per quanto senza colpo ferire, della Crimea, perduta sotto il regime sovietico, e appoggio totale, benchè vanamente mascherato, alla successiva ribellione filorussa dell’Est ucraino, il cosiddetto Donbass. Il tutto seguito dalle controreazioni occidentali: sanzioni economiche e d’altro genere a carico di Mosca, con conseguenti ritorsioni russe, e multiforme sostegno al governo di Kiev. Nonché, infine, da misure e contromisure militari da entrambe le parti, scambi di accuse di vario genere e così via.

Il conflitto armato che ne è nato, e che finora è rimasto locale malgrado i persistenti timori di una più ampia conflagrazione, si è trascinato in questi ultimi cinque anni (sia pure con ‘bassa intensità’, ma provocando pur sempre oltre 10 mila vittime) senza apparenti prospettive di una soluzione negoziata, nonostante i non pochi tentativi e sforzi compiuti in tale direzione, con maggiore o minore impegno delle varie parti interessate.

Non c’è molto da festeggiare per nessuno, quindi, e non solo perché il pericolo di un inasprimento e/o allargamento del conflitto è sempre dietro l’angolo -bastino le ultime ore. Mentre non mancano i danni e i costi anche per la Russia (e la stessa Unione europea ne risente in vario modo a causa, ad esempio, delle controverse sanzioni), ne soffre inevitabilmente soprattutto l’Ucraina, non povera di risorse ma bisognosa di pace e stabilità per risollevarsi sotto il profilo economico e civile, oltre che politico-istituzionale, dal collasso del ‘socialismo reale’.

Già prima che la crisi interna ed esterna degenerasse, il Paese necessitava altresì di sostanziosi aiuti esterni per rilanciare la crescita e far quadrare i conti. Scartato e comunque venuto meno il soccorso russo, sono diventate vitali le sovvenzioni del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale. Che, per alcuni anni, non sono mancate, ma sono state congelate nel 2017, a causa dell’inadempienza del Governo di Kiev alle condizioni poste per mantenerle.

Nei giorni scorsi il Parlamento ucraino ha approvato un bilancio per il 2019 articolato in modo da consentire lo sperato sblocco di crediti da parte del FMI per un totale di 3,9 miliardi di dollari, e comprendente tuttavia misure, come il rincaro della benzina da tempo sollecitato, destinate a suscitare forte malcontento popolare. Se il Fondo riterrà sufficiente la manovra e verserà una prima rata già in dicembre, il suo esempio dovrebbe essere seguito, come di consueto, sia dalla Banca mondiale sia dall’Unione europea, con la quale l’Ucraina, coronando la sfida lanciata alla così dura contrarietà russa, ha finalmente stipulato l’agognato accordo di associazione nell’estate del 2017.

Con Bruxelles, peraltro, gli ostacoli ad una soddisfacente collaborazione non si limitano alla sfera economico-finanziaria. Dove, certo, si fa sentire l’impatto di una corruzione largamente diffusa nel Paese e la cui incidenza negativa sul Pil ammonta a ben due punti percentuali secondo il rappresentante del FMI a Kiev. Ma i guasti che essa produce sono anche di natura politica.
L’attuale Governo, accusato da più parti di non combattere il malaffare con adeguata energia, si scredita infatti agli occhi della popolazione mentre la stessa UE indica nella corruzione e nel clientelismo, altrettanto saldamente radicato, seri impedimenti a prendere in considerazione una promozione dell’Ucraina da semplice associata a membro a pieno titolo dell’Unione.

Anche Kiev, tuttavia, ha qualcosa da rimproverare a Bruxelles e a singoli governi della UE. Non può lamentarsi, finora, della loro difesa delle posizioni ucraine nel complessivo confronto-scontro politico-diplomatico, e in qualche misura anche militare, con una Russia imputata di perdurante aggressione, con relativa violazione del diritto internazionale, ecc. Si potrebbe, anzi, affermare (senza per questo negare qualsiasi validità alle opposte ragioni di Mosca) che la protezione europea, in aggiunta naturalmente a quella americana, ha finora garantito, al limite, la stessa sovranità e indipendenza del Paese contro temibili attentati esterni o sostenuti dall’esterno.

Poroscenko e compagni vorrebbero, però, dato appunto il perdurare dell’aggressione (o comunque la si voglia definire), una maggiore durezza nei confronti di Mosca. Lamentano, ad esempio, che la Germania abbia concordato con la Russia (malgrado l’opposizione della Polonia, soprattutto) la costruzione di un secondo gasdotto nel Baltico, destinato a rifornire a cura di Gazprom anche altri Paesi europei a scapito delle condutture in territorio ucraino e delle relative entrate che Kiev ne ricava. Lamentano, altresì, che lo stesso colosso russo del gas sia stato assolto da Bruxelles, in cambio di qualche piccola concessione negoziale, dall’accusa di abuso di una posizione dominante sul mercato energetico continentale.
Protestano vivacemente, inoltre, contro ogni proposito o tentazione di non prorogare automaticamente le sanzioni ad ogni scadenza semestrale, o anche solo di non accodarsi sistematicamente a quelle nuove decretate di volta in volta dagli USA per malefatte russe diverse da quelle originarie riguardanti l’Ucraina. E chiedono, semmai, che queste ultime vengano ulteriormente appesantite, come hanno fatto di recente a causa delle elezioni, perfettamente illegali secondo Kiev, nelle due ‘repubbliche’ secessioniste del Donbass.
Significative, infine, alcune frizioni con Paesi che simpatizzano apertamente per la Russia (magari litigando di brutto con Bruxelles anche per altri motivi), come la vicina Ungheria, lamentatasi a sua volta per limitazioni dell’uso della lingua madre da parte della minoranza magiara in Ucraina. Budapest ha reagito ostacolando la cooperazione ucraina con la NATO e poi concedendo passaporti a connazionali di quella minoranza, con conseguenti espulsioni incrociate di rispettivi consoli e persino una protesta magiara per asseriti movimenti di truppe ucraine presso il confine.

Un clima alquanto perturbato, insomma, nei rapporti con Stati e altri soggetti ufficialmente amici, che pesa anche sulla problematica interna, oltre a venirne alimentato. Il tutto, però, col presumibile concorso del costante sforzo governativo di approfondire la separazione sotto ogni aspetto dall’exsorella’, e oggi piuttosto ‘grande fratello’ russo, al di là di quanto già avviene per effetto del prolungarsi di un conflitto armato sia pure a bassa intensità.

Non si contano ormai gli atti, i gesti e sviluppi vari recanti questo segno. Nella serie più recente spiccano la messa al bando di libri e film russi, le misure contro l’uso di una lingua che fino a non molto tempo fa era parlata nel Paese più dell’ucraino, il distacco delle due Chiese ortodosse ucraine da quellapravoslavadi Mosca (approvato dal supremo patriarca di Costantinopoli-Istanbul ma non riconosciuto, ad esempio, dalla Chiesa serba tradizionalmente vicina a quest’ultima), l’abbattimento di tutte le innumerevoli statue di Lenin disseminate ovunque.
A tutto ciò hanno risposto invettive, minacce e qualche concreta ritorsione da parte russa, controbilanciate, peraltro, da un dato di segno opposto e alquanto sorprendente. Malgrado lo stato praticamente di guerra tra i due Paesi, i loro scambi commerciali, già aumentati di un quarto nel 2017, sono ulteriormente e ancor più cresciuti nella prima metà di quest’anno.

La rianimazione di un vecchio e stretto legame fa comodo a Mosca anche politicamente perché sottolinea una persistente dipendenza ucraina dalla Russia, a dispetto dell’impegno di Kiev ad emanciparsene, specialmente in campo energetico. Per non parlare, poi, dei suoi progetti di vero e proprio blocco economico del Paese nemico. Ma non c’è dubbio che si tratti comunque di un considerevole contributo ad alleviare le difficoltà economiche ucraine, ben maggiori di quelle russe, e quindi di un indiretto aiuto a Poroscenko e compagni.
I quali, tuttavia, contraccambiano finora solo con l’aggiornamento di un processo per alto tradimento a Janukovic, esule in Russia, da dove si è dato malato per giustificare l’impossibilità di presentare anche solo per via telematica la propria versione dei fatti del 2013 e 2014. Poco o niente, insomma, in confronto all’ultima e più plateale provocazione lanciata da Kiev a Mosca: il voto con cui la Rada, il parlamento ucraino, ha approvato a larga maggioranza in prima lettura, venerdì scorso, l’inserimento nella Costituzione del proposito di aderire a pieno titolo sia alla UE sia alla NATO.
Proposito, naturalmente, che senza il consenso per nulla scontato degli amici occidentali è destinato a rimanere platonico, ma che per il momento è bastato ad accendere un ennesimo scontro a fuoco sia pure, in questo caso, solo verbale tra Poroscenko e Vladimir Putin. Pochi giorni prima il ‘nuovo zar’ aveva dichiarato, in una conferenza-stampa a Singapore, che non si può sperare in alcun progresso negoziale sulla questione ucraina finchè il suo rivale rimarrà al potere a Kiev.  Poroscenko, spesso designato in passato come ‘re del cioccolato’, ha replicato negando perentoriamente a Putin qualsiasi diritto, tanto più in quanto leader di uno Stato aggressore, di ingerirsi negli affari interni e nella politica estera di un altro Paese indipendente. E, parlando alla Rada, ha definito il suddetto voto un eloquente messaggio a Mosca, in quanto passo decisivo verso la ‘completa e irrevocabile separazione’ dalla Russia.  

Al Cremlino, tuttavia, sembra non mancare di qualche buon motivo per confidare su una svolta a Kiev. Cioccolato a parte, Poroscenko non è affatto sicuro di ottenere un nuovo mandato presidenziale nell’elezione del prossimo marzo, che lo vedono semmai sfavorito dai pronostici. I sondaggi lo danno solo al terzo posto tra i contendenti, con un misero 10% di preferenze contro quasi il 50% di pronunciamenti negativi.
In testa al gruppo c’è invece la Timoscenko (20% e 27% rispettivamente), personaggio non molto meno controverso la cui eventuale vittoria cambierebbe parecchio le cose, benchè nessuno possa prevedere in quale senso, data una certa ambiguità che l’ha caratterizzata, insieme ad altri difetti, quando capeggiava il Governo filoccidentale. Ma anche gli altri candidati saranno quasi tutti da scoprire in caso di affermazione, almeno per quanto riguarda il conflitto in corso e i rapporti con la Russia. Che costituiscono sicuramente il tema più scottante e cruciale, e però non necessariamente quello decisivo per l’esito della consultazione.

Il protrarsi del multiforme scontro con Mosca ha verosimilmente compattato in larga misura gli ucraini a difesa dell’integrità e dell’indipendenza nazionali, benchè non senza differenze tendenti a crescere tra nazionalisti più accaniti e quelli più moderati. Non si sa, peraltro, quale preciso significato attribuire a recenti sondaggi secondo i quali la simpatia popolare per i cugini (diciamo così) russi sarebbe aumentata negli ultimi tre anni fermo restando il livello di ostilità intorno a circa un terzo degli interrogati.

E’ comunque evidente che, anche se Poroscenko venisse sloggiato (con un voto sperabilmente libero e pulito) per prevalenti motivi di politica e condizioni di vita interne, il conseguente avvicendamento si ripercuoterebbe non poco, in un modo o nell’altro, sui rapporti e sul contesto esterno, rendendo ancor più ardua la previsione di come potrebbe evolvere la situazione nel suo complesso. In attesa del responso delle urne, l’attenzione rimane dunque obbligatoriamente concentrata sulle mosse e gli atteggiamenti delle maggiori potenze coinvolte nella crisi, ossia degli Stati Uniti oltre che della Russia e dell’Unione europea.

Anche qui, per la verità, si naviga alquanto alla cieca. Da Mosca sono arrivati sinora segnali non univoci sulle già menzionate elezioni nel Donbass secessionista, dove si continuano, del resto, a registrare improvvise quanto misteriose scomparse di dirigenti forse non abbastanza ligi al Cremlino oppure vittime di agenti nemici. Se i loro sostituti ottenessero da Mosca il riconoscimento formale delle due sedicenti repubbliche, finora mancato, ciò potrebbe preludere ad un’annessione russa simile a quella della Crimea, ossia ad un’eventuale scelta della spartizione dell’Ucraina, concordata o di fatto, anziché ad un continuato uso strumentale della minacciata secessione per finalità più ambiziose.

Quanto agli USA, restano sempre enigmatiche le reali posizioni e intenzioni di un Donald Trump che ormai non accenna più ad un qualche riconoscimento dei diritti russi sulla Crimea, ma in compenso attribuisce al proprio predecessore, Barack Obama, la colpa per la caduta della penisola in mano russa, lasciando interdetto innanzitutto il suo intervistatore di turno.
E mentre i suoi principali collaboratori continuano ad assicurare pieno appoggio e protezione al Governo di Kiev, l’indecifrabile presidente non desiste dal magnificare la positività del suo ultimo incontro ufficiale con Putin, a Helsinki, anche per quanto concerne la questione ucraina, e quindi ad alimentare l’attesa del prossimo vertice, benchè solo ventilato sia pure da entrambe le parti.

Annunciato, nel senso di già nell’aria, era invece lo scontro navale appena avvenuto nel Mar Nero, o più precisamente nel piccolo Mare di Azov, conteso tra Russia e Ucraina, per iniziativa non si sa (e probabilmente non si saprà mai) di chi, ma a conferma di una certa logica che, forse adesso più che mai, spinge entrambi i contendenti a mantenere viva, o ad intensificare di tanto in tanto, la reciproca pressione per un comune interesse chissà quanto ben calcolato. Una logica che si potrebbe definire perversa, in quanto rischia, nella migliore delle ipotesi, di congelare indefinitamente un conflitto penalizzante per tutti, e nella peggiore di provocarne prima o poi uno diverso e ben più devastante.     

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