martedì, Agosto 4

Ucraina, entra in gioco anche la Cina I massicci soccorsi cinesi al governo di Kiev potrebbero agevolare la ricerca di una soluzione pacifica del conflitto sempre aperto

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Conclusa con un bilancio non dei più apprezzati (ma i rimpianti sono sempre dietro l’angolo) la relativamente lunga esperienza di ministro degli Interni, Angelino Alfano cerca di rifarsi con la politica estera, anche se la sua permanenza alla Farnesina sarà, salvo sorprese, assai breve, dopo lo squagliamento del piccolo partito che capeggiava e la rinuncia personale alla ricandidatura parlamentare.

Nella sua veste più recente l’ex erede presuntivo di Silvio Berlusconi ha assunto la presidenza di turno, che toccava all’Italia, dell’OSCE, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa il cui compito più impegnativo (e finora decisamente più ingrato) consiste da alcuni anni nella vigilanza sul cessate il fuoco in Ucraina e in quel tanto o poco di contributo che essa può dare, istituzionalmente, agli sforzi per ristabilire la pace in quel Paese.

L’esordio di Alfano in un simile cimento avviene all’insegna di una lodevole baldanza. Tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio si recherà a Kiev e a Mosca con l’intento di intensificare e incoraggiare quegli sforzi oltre che (come ha annunciato nei giorni scorsi) per dissuadere i belligeranti diretti o indiretti dal perseverare in ‘reciproche provocazioni’ che mantengono un clima sfavorevole all’efficacia delle misure di fiducia concordate quanto meno per congelare davvero il conflitto in corso ormai da quattro anni.

Ibrido o a bassa intensità quanto si voglia, il conflitto nel Donbass continua in effetti a scoppiettare mietendo vittime (oltre 10 mila, sinora), le ultime delle quali pochi giorni fa, e riproponendo immancabili accuse reciproche di violazioni di una tregua vigente solo sulla carta. L’unico progresso registrato sul campo è stato un inedito scambio di prigionieri, in dicembre, tra i ribelli filorussi e il governo ucraino, come ha sottolineato lo stesso Alfano pur avvertendo che occorrerà fare molto di più anche solo per alleviare le conseguenze del conflitto sotto il profilo umanitario.

Per il resto, però, va altresì riscontrato un movimento nel suo più ampio contesto che presenta, insieme a sviluppi di segno negativo, altri di carattere almeno potenzialmente positivo e tali quindi da migliorare anche le prospettive degli sforzi che sta compiendo l’OSCE come di quelli dei vari altri mediatori più o meno apertamente attivi, a cominciare dai partecipanti ai colloqui ufficiali stabilmente in corso a Minsk, la capitale bielorussa che li ospita.

Da tenere presente, peraltro, che qualsiasi sviluppo può essere per lo più considerato negativo o positivo a seconda di potenzialità spesso diverse e delle reali finalità perseguite da ciascuna parte in causa e raramente chiare ed evidenti, tanto più se mutevoli a seconda delle circostanze.

E’ il caso, ad esempio, della decisione americana (22 dicembre) di fornire all’Ucraina armi ‘letali’, a prima vista allarmante benchè a Washington si sostenga che non si tratta di armi offensive bensì solo difensive (missili anticarro, a quanto risulta). Si sa invece che la distinzione risulta spesso ardua e che simili forniture, comunque, vengono facilmente percepite come atti ostili, oltre che pericolosi, dagli antagonisti di chi le riceve.

In effetti, un’Ucraina militarmente rafforzata, per quanto sempre e di gran lunga meno forte della Russia, potrebbe come minimo mostrarsi più restìa a concessioni in sede negoziale e come massimo passare all’attacco contro i ribelli del Donbass (che Mosca, finora, finge di non sostenere militarmente) perché rassicurata in entrambi i casi circa la protezione USA, politica e al limite anche militare.

Non è tuttavia sicuro, specie con un Donald Trump alla Casa bianca, che Washington intenda appoggiare Kiev fino in fondo e a tutti i costi e non miri piuttosto a rafforzarla di quel tanto che basta per andare finalmente ad una trattativa serrata con Mosca per raggiungere un compromesso accettabile per tutti. A fare, cioè, quello che era lecito aspettarsi dal mercanteggiatore professionale divenuto presidente degli USA e dichiaratamente intenzionato a venire a patti con Vladimir Putin liquidando la contesa ingaggiata dal proprio predecessore.

Il tutto, è vero, prima che scoppiasse il putiferio del Russiagate provocando l’apparente conversione di Trump a campione di una nuova guerra fredda. E stavolta, per di più, con quasi mezzo mondo oltre che con almeno metà del proprio Paese. Anche questa svolta, tuttavia, non sembra affatto scontata, e ad ogni buon conto, per quanto concerne l’Ucraina, proseguono senza sosta i colloqui bilaterali tra due appositi incaricati dalla Casa bianca e dal Cremlino, mentre aumenta tra gli alleati europei degli USA la stanchezza per le sanzioni inflitte alla Russia.

Il quadro, dunque, e le conseguenti prospettive, si presentano oltremodo complessi ed incerti, e a renderli ulteriormente tali contribuisce anche il perdurare e persino l’aggravarsi della situazione interna in Ucraina. Il pericolo che essa diventi il più grosso dei malati forse incurabili d’Europa, in compagnia di Paesi come la Grecia o la Moldavia, viene denunciato da più parti, constatando la sua apparente incapacità di uscire dalla depressione economica che l’ha prostrata negli ultimi anni, sia pure con la complicità, certo, del conflitto armato, che ha spinto Kiev a troncare gran parte dei multiformi e predominanti legami con la Russia.

Le speranze di Kiev di rilanciare stabilmente una rapida crescita produttiva sembrano affievolite se non svanite. Secondo l’economista svedese Anders Aslund, conoscitore come pochi altri dei Paesi ex comunisti, essa non assumerà il ritmo desiderabile neppure quest’anno, e ciò ritarderà ancora il risanamento finanziario indispensabile per scongiurare la bancarotta. I ritardi vengono attribuiti non solo da Aslund all’insufficienza delle riforme sin qui attuate e la cui accelerazione è ostacolata dalla corruzione, dai favoritismi e dai clientelismi.

Di qui un diffuso malcontento popolare e una crescente ostilità nei confronti del governo e della classe dirigente nel suo insieme, che gli appelli alla solidarietà contro il nemico esterno non bastano a placare anche perché si incrociano con le opposte accuse di non difendere adeguatamente i più o meno sacrosanti interessi nazionali di fronte ad esso e in generale. Aumenta invece il rischio che prima o poi riesploda un’aperta conflittualità politica con le incalcolabili conseguenze del caso.

Nel frattempo, mentre le organizzazioni internazionali sospendono o minacciano di tagliare i loro aiuti finanziari, anche i governi finora amici, compreso quello americano, non nascondono la loro irritazione e si domandano se sia sensato continuare a foraggiare uno Stato somigliante ad ‘una cleptocrazia semi-autoritaria nella quale pochi detentori del potere usano l’apparato statale per promuovere i loro interessi privati’, come si legge in un recente documento del Consiglio europeo per le relazioni con l’estero. «Non avrebbe senso per l’Ucraina combattere nel Donbass per salvare il proprio corpo se perde la sua anima a causa della corruzione», ha dichiarato recentemente Rex Tillerson, segretario di Stato USA.

Un simile stato di cose riesce naturalmente gradito alla Russia, che vede come minimo allontanarsi lo spettro di un’Ucraina destinata ad integrarsi irrecuperabilmente nell’Unione europea e nella NATO a coronamento del cammino iniziato con la ‘rivoluzione di Maidan’. Con l’evento, cioè, più inviso a Mosca dopo il ribaltone del 1991, e rispetto al quale il Cremlino potrebbe persino sognare di prendersi un’insperata rivincita senza dover neppure ricorrere ancora all’uso della forza più o meno camuffato.

Qualora invece l’Ucraina non fosse destinata a ricadere nell’orbita russa quasi senza colpo ferire, ossia per effetto di una nuova deriva del proprio Stato indipendente (che sarebbe infatti la terza in 27 anni, tenendo conto della prima rivoluzione filo-occidentale, del 2004), esiste un’altra carta che il presidente Petro Poroshenko e i suoi compagni potrebbero giocare per scongiurare un simile esito della più lunga e più grave crisi nazionale senza dover neppure contare su un  pieno sostegno occidentale né soddisfare le condizioni che l’Occidente tende a porre per garantirlo: la carta cinese.

Solo in questi ultimi giorni, stranamente, i media internazionali si sono accorti che la partita in corso non si gioca solo a due, cioè, in ultima analisi, tra Mosca e Washington come ai tempi della ‘guerra fredda’. Risale addirittura al 2011 la messa in cantiere di una partnership strategica tra Kiev e Pechino per la partecipazione ucraina al grande progetto della One Belt, One Road, ovvero della nuova ‘Via della seta’ destinata a collegare la Cina all’intera Europa. A Kiev, allora, regnava Viktor Janukovic, il presidente generalmente considerato filorusso e riparato in Russia dopo essere stato defenestrato dalla rivoluzione di Maidan, e che tuttavia aveva cercato fino all’ultimo di sottrarsi ad un legame troppo esclusivo con Mosca agganciando l’Ucraina anche alla UE.

Nel dicembre 2013, quando era già iniziata la sollevazione popolare contro la sua resa alle pesanti pressioni russe in senso contrario, Janukovic si era recato a Pechino per concordare con Xi Jinping, appena assurto al potere supremo, il rafforzamento dei rapporti bilaterali quanto meno economici. I quali, oscurati non solo inizialmente dai drammatici eventi che seguirono, a maggior ragione dopo il ribaltone di Kiev si sono effettivamente sviluppati negli anni e in ogni settore nonostante il comprensibile ritegno cinese a sbandierarne l’oggettivo rilievo anche politico.

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