giovedì, Ottobre 22

Tutti contro Trump

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Secondo un rapporto redatto dalla Cia e trapelato per vie traverse al ‘Washington Post’, la Russia sarebbe intervenuta pesantemente per influenzare le elezioni statunitensi e favorire la vittoria di Donald Trump. Per la precisione, individui strettamente legati al Cremlino avrebbero hackerato e passato a ‘WikiLeaks’ le e-mail di John Podesta, braccio destro di Hillary Clinton, attestanti le discutibilissime attività della Clinton Foundation che hanno indotto l’elettorato Usa a mettere in dubbio l’integrità del candidato democratico alla presidenza. Nel suo articolo, il ‘Washington Post’ riconosce tuttavia che la Cia non disponeva di prove tangibili a supporto della tesi relativa all’ingerenza russa, e che quindi il contenuto del rapporto, costituendo più un’ipotesi che non un’osservazione empirica basata sui fatti, andasse preso cum grano salis. I gradi mezzi di informazione hanno tuttavia rilanciato la notizia con l’intento palese di diffondere la teoria dell’intrusione di Mosca negli affari interni degli Usa, sebbene un ‘grande vecchio’ come Steve Pieczenik avesse lasciato chiaramente intendere che c’erano ampi settori dell’intelligence che intendevano sabotare l’ascesa al potere della Clinton e avrebbero ‘fatto il possibile’ per conseguire tale scopo. Trump ha naturalmente bollato il tutto come una campagna di disinformazione tesa a delegittimarlo ed invalidare l’esito delle elezioni, e asserito che gli stessi che oggi parlano di elezioni truccate dal Cremlino sono gli stessi che nel 2003 sostenevano che Saddam Hussein disponesse di armi di distruzione di massa.

Ha inoltre lasciato deliberatamente trapelare la propria intenzione di nominare al Dipartimento degli Esteri nientemeno che Rex Tillerson, ex amministratore delegato di ExxonMobil che nel 2011 aveva siglato una joint-venture con la russa Rosneft per l’esplorazione dei fondali artici che si stima contengano qualcosa come il 22% delle riserve petrolifere mondiali. L’applicazione delle sanzioni contro la Russia ha fatto saltare l’accordo, ma Tillerson era stato comunque insignito da Vladimir Putin in persona dell’Ordine dell’Amicizia, la massima onorificenza spettante a coloro che favoriscono l’instaurazione di buoni rapporti tra i propri Paesi d’origine e la Russia. Una nomina che si situa nel solco tracciato con l’assegnazione del delicatissimo ruolo di Consigliere per la Sicurezza Nazionale a Michael T. Flynn, generale in pensione dimessosi dalla direzione della Defense Intelligence Agency (Dia) per contrasti insanabili con la linea operativa dell’amministrazione guidata da Barack Obama. Nel 2015, a un anno dalle dimissioni, Flynn si è recato a Mosca per partecipare a una cena di gala in onore di ‘Russia Today’, l’emittente russa in lingua inglese, francese, spagnola e araba che recentemente è stata equiparata dall’Unione Europea ai mezzi di propaganda dello ‘Stato Islamico’ e che negli Usa subisce ricorrenti attacchi da parte di alcune autorevoli personalità politiche.

Insinuare che il presidente eletto degli Stati Uniti abbia beneficiato dell’aiuto di un Paese con cui gli Usa hanno da sempre rapporti assai complicati significa delegittimarlo. Il fatto che sia la Cia la fonte di questa ondata di discredito indica che all’interno dell’establishment Usa vige una spietata lotta di potere, che nel corso dei mesi ha mietuto vittime illustri come il generale David Petraeus. Il pericolo, per Langley, è che Trump metta in pratica la propria campagna elettorale, sospendendo la lotta contro Putin che in questi anni la Cia si è incaricata di condurre tramite conflitti per procura in Siria ed Ucraina. L’Fbi, d’altro canto, sembra favorevole al nuovo corso di Washington, avendo il nuovo presidente assicurato che uno dei suoi principali obiettivi è quello di stanziare molte più risorse al potenziamento della lotta contro il crimine interno piuttosto che al sostengo di operazioni segrete all’estero. Non è una novità che le due più potenti agenzie degli Stati Uniti si situino su lati opposti della barricata, dal momento che già nei tardi anni ’40 J. Edgar Hoover si era opposto alla nascita di un organismo indipendente dall’Fbi incaricato di gestire il controspionaggio e le operazioni segrete al di fuori degli Usa. Il presidente Harry Truman non lo assecondò e da quel momento nacque una sorta di avversione reciproca tra Cia ed Fbi che avrebbe raggiunto il culmine nel 1974, quando Richard Nixon fece ricorso all’agenzia di Langley per cercare di insabbiare le indagini dell’Fbi avviate a seguito dell’effrazione nel Watergate, l’albergo che ospitava il comitato nazionale del Partito Democratico.

Attualmente si assiste a uno scontro non dissimile per entità e ripercussioni complessive, visto che ora sono i siti cosiddetti ‘alternativi’ a finire nell’occhio del ciclone con l’accusa di diffondere propaganda russa negli Stati Uniti. Il ‘Washington Post’ ha inserito nella lista ‘Drudge’, ‘Zero Hedge’, ‘Ron Paul Institute’ (notare che Ron Paul è stato membro del Partito Repubblicano per decenni), , mentre Google ha annunciato l’introduzione di filtri atti a rendere più complesso l’accesso a questi siti ritenuti colpevoli di diffondere ‘false notizie’. La Kellogg’s ed altre grandi imprese multinazionali hanno ritirato la pubblicità da Breitbart, il sito giornalistico che sotto la direzione di Steve Bannon, poi nominato da Trump come proprio consigliere strategico, aveva sposato la causa del candidato repubblicano e ottenuto un enorme successo di pubblico (quasi 20 milioni di contatti negli Stati Uniti). L’8 dicembre, il Senato Usa ha approvato il Countering Foreign Propaganda and Disinformation Act, una legge che legalizza la censura nei confronti dei siti giudicati colpevoli di diffondere propaganda straniera.

Obama, dal canto suo, ha deciso di alzare ulteriormente il livello della tensione con la Russia autorizzando la fornitura di armi anti-aeree ai ribelli siriani, conformemente alle indicazioni dell’ex direttore della Cia Michael Morell, che durante un’intervista rilasciata a Charlie Rose aveva sottolineato la necessità di «far pagare ai russi un prezzo per il loro sostegno a Bashar al-Assad». Tulsi Gabbard, ex militare e rappresentante democratica alla Camera per le Hawaii, ha presentato, assieme a una nutrita fronda di colleghi,  un disegno di legge teso a bloccare l’iniziativa della Casa Bianca denominato Stop Arming Terrorist Act.  Durante un discorso alla Camera, la Gabbard ha tuonato: «se fossimo io e voi a finanziare e armare i terroristi andremmo in galera. Il nostro governo ha violato  la legge per anni, supportando discretamente alleati e soci di al-Qaeda, Isis, Jabhat al-Nusra ed altri gruppi terroristi con fondi, armi, intelligence, con l’obiettivo di rovesciare il governo siriano». Le manovre dell’amministrazione uscente rischiano di complicare l’attuazione del programma di Donald Trump, il presidente i cui orientamenti di politica sia interna che estera sono diventati motivo di lotta senza esclusione di colpi tra apparati di potere degli Stati Uniti.

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