giovedì, Agosto 22

Ucraina: cambio della guardia a furor di popolo Il trionfo elettorale di un comico di professione apre nuove prospettive, benchè tutte da verificare, nella più pericolosa crisi internazionale degli ultimi anni

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Non c’è stata partita. Il populista di turno ha vinto, e in questo caso stravinto, anche a Kiev. Previsioni e sondaggi, insieme ad un certo vento che tira, hanno trovato abbondante conferma anche in uno dei Paesi oggi più travagliati d’Europa e del mondo, nel quale e intorno al quale tutto poteva (e può) accadere in qualsiasi momento. Compresa, naturalmente, l’ascesa al vertice dello Stato ucraino di un comico, popolare ma fino a pochi mesi fa sconosciuto all’estero e inventatosi primattore politico solo per la fatidica occasione elettorale.

C’è chi non si stupisce per l’accaduto ricordando che Kiev (o Kyiv, secondo la denominazione ucraina, meno familiare di quella russa) non è stata solo la culla medievale della ‘grande Russia’ prima di regredire a capitale di quella ‘piccola’ in tempi meno lontani. E’ stata anche patria di due grandi della letteratura, russa o ucraina che sia, come Nikolaj Gogol’ e Michail Bulgakov, cultori del genere fantastico e grottesco sotto gli zar e il regime sovietico.

La vittoria a valanga, comunque straordinaria, del ‘servitore del popolo’ Volodymyr Zelenskiy è stata in realtà salutata con aperto scetticismo, se non peggio, solo dalla voce, altrettanto fuori dagli schemi, di una moderna Cassandra. Un’attivista del gruppo Femen, già scatenato a Mosca e dintorni ma poi costretto ad esibirsi altrove, si è infatti presentata in topless presso un seggio elettorale per avvertire la gente che mandare al potere un comico si sarebbe rivelato un errore assai meno divertente.

Per il resto, e benché le poste in gioco in Ucraina siano oltremodo grosse da ogni punto di vista, la novità sta ricevendo un’accoglienza per lo più pacata, non pessimistica e in qualche caso persino positiva, al di là delle usuali convenienze e formalità di circostanza. Il trionfatore di giornata rimane inevitabilmente, agli occhi dei più se non proprio di tutti un oggetto misterioso. Qualcosa del suo comportamento e delle cose dette o non dette durante la campagna elettorale deve però essere suonato bene a molte orecchie, come la modesta assicurazione che se si accorgerà di non farcela non esiterà a tirarsi indietro.

Lo scontro che ha preceduto il voto decisivo è stato duro soprattutto per scelta iniziale dell’avversario. Petro Poroscenko, presidente uscente, non poteva esimersi dal giocare il tutto per tutto dopo l’esito già disastroso del primo round, che l’aveva visto rischiare addirittura l’esclusione dal ballottaggio per mano della terza classificata, l’irriducibile ‘pasionaria’ Julia Timoscenko. Il ‘re del cioccolato’, perciò, ha attaccato a spada tratta accusando praticamente Zelenskij di essere un agente del nemico russo oltre che di mancare della stoffa necessaria per guidare il Paese in un mare così tempestoso.

Poi però ha smorzato i toni riconoscendo la buona volontà del rivale e limitandosi a contestarne l’idoneità a misurarsi con un antagonista come Vladimir Putin, e a cose fatte si è complimentato col vincitore offrendogli ad ogni buon conto la propria collaborazione. Non si sa quanto utile, peraltro, data la palese impopolarità di un presidente per il quale, secondo un recente sondaggio, circa metà del corpo elettorale non avrebbe votato in alcun caso mentre il 41% dei votanti per Zelenskij lo avrebbero preferito solo perché non sopportano Poroscenko.

Con ogni probabilità sul responso delle urne devono avere pesato soprattutto i temi di politica interna e in particolare il proclamato impegno dello sfidante a combattere a fondo la corruzione, il clientelismo e lo strapotere non solo economico degli ‘oligarchi’, a differenza di un antagonista accusato anche dall’estero di avere fatto troppo poco e male a tale riguardo. Come, del resto, anche in materia di privilegi dei pubblici funzionari e di carente indipendenza della magistratura.

Appena eletto, Zelenskij ha promesso di dare la priorità alla lotta contro la corruzione, intendendo, presumibilmente, l’insieme di questa tematica. E ciò anche perché, presentandosi come un ‘non politico’, una ‘persona ordinaria venuta a scardinare il sistema’, deve come minimo dimostrare di non intrattenere legami compromettenti con un socio in affari (di spettacolo in TV) come Ihor Kolomoyskiy, oligarca tra i più potenti. Una grande banca del quale era stata nazionalizzata nel 2016, con un decreto che la Corte suprema ha tuttavia annullato, dietro ricorso, proprio alla vigilia dell’elezione presidenziale, provocando vivaci proteste da parte di Poroscenko.

L’inquietante episodio rientra nell’ampia problematica economico-finanziaria di un Paese che, da un lato, fatica a far quadrare i conti pubblici (naturalmente anche a causa della guerra civile o ‘ibrida’ nel Donbass) e, dall’altro, soffre di una marcata disuguaglianza sociale ovvero diffusa povertà. Non sarà facile, anche per il comico populista ora al timone, affrontare la strozzatura, particolarmente scottante, dei prezzi sotto costo di elettricità, gas e benzina. L’Unione europea, cui l’Ucraina è associata, ne sollecita un adeguato rincaro, aspramente osteggiato dalla popolazione mettendo a rischio i finanziamenti di Bruxelles.  

Il neopresidente, che come molti suoi conterranei parla il russo con maggiore scioltezza dell’ucraino, è ovviamente molto atteso alla prova anche sul fronte esterno. Le iniziali accuse di Poroscenko sembravano giustificate da suoi dichiarati propositi come quello di ‘inginocchiarsi davanti a Putin’ pur di ristabilire la pace e rimettere in piedi l’Ucraina: quasi un invito a farsi bollare come traditore della patria. Sono tuttavia seguite correzioni di rotta o di linguaggio tali da sollevare dubbi circa le reali intenzioni del successore di discostarsi, nella sostanza, dalla linea del predecessore.

Zelenskiy ha infatti ribadito sia l’inaccettabilità dell’annessione russa della Crimea e del pieno appoggio di Mosca ai ribelli del Donbass sia la scelta ufficiale (della quale Poroscenko aveva ottenuto l’elevazione a precetto costituzionale) di aderire a pieno titolo sia all’Unione europea sia all’Alleanza atlantica. Il tutto quasi a voler smentire sul nascere, di fatto, il proposito di trattare comunque e direttamente con Putin per risolvere ogni pendenza con Mosca rilanciando inoltre i negoziati multilaterali di Minsk teoricamente in corso da anni senza alcun esito apprezzabile e anzi ormai praticamente arenati.

Proprio alla vigilia del ballottaggio, il comico o ex comico ha sfornato un ulteriore proposito meritevole stavolta di seria considerazione: quello di sottoporre a referendum popolare l’obiettivo di aderire alla NATO, che nonostante l’approvazione a larga maggioranza da parte del parlamento permane altamente controverso nel Paese e secondo sondaggi anche recenti lo vede diviso all’incirca a metà tra favorevoli e contrari. La questione è tutt’altro che platonica. Mentre infatti per l’inserimento dell’Ucraina nella UE si potrebbero probabilmente trovare adeguati contrappesi, è da presumere che una rinuncia di Kiev ad entrare nello schieramento politico-militare più marcatamente antirusso sin dalla sua nascita costituisca, per Mosca, una condizione minima per patteggiare seriamente su tutto il resto rinunciando a sua volta all’uso e alla minaccia della forza.

La questione, poi, è di importanza fondamentale anche sotto un altro aspetto, evocato da un videomessaggio di Zelenskiy diffuso sui social media nella fase culminante della campagna elettorale. Si tratta di un appello all’unità nazionale, opportuno e persino doveroso in un Paese privo di una sua identità e relativa omogeneità a causa del modo in cui si è storicamente formato, con successive aggiunte territoriali a ovest e mutazioni etniche anche a est.

Determinando così, come effetto più recente, una situazione che ha visto Poroscenko sgradito a popolazioni tendenzialmente filorusse ma ancor più indigesto, sembrerebbe, ad altre antirusse, influenzabili da forze e gruppi di estrema destra non aliene da nostalgie naziste. Un quadro, questo, che si trova riflesso in una certa misura nella ripartizione regionale del voto di domenica scorsa.

Il divario di consensi tra i due candidati è stato abissale nelle province orientali e meridionali, le più filorusse o meno antirusse, profondo in quelle centrali ma netto anche in quelle occidentali (con un rapporto di circa 6 a 4), dove al presidente uscente si rimprovera semmai, tra l’altro, un’insufficiente durezza nei confronti del Cremlino benchè a Mosca e dintorni si dica abitualmente tutto il male possibile sul suo conto.

Come si vede, il compito che Zelenskiy si prefigge di unire il popolo che intende servire e che lo ha scelto come capo supremo non è certo dei più semplici. E non è neppure facile capire in quale misura il nuovo arrivato sarà aiutato nel suo sforzo dai vari interessati esterni, a cominciare dagli attuali amici dell’Ucraina. Tutti o quasi i governanti stranieri si sono congratulati con il vincitore, come del resto si usa fare comunque salvo casi eccezionali. Formalità a parte, alcune differenze sono però emerse almeno prima del voto.

Entrambi i candidati si sono recati a Parigi, dove lo sfidante è stato ricevuto da Emmanuel Macron prima dello sfidato e si è dichiarato molto soddisfatto per il clima e la costruttività del colloquio. A Berlino, invece, si è appreso che una sua visita non era per il momento prevista mentre Angela Merkel ha elogiato le «relazioni molto strette» intrattenute per anni con Poroscenko assicurando di essere in «permanente contatto» con lui.

La cancelliera tedesca, inoltre, si è detta favorevole alla continuazione degli sforzi negoziali, a suo avviso non del tutto sterili, da parte del cosiddetto ‘quartetto Normandia’ (Ucraina, Russia, Francia e Germania), mentre Zelenskiy è sembrato auspicare un allargamento dei colloqui di Minsk ad altri partecipanti, come forse gli stessi dirigenti delle due sedicenti repubbliche separatiste del Donbass.

Per quanto riguarda gli Stati Uniti, il loro ambasciatore americano a Mosca, Jon Huntsman, aveva ribadito a metà aprile la linea di totale fermezza in difesa dell’integrità territoriale e della sovranità dell’Ucraina e sulle sanzioni inflitte alla Russia, colpevole di avere doppiamente violato entrambe. Le vecchie aperture di Donald Trump riguardo alla Crimea sembrano dunque archiviate. Ma come escludere ulteriori ripensamenti da parte di un presidente americano così imprevedibile, specie dopo il suo parziale scagionamento dal Russiagate con conseguente rafforzamento della sua posizione interna?

La Russia, infine. A Mosca si è continuato a sparare a zero su Poroscenko, ma si è anche comprensibilmente evitato di tifare apertamente per il suo avversario perché altrimenti si rischiava di danneggiarlo piuttosto che giovargli. Risulta però che contatti con il comico ci sarebbero stati, attraverso qualche intermediario ucraino, con relativa offerta di approfondirli, com’è d’altronde ovvio e scontato.

Altrettanto ovvia e scontata dovrebbe essere anche la disponibilità della rinnovata controparte, con conseguente prospettiva di una svolta distensiva tra Kiev e Mosca. Non manca però neppure qualche avvertimento che non sarebbe il caso di aspettarsene gran che. Si suggerisce infatti, non irragionevolmente, che se Zelenskiy riuscisse nell’impresa di migliorare la situazione interna ucraina, consolidando le posizioni governative anche agli effetti esterni, Mosca potrebbe dover fare i conti con una controparte più forte di prima. Per ora, comunque, ogni ipotesi non può che rimanere puramente teorica.

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