venerdì, Febbraio 28

Ucraina: crescere per non affogare Risanamento e sviluppo economico servono al nuovo presidente anche per meglio reggere al duro confronto politico-militare con Mosca

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Tra nove giorni terrà a Kiev la sua seduta inaugurale la Verchovna Rada, il parlamento unicamerale eletto nello scorso luglio e per la prima volta, da quando l’Ucraina è uno Stato indipendente, dominato da un solo partito. Si chiama Servitore del popolo ed è stato creato su due piedi da Volodymyr Zelensky, il nuovo presidente trionfalmente eletto a sua volta nello scorso aprile in veste di assoluto novizio della politica, potendo vantare solo un curriculum di successi come popolare comico televisivo.

A questo punto, per completare un così straordinario cambiamento di scena in un Paese da anni al centro della più scottante problematica internazionale, non rimarrà che la formazione di un nuovo governo. Che sarà naturalmente molto diverso da quello che collaborava con il predecessore di Zelensky, Petro Poroscenko, ma la cui composizione fornirà comunque qualche utile indicazione su come l’ex comico intende muoversi concretamente al di là dei propositi sinora enunciati e per lo più generici.

L’attesa maggiore, inutile dirlo, riguarda i problemi esterni, includendo nella categoria i rapporti con le province orientali del Donbass, la cui ribellione armata non sarebbe mai avvenuta né sarebbe proseguita per cinque anni senza l’incoraggiamento e il multiforme appoggio russo. La soluzione della crisi, a cominciare dalla cessazione del conflitto ‘a bassa intensità’ ma ugualmente grave sotto ogni aspetto, dipende perciò, in primo luogo, da Mosca, ossia dal prezzo che essa chiede per ristabilire la pace.     

Non si tratta, probabilmente, solo del riconoscimento internazionale dell’annessione russa della Crimea, sinora negato praticamente da tutto il mondo, ma anche della collocazione dell’intera Ucraina tra Unione europea e NATO da una parte e Russia dall’altra, più ancora che di un’adeguata autonomia per il Donbass. Di un’appropriazione di fatto anche del quale Mosca potrebbe d’altronde accontentarsi qualora il dialogo con le controparti restasse infruttuoso, presumendo che né Kiev né alcuna potenza occidentale ricorrerebbe mai alla forza militare per impedirla.

Zelensky, dal canto suo, addita la pace come suo principale obiettivo, e tuttavia non deflette dall’intransigenza che caratterizzava le posizioni di Poroscenko sul tutta la linea. Dichiara insistentemente di voler negoziare con Vladimir Putin per ottenerla ma intanto risponde colpo su colpo a tutti i gesti ostili di Mosca e continua a troncare di propria iniziativa alcuni dei non pochi legami di vario genere che ancora accomunano la “piccola Russia” di un tempo a quella “grande”.

Col passare dei mesi il “nuovo zar”, inizialmente scettico o addirittura sprezzante, ha finito col mostrarsi disposto ad incontrarsi a quattr’occhi col nuovo omologo. Una simile prospettiva stenta però a concretizzarsi, e nel frattempo entrambe le parti sembrano preferire le vecchie sedi negoziali multilaterali, per quanto già ampiamente sfruttate senza esito, oppure i canali bilaterali con altri interlocutori il cui sostegno resta vitale nel caso dell’Ucraina.

Il tema risulta infatti essere stato affrontato, con apparente profitto, in un colloquio tra Putin e Emmanuel Macron svoltosi l’altro ieri nel sud della Francia, lasciando trapelare la possibilità di un vertice quadripartito a breve scadenza con la partecipazione aggiuntiva della Germania e ovviamente dell’Ucraina. Fino a poco tempo fa il canale potenzialmente più efficace sembrava quello russo-americano, ma le varie complicazioni insorte tra Mosca e Washington e il condizionante impegno di Donald Trump nella campagna presidenziale hanno verosimilmente contribuito a disattivarlo almeno temporaneamente

L’eventuale rilancio degli sforzi ad ampio raggio per sbloccare uno stallo conflittuale dannoso in varia misura per tutte le parti direttamente o indirettamente coinvolte dovrebbe tuttavia ricevere una spinta tutt’altro che secondaria proprio dal cambiamento di scena a Kiev e dintorni. Un governo ucraino più solido e più popolare del precedente è automaticamente in grado di trattare a fini di pace da posizioni più forti, grazie ad un sostegno più convinto da parte degli amici e ad un maggiore rispetto da parte dell’avversario.

Il rafforzamento da registrare non è infatti soltanto politico ma anche morale ed economico. Insieme alla pace l’altra carta più pesante che Zelenski ha gettato sul tavolo è quella di una lotta risoluta contro la corruzione, il malaffare in generale e il clientelismo, mali che oltre a screditare il Paese e i suoi governanti ad ogni effetto concorrevano a prostrarlo economicamente. Il nuovo presidente deve ancora dimostrare di volere e poter combatterli a fondo, senza tentennamenti e favoritismi nei confronti di questo o quell’”oligarca”. Però qualcosa di incisivo lo sta già facendo.

Nel prossimo settembre entrerà in funzione un Tribunale supremo anticorruzione, un’innovazione alla quale Poroscenko si era a lungo opposto. Il preesistente organo amministrativo creato allo stesso scopo faceva del suo meglio, forse, ma i tribunali ordinari cui passava i casi di competenza giudiziaria li chiudeva spesso con assoluzioni talvolta scandalose o condanne platealmente blande. Nonostante qualche passo avanti compiuto negli ultimi anni, nella graduatoria annuale di Transparency International l’Ucraina è rimasta relegata tra i Paesi più corrotti del mondo, e precisamente al 120° posto, tra il Mali e Gibuti.

Alla causa della moralizzazione e della separazione tra politica e affari dovrebbe giovare altresì il programmato repulisti del Servizio di sicurezza. Dedito sinora, a quanto si dice o legge, alle attività più oscure e incontrollate, non senza legami quanto meno sospetti con centri stranieri. E lo stesso vale ovviamente per la progettata riforma del sistema giudiziario, il decentramento amministrativo e la prevista abolizione dell’immunità parlamentare. 

Anche alla causa del risanamento e dello sviluppo economico, inoltre, dovrebbe contribuire una più sistematica e corretta privatizzazione; sopravvivono tuttora 3350 imprese statali. E così pure la preannunciata revoca della moratoria, sinora prorogata di anno in anno, sulla libera compravendita delle terre rurali della cui privatizzazione, all’inizio del secolo, avevano finito col beneficiare soprattutto i grandi proprietari, sfruttatori del lavoro dei piccoli, per di più in violazione del dettato costituzionale.

Si mira ad attrarre in tal modo gli investimenti stranieri anche in agricoltura, che più in generale latitano a causa della carente legalità e incertezza del diritto nonché degli intralci burocratici oltre che della corruzione. Si lamenta ad esempio che dalla Germania, tradizionalmente presente e attiva con imprese e capitali in tutto l’Est europeo, e per di più impegnata con la sua diplomazia in difesa dell’indipendenza ucraina, siano giunti fino al 2017 investimenti per soli 150 milioni di euro.

Proprio all’agricoltura, frattanto, spetta il principale merito per un exploit tanto più inatteso in quanto l’Ucraina sempre in guerra si trova adesso circondata da un contesto, europeo e non solo, alle prese con improvvise recessioni (Germania in testa) e non meno allarmanti stagnazioni. Nel secondo trimestre dell’anno il PIL ucraino è aumentato del 4,6% su base annuale, circa il doppio di quanto si prevedeva.

Non è un record, perché nel terzo trimestre del 2016 era stato raggiunto il +4,8%. Si trattava però di un caso eccezionale, mentre il confronto va fatto piuttosto con una crescita media annuale che a partire dallo stesso 2016 non aveva superato il 2-3%. Avviando comunque un minimo di ripresa dal crollo complessivo del 15% nel biennio successivo alla perdita della Crimea e allo scoppio del conflitto nel Donbass. 

Ne erano altresì conseguiti il dimezzamento del PIL pro capite e la riduzione del Paese ad un livello di povertà inferiore, in Europa, solo a quello della vicina Moldavia. Con l’aggiunta di un’inflazione che nel 2015 infuriava intorno al 50% per poi scendere via via ma mai al di sotto del 10-15% annuo, e di una moneta nazionale, la hryvnja, svalutatasi di quasi la metà rispetto all’euro. Che per Kiev è la principale moneta di riferimento perché, grazie anche all’accordo di libero scambio stipulato con Bruxelles nel 2016, fa attualmente capo alla UE oltre il 40% del commercio estero ucraino, E ciò benchè in testa ai singoli partner statali rimanga, malgrado tutto, la Russia.  

Per risollevare decisamente l’economia nazionale occorrerà insomma un’adeguata accelerazione, e infatti la nuova dirigenza punta su una crescita media annua del 5-6%, guardando al quale l’esito del secondo trimestre del 2019 può rappresentare un minimo di conforto e incoraggiamento ma, ovviamente, non molto di più. I relativi dati servono comunque a ricordare che il potenziale economico del Paese è di tutto rispetto e una sua gestione più appropriata delle precedenti potrebbe, tanto più in condizioni di pace, premiare ogni ragionevole ambizione.

Il recente balzo del PIL si deve in gran parte ad un boom delle esportazioni di grano tale da rievocare i fasti di un passato più o meno lontano. Nel primo semestre dell’anno esse sono aumentate del 42,3%, approfittando delle intemperie che hanno colpito soprattutto, guarda caso, la produzione e l’export della Russia, dominatrice del settore in questi ultimi anni. Ha trovato comunque piena conferma la collocazione dell’Ucraina tra i primi dieci produttori mondiali di cereali, già sottolineata dal raccolto record del 2018.

E poi non c’è solo il grano. Detentore di un terzo delle ultrafertili ‘terre nere’ d’Europa, il Paese può contare anche su altre produzioni rurali che hanno contribuito negli ultimi anni ad aumenti in doppia cifra delle complessive esportazioni agricole, fino a superare il 40% dell’export nazionale totale grazie ad una quota del 10-12% della produzione nazionale nel suo complesso. 

Gli esperti calcolano che l’abolizione della moratoria di cui sopra potrebbe consentire all’Ucraina di eguagliare gli invidiabili ritmi di crescita dei suoi immediati vicini occidentali: Polonia, Ungheria e Slovacchia. Dal primo dei quali, tra l’altro, potrebbe richiamare prima o poi in patria almeno una parte del milione abbondante di emigrati per lavoro (tanti altri sono anche in USA, Cechia e Italia oltre che in Russia) per rimediare a futuri vuoti di manodopera anziché accontentarsi del pur prezioso contributo delle loro rimesse (complessivamente pari al 12% del PIL nel 2018) alla quadratura dei conti nazionali.

Ricca d’altronde di numerose materie prime, l’Ucraina già vanta un’industria siderurgica competitiva internazionalmente e capace di coprire un quinto dell’export totale e viene ritenuta in grado di diventare uno dei maggiori esportatori di gas naturale. Anziché contare, in questo caso, sui pur già ridotti proventi dal passaggio sul suo territorio dei residui gasdotti russi, verosimilmente destinati a scomparire del tutto con l’entrata in funzione del secondo gasdotto sul Mar Baltico, pur tanto osteggiato quanto desiderato in Occidente.

Si segnalano infine buone prospettive di ulteriore sviluppo anche in già affermati settori tecnologicamente d’avanguardia, il cui apporto sarà comunque necessario sia per rafforzare il sistema Paese sotto il profilo politico non meno che economico, sia per fronteggiare le prossime scadenze dei debiti che Kiev ha dovuto contrarre nel corso degli anni per scongiurare default ripetutamente incombenti: 20 miliardi di euro erogati da Fondo monetario, Banca mondiale e Unione europea a partire dal 2015 a oggi. 

A questo proposito saranno eventualmente utili a Zelensky le riserve valutarie che una Banca nazionale anch’essa controversa è riuscita malgrado tutto ad accumulare aumentandole da 6 miliardi di dollari nel 2015 ai 21 miliardi attuali. Con la presumibile speranza, del nuovo presidente, di non essere costretto a toccarle.

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