venerdì, Settembre 25

‘Two is better than one’: poligamia presidenziale in Kenya Da una parte Kenyatta, riconfermato nell'ottobre scorso, dall'altra Odinga, che si è auto-proclamato durante una cerimonia tenutasi il 30 gennaio a Nairobi

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Non tutti i Paesi hanno un presidente: alcuni ce l’hanno ad interim, altri ‘per la vita’, altri ancora non lo scelgono ma se lo fanno imporre da interessi poco politici, ma tanto economici; però, un paese con ben due presidenti, beh, è una cosa mai vista. Eppure il Kenya, uno dei Paesi africani più cresciuti economicamente negli ultimi anni, ha da martedì 30 gennaio 2018 ben due presidenti.

A dire il vero, uno dei due, Raila Odinga, si è auto-proclamato durante una cerimonia tenutasi il 30 gennaio scorso nel parco Uhuru di Nairobi, affermando che le votazioni di agosto 2017, annullate per irregolarità, lo avrebbero riconosciuto vincente; l’altro presidente ha, a quanto pare, le carte in regola: l’uscente Uhuru Kenyatta è stato infatti riconfermato capo dello stato del Kenya nelle rielezioni del 16 ottobre 2017.

Ovviamente il giuramento di Odinga è stato ostacolato e impedito in vari modi – mancanza di permesso per l’accesso al parco, chiuso per lavori di sistemazione, accusa di tradimento contro Odinga, ecc. La polizia aveva anche dichiarato che se fosse stato necessario avrebbe usato la forza contro Odinga e i suoi sostenitori. La tensione era palpabile e la città era praticamente deserta il giorno del giuramento.

Il leader dell’opposizione ce l’ha comunque fatta e la cerimonia, durata meno di 10 minuti, si è regolarmente svolta anche se la polizia ha usato il gas lacrimogeno per disperdere la folla. Non si hanno tuttavia notizie di morti o feriti gravi.

In quel breve lasso di tempo, Odinga ha pronunciato le frasi di rito con la Bibbia in mano e ha quindi assunto «l’incarico di presidente del popolo della Repubblica del Kenya», fra acclamazioni di migliaia di sostenitori.

Questa cerimonia è stata una palese sfida al governo keniota che ha dichiarato il Movimento nazionale di resistenza guidato da Odinga un ‘gruppo criminale’, aprendo così la strada a possibili arresti che sono quasi subito scattati.

A pochi giorni di distanza dalla manifestazione, sono stati infatti arrestati i parlamentari Tom Kajwang e George Aladwa – al dire del portavoce della polizia, quest’ultimo è stato solo interrogato e nulla sa della sua detenzione – ed infine l’avvocato Miguna Miguna, rilasciato dopo il pagamento di una cauzione. Tutti fanno ovviamente parte dell’entourage di Odinga.

Per evitare di dare notizia della cerimonia, sono ancora oscurati quattro canali televisivi, causando inevitabili danni economici. La Corte Suprema ha ordinato il loro ripristino, ma il Governo ha dichiarato che rimarranno oscurate finché le autorità non avranno accertato ‘serie violazioni alla sicurezza’ con la trasmissione di immagini che mostravano persone in attesa di partecipare al giuramento di Odinga.

Non sono nemmeno mancati atti di rappresaglia contro l’opposizione. Sono stati sparati colpi di arma da fuoco e una granata ha colpito la residenza di Kalonzo Musyoka, leader del movimento democratico ‘Wiper‘ che fa parte della coalizione di opposizione NASA. Lo ha dichiarato lo stesso Musyoka al corrispondente di ‘Associated Press‘ e lo ha confermato il portavoce della polizia.

Le tensioni stanno pian piano crescendo ma le reazioni a livello internazionali sono poche e molto contenute: il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha dichiarato che Kenyatta va riconosciuto come presidente perché uscito vincente alle elezioni convalidate dalla Corte Suprema e ha invitati le parti a trovare un accordo. Ha tuttavia fermamente condannato la chiusura delle reti televisive. L’Unione Europea ha parlato di rispetto della legge che va applicato anche al riconoscimento di Kenyatta mentre l’Agenzia delle Nazioni Unite per i diritti umani, nel puntualizzare il concetto di rispetto della legge, ha anche incluso la libertà di espressione, associazione e di assemblea.

Da parte africana, il giuramento di Odinga è stato aspramente criticato dall’Unione Africana. Sembrerebbe trattarsi tuttavia di una scelta non tanto intesa a sostenere Kenyatta, quanto a evitare altre tensioni e scontri in uno dei Paesi dell’Unione.

Le prossime settimane saranno molto importanti per valutare l’impatto di questa netta spaccatura tra il Governo e l’opposizione che ha diviso il paese, se non proprio a metà, comunque in due.

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