lunedì, Ottobre 14

Uccidere chi prega

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Un attacco in territorio europeo desta sempre un fiume di notizie, reportage e analisi sul futuro della sicurezza del Continente. L’attacco condotto lo scorso 26 luglio ai danni della chiesa normanna di Saint Etienne de Rouvray, vicino Rouen, ha in pochi minuti sconvolto l’opinione pubblica occidentale, che sgomenta ha assistito al primo attacco jihadista contro un luogo di culto in Europa.

A tal proposito, c’è chi da subito non ha potuto far a meno di  vedere nell’attacco contro la Chiesa d’Occidente un segno di una guerra di religione o di un conflitto fra civiltà, come Huntington ipotizzava per il futuro scenario geopolitico, tuttavia la situazione è ben più complessa e sfaccettata.

Anche se l’attacco contro un centro religioso costituisca una novità in Europa, non è la prima volta che Daesh organizza o anche soltanto ‘benedice’ azioni contro i luoghi di culto: in Africa e in Medio Oriente l’attacco a santuari, templi, chiese e moschee è quasi all’ordine del giorno.

Esempio lampante di come un luogo di culto può trasformarsi in un buon obiettivo per il terrorismo jihadista è il tragico attentato che coinvolse lo scorso 31 gennaio il santuario sciita di Sayyda Zaynab presso Damasco, ordito ed eseguito da combattenti suicidi dello Stato Islamico.

Daesh, organizzazione che fonda la propria legittimità su una visione cruenta e quasi apocalittica dell’Islam, decide di colpire proprio i luoghi in cui i fedeli di differenti confessioni religiose pregano; le motivazioni di una tale condotta sono legate alla psicologia, alla cultura del jihadismo moderno, nonché ad una visione utilitaristica dell’attacco, giustificato sempre con il dovere del terrorista di ‘purificare’ il Mondo dall’apostasia, a costo di colpire anche altri fedeli della stessa religione.

Se dunque nella propaganda jihadista troviamo giustificazioni e scuse che vanno dalla necessità bellica di colpire il nemico, seppure in un luogo sacro, alla punizione degli ‘apostati’ sciiti, che dedicano i loro santuari anche ai grandi profeti del passato (passando, agli occhi di Daesh, per politeisti e veneratori di altri dei), la motivazione che spinge lo Stato Islamico a colpire i luoghi di culto si riassume nel fatto che la religione ben poco ha a che fare con il jihadismo moderno.

Il traffico di armi, droga, esseri umani, fino ad arrivare a piccoli monopoli di prostituzione e pornografia (che fanno somigliare il pretenzioso Grande Califfato ad una piccola associazione a delinquere) manifestano quanto poco attinenti all’idea di una guerra islamica siano gli interessi dello Stato Islamico. L’idea di Jihad come ‘sforzo’ a comandare il bene e a bandire il male è molto lontana dalla realtà degli attuali fatti.

Già stile di vita proposto dal Profeta dei musulmani Muhammad agli albori dell’Islam, il concetto di Jihad era stato dimenticato già ad un secolo dalla morte del Capo religioso. Molti studiosi successivamente riproposero l’idea di Jihad, il quale era invero un conflitto ben lontano anche dal nostro concetto occidentale e cristiano di Guerra Santa: tra questi, il predicatore siriano Alī ibn Tāhir al Sulamī aveva composto il ‘Libro del jihad’ agli inizi del XII secolo per incentivare e diffondere l’idea del combattimento del buon musulmano. In esso si parla della guerra come entità molto limitata negli spazi e nel tempo. Non tutte le guerre contro popoli infedeli, secondo il pensiero medievale, erano degne di essere chiamate Jihad, come non lo erano neanche tutti i conflitti combattuti a difesa delle stesse città sante dell’Islam. Il vero Jihad, secondo il concetto che al Sulamī estrapola dal Corano, è quello contro un’ingiustizia, un male.

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