lunedì, Ottobre 26

Uber, la partita decisiva

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La questione fiscale ad oggi rimane certamente uno degli argomenti centrali della concorrenza sleale contestata ai nuovi servizi di sharing economy dagli operatori tradizionali. L’ex manager della Fiat, Riccardo Ruggeri, in un suo recente articolo su ‘Italia Oggi’, intitolato «Che cosa non mi convince di Uber», ha invitato il presidente del Consiglio Matteo Renzi, ancora silente sulla questione, a lasciar perdere «il luddismo, la disintermediazione, la disruptive innovation, la tecnofobia dei tassisti», perché il problema è più banale. Piuttosto «chieda a Padoan di simulare il conto economico/stato patrimoniale di un driver» e si accorgerà che con le dovute polizze di copertura all-risk per i passeggeri e la dichiarazione di tutte le entrate, agli autisti intraprendenti non tornerebbero più i conti, così come per i tassisti, i 2.224 euro mensili di costi fissi costituiscono una montagna già molto faticosa da scalare. Di questo ne sono convinti anche tutti i rappresentanti sindacali dei taxi, pronti a bloccare i privati che intendano ancora svolgere un servizio pubblico di trasporto non di linea, senza rispettare la legge. Una liberalizzazione selvaggia, senza un riequilibrio delle condizioni in cui si svolge la concorrenza, sarebbe una miscela esplosiva. Il prezzo delle licenze crollerebbe e tutti quelli che hanno continuato a comprarle a caro prezzo (nonostante le liberalizzazioni di Bersani) o stanno addirittura pagando ancora un mutuo, sarebbero di fatto espropriati.

Un altro ‘bail in’ che il Governo non può permettersi. Secondo un calcolo, per compensare l’espropriazione di 20.450 licenze individuali da tassista, che sul mercato secondario, vista la loro scarsezza e soprattutto la loro trasmissibilità ereditaria, valgono tra i 100 e i 300mila euro, ci vorrebbero complessivamente 4,5 miliardi. Solo allora si potrebbe cominciare a discutere se davvero tutti possano cominciare a svolgere il servizio di taxi. Una fatica che secondo gli ultimi studi di settore consente di portarsi a casa 11.500 euro netti all’anno, mentre chi apre una delle ditte di noleggio con conducente (Ncc) di medie dimensioni, può arrivare a mettersi in tasca fino a 5.000 euro al mese, se i suoi autisti, che mediamente guadagnano 1.150 euro al mese puliti, lavorano bene. I ricavi della maggior parte degli 80.000 Ncc sparsi in giro per l’Italia invece, sono riconducibili a quelli di un cluster analizzato da un vecchio studio di settore del 2004, nel quale i 17.000 lavoratori indipendenti, autisti e tassisti iscritti Screenshot 2016-03-02 23.53.53all’albo delle imprese artigiane di trasporto previsto dalla legge 443/1985 art. 5 e non appartenenti quindi ad alcuna ditta o cooperativa, si dividono un fatturato complessivo di 450 milioni di euro, cioè 26.500 euro lordi all’anno.

E’ tra quest’esercito di berline nere che si possono contare quei circa 2.000 autisti, che da tre anni hanno cominciato anche in Italia a fare affari con il vento di Uber nelle vele. Non ci sono dati disponibili su quanto renda lavorare con la multinazionale californiana, che trattiene il 20% di ogni corsa e continua a raccogliere finanziamenti in giro per il mondo, arrivando a capitalizzare a fine 2015, la cifra monstre di 62 miliardi di dollari, ancor prima di essere quotata in borsa. A Milano è stato calcolato che la stessa corsa con ‘Uberblack’ (il servizio con le berline, nda) a parità di traffico e di tempo impiegati, possa costare tra il 30 e il 50 per cento in più, mentre scenda fino al 50 per cento in meno con il servizio ‘Uberpop’ (quello offerto dal privato cittadino, nda), ormai definitivamente fuori legge in Italia. Un autista uberizzato, secondo le nostre stime, può raccogliere dunque fino a 1.800 euro di guadagni puliti extra, oltre a quelli provenienti dalla sua normale attività. Non a caso nell’ultimo anno, il rilascio delle licenze da ncc, che costa 70mila euro, indipendentemente dal numero di macchine impiegato, è esploso nei comuni di tutta Italia. Intanto nel testo in seconda lettura al Senato del ddl sulla concorrenza, sono spuntati alcuni emendamenti della senatrice di area dem, Linda Lanzillotta, che aprono di fatto le porte alle piattaforme di condivisione di servizi, rimuovendo l’obbligo di rientro in autorimessa per le auto a noleggio con conducente e la restrizione del servizio dentro il proprio comune di residenza. C’è anche l’indicazione del rispetto della massima sicurezza per i passeggeri e l’impegno del governo a emanare un decreto entro sei mesi per regolamentarne l’applicazione.

Carlo Tursi, nuovo ‘country manager’ di Uber in Italia, dopo le recenti dimissioni di Benedetta Arese Lucini, ha annunciato per il 2016 una ripresa delle attività con il lancio di parecchi nuovi servizi, come la linea U, un trasporto collettivo su tragitti personalizzati di nove fermate, che ha già riscosso in fase sperimentale a Roma oltre 50.000 adesioni. In America il servizio ha svoltato definitivamente con l’assunzione di David Plouffe, lo stratega delle due campagne elettorali di Barack Obama. Suo l’appello, pubblicato sul Foglio in occasione del Giubileo In Italia, con cui chiede al Governo italiano di non ostacolare e sostenere questo cambiamento. E’ probabile invece che la questione rimanga ancora per molto tempo nelle mani di avvocati e magistrati, lasciando che la politica possa trattare sottobanco con gli attori che scendono in piazza, invece di progettare tutti insieme un piano dei trasporti per le grandi città più sostenibile. Le leggi, come ha osservato laconico un po’ di tempo l’economista Carlo Alberto Maffè, «si continuano a scrivere con caratteri alfabetici, anche se in taluni casi sarebbe giunto il momento di scriverle sotto forma di algoritmi».

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