domenica, Agosto 25

Tutti gli uomini del presidente Trump

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Donald Trump ha completato la formazione della propria squadra di governo. Le nomine sembrano solo in parte coerenti con le promesse fatte in campagna elettorale. Settimane fa, l’eterodosso senatore repubblicano Rand Paul si disse profondamente deluso dalle selezioni operate dal transition team di Trump, ritenendo che non fossero in linea con quel cambiamento radicale annunciato nei mesi precedenti al voto, specialmente in materia di politica estera. Ma è proprio sotto questo aspetto che il nuovo presidente Usa ha varato una svolta decisiva, reclutando come segretario di Stato nientemeno che Rex Tillerson, amministratore delegato di ExxonMobil che nel 2013 fu insignito da Vladimir Putin in persona dell’Ordine dell’Amicizia, la massima onorificenza civile che il Cremlino assegna ai cittadini stranieri che si impegnano a migliorare le relazioni tra il proprio Paese d’origine e la Russia.

Un segnale estremamente distensivo nei confronti della Russia potenzialmente in grado di disinnescare il clima di tensione che in questi giorni anche lo stesso Barack Obama sta contribuendo ad alimentare con dichiarazioni e minacce nei confronti di Mosca a seguito della liberazione di Aleppo. Con Tillerson al Dipartimento di Stato, si avvicina in maniera consistente il raggiungimento di un’intesa riguardo le crisi ucraina e siriana, rispetto alla quale occorrerà saggiare l’atteggiamento dei tre falchi nominati da Trump al Pentagono, al Consiglio per la Sicurezza Nazionale e alla Cia. Si tratta rispettivamente di James Mattis, Michael T. Flynn e Mike Pompeo.

Il primo è un generale dell’esercito a cui i marines affibbiarono il nomignolo di Mad Dog (‘cane pazzo’) durante la Guerra del Golfo, rimarcandone competenza, coraggio e soprattutto integrità. Un’integrità tale da portarlo a tenersi alla larga dai consigli d’amministrazioni delle aziende belliche, le quali sono sempre alla ricerca di generali in pensione da reclutare per incrementare la potenza di fuoco della lobby militar-industriale presso il Pentagono e la Casa Bianca. Trump ha dichiarato di ammirare la tempra di Mattis, definendolo un uomo di comando adatto ai tempi di guerra. Mad Dog fu costretto al prepensionamento per divergenze insanabili con l’amministrazione Obama quando gestiva il Central Command statunitense, che abbracciava l’area geografica del Medio Oriente e dell’Asia centrale. Mattis si espresse in termini pesantemente critici nei confronti della decisione di Washington di supportare i movimenti islamisti che avevano messo il cappello sulle ‘primavere arabe’ e di sfruttare i jihadisti come forza d’urto per rovesciare i governi secolarizzati di Libia e Siria. In precedenza, il generale aveva espresso forte contrarietà rispetto alla linea operativa mantenuta dalla Casa Bianca rispetto alla guerra in Iraq.

Mattis è anche un fermo contestatore dell’accordo sul nucleare iraniano, così come Michael T. Flynn, generale a riposo che per due anni è stato direttore della Defense Intelligence Agency (Dia) prima di abbandonare, come Mattis, per contrasti insanabili con la Casa Bianca riguardo alla politica di appoggio alle forze islamiste portata avanti in Medio Oriente. In precedenza, Flynn aveva servito in Afghanistan sotto il comando del generale Stanley McChrystal, che nel 2010 fu rimosso e sostituito da David Petraeus dal ruolo di comandante delle truppe Nato in Afghanistan per aver rilasciato un’intervista al magazine ‘Rolling Stone’ contenente aspre critiche nei confronti dell’amministrazione Obama. Secondo Jacques Sapir, Flynn era stato uno dei grandi specialisti chiamato da Obama a riorganizzare l’intelligence Usa, resa tremendamente inefficiente dal processo di politicizzazione attuato dall’amministrazione guidata da George W. Bush durante i suoi otto anni di mandato.

In questo processo di ricostruzione delle agenzie di intelligence Usa rientra anche la nomina a direttore della Cia di Mike Pompeo, membro a vita della National Rifle Association (Nra) e rappresentante del Kansas facente parte del Tea Party che condivide con Mattis e Flynn l’opposizione radicale all‘accordo nucleare con l’Iran; «non vedo l’ora di tirarmi fuori da un accordo tanto disastroso con il principale Stato sostenitore del terrorismo al mondo», scrisse Pompeo su Twitter pochi giorni dopo la nomina. Da congressista, Pompeo attaccò duramente Hillary Clinton per aver nascosto la verità sia riguardo all’assalto jihadista al consolato Usa di Bengasi sia alla pericolosità dello ‘Stato Islamico’.

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