domenica, Luglio 21

Tutta colpa delle nutrie

0

La presenza delle nutrie sul territorio nazionale, con tutti gli annessi e connessi, sta tornando prepotentemente di attualità in vista delle prossime scadenze: a partire dal 30 gennaio, al Centro operativo della Provincia di Rovigo, è stato organizzato un corso per sterminarle, corso aperto  ai cacciatori, i quali per l’uccisione degli animali si vantano di nutrire una passione incontenibile forgiata su una pratica adeguata, formatasi grazie ad su un indefesso, instancabile esercizio. Ma non solo: possono parteciparvi anche coloro i quali, pur sprovvisti del patentino che rende legale un  mostruoso atto di sopraffazione quale la caccia indiscutibilmente è, non per questo disdegnano  l’attività di ammazzare animali non umani. Per esempio i bracconieri, molto poco attenti alle formalità, che tendono a snobbare, ma ugualmente appassionati allo stragismo di animali indifesi. E poi, democraticamente, tutti gli altri, per esempio coloro che sono in grado di usare trappole o comunque sono dotati di buona volontà che, come si sa, è risorsa fondamentale per l’acquisizione di qualsivoglia competenza: d’altronde, quando la passione c’è….

E’ l’ultimo atto in ordine di tempo di una vicenda i cui contorni si sono definiti già in virtù della   legge  23 luglio 2014, che ha abolito lo  status delle nutrie quale specie protetta: poche righe scritte su un foglio da zelanti autodefinentisi difensori  dell’ambiente e in men che non si dica le nutrie hanno cessato di essere descritte, percepite e trattate come specie da tutelare e di cui prendersi cura, quali esseri in qualche modo preziosi: pur rimanendo esattamente quelle che erano, sono improvvisamente diventate animali infestanti, invasivi  alla stregua di topi e talpe, e, come tali, sono state trasformate in  bersaglio mobile di persecuzioni atte alla loro distruzione, pardòn: ‘eradicamento’, come specifica il  burocratico linguaggio delle norme giustificatutto, vittime di un piano di soluzione finale, pardòn di ‘prelievo venatorio’. Regioni, province e comuni, a seconda delle relative competenze modificatesi nel corso degli ultimi tempi, si sono sollecitamente attrezzati, mettendo a punto strategie  atte a rispondere al meglio ai dettami della nuova legge, che hanno condiviso e approvato senza dubbi nè incertezze: Obbedisco. E condivido.

La questione, per capirci qualcosa, deve essere conosciuta almeno nelle sue linee essenziali, a fare inizio da una domanda semplice semplice su chi siano queste nutrie: sono di fatto quei roditori, che, fino a non molti anni fa, con il nome più familiare di castorini, giravano nelle nostre città, irriconoscibili loro malgrado in quanto ridotti allo stato di pellicce,  che molte donne indossavano, perché non eccessivamente costose e perché l’idea molto poco politicamente corretta che provenissero dalla morte di un animale, allevato ed ucciso ad hoc, restava allora racchiusa nei meandri della rimozione o comunque risultava ben poco disturbante, perché i tempi erano tali da non indurre particolari sensi di colpa, dovendo ancora prendere forma l’interesse per i diritti degli animali, con il crescere di nuove consapevolezze e conseguenti responsabilità. Mentre le mode dettavano i comportamenti e incidevano sulle scelte, i castorini, per altro insieme a tanti altri animali,  ne pagavano il prezzo, senza che ci si curasse di sapere nulla di loro, di sapere per esempio che erano stati fatti venire da lontano, dal Sud America, perché, vegetariani quali sono, si nutrono di arbusti e servivano quindi anche allo scopo secondario di bonificare le paludi.

Quando nuovi gusti li hanno messi all’angolo e fatti giudicare di troppo, sono stati  serenamente liberati sul territorio vicino a  corsi d’acqua con il nuovo nome di nutrie e hanno cominciato a riprodursi nel disinteresse generale, fino a quando in tempi recenti vari disastri ecologici e danni ambientali, frutto di articolatissime e cronicizzate negligenze e cattive politiche del tutto umane, li hanno trasformati nell’ideale capro espiatorio dei mali in corso: alla loro attitudine a scavare gallerie e tane sotterranee nei pressi degli argini fluviali, che erodono nutrendosi di piante, sono stati attribuiti i danni conseguenti alle colture agricole. Da qui si apre la caccia: tutta colpa della nutria, novello untore da sterminare dopo averlo indicato al pubblico ludibrio.

Si è così giunti alla situazione attuale:  le autorità hanno deciso di procedere alla loro uccisione e, nel farlo, hanno dato prova di una passione e di una creatività, significative di un tutt’altro che asettico approccio alla questione. Il passo fondamentale è stato la chiamata alle armi dei cacciatori, che hanno prontamente raccolto l’invito, per una volta al sicuro  dalle contestazioni dei soliti animalisti, in quanto nei panni sì di volenterosi esecutori di una strage, ma perpetrata, contrariamente al solito, non per piacere personale, ma per il bene collettivo: il dramma degli animali condannati a morte è subito diventato ghiotta occasione per un po’ di attivismo  supplementare,  libero da restrizioni in quanto le nutrie, a norma della legge approvata, possono essere uccise in qualsiasi momento, giorno e notte, festivi e feriali, persino nelle oasi protette, al riparo da tutte quelle noiose limitazioni che in genere arginano in modo seccante l’attività venatoria. Non solo: qualche zelante autorità ha persino deciso di  omaggiare i cacciatori con cartucce per decine di migliaia di euro, mentre molti sindaci vanno sgomitando  per vedere il proprio comune accolto tra gli eletti con licenza di uccidere. L’entusiasmo con cui i cacciatori hanno raccolto l’invito è testimoniato dai messaggi, leggibili in rete, in cui si scambiano il loro estatico stupore davanti a ciò che percepiscono tanto bello da non sembrare  quasi vero: ‘Quindi possiamo sparare in qualunque momento, di giorno e di notte? ….Meglio i pallini di acciaio o quelli di tungsteno (che è meglio del piombo)? …. Poche volte serve il secondo colpo…. Una cartuccia di questo genere la sparo volentieri….Usciamo in due alla sera…’

L’ecatombe conta già al proprio attivo decine di migliaia di individui: tra questi ci sono anche le nutrie che, sfuggite alla furia dei fucili, sono state  abbattute in altri modi. Inizialmente la regione Lombardia ha autorizzato anche armi da lancio (archi, balestre, fionde, giavellotti…) rivedendo poi la decisione in funzione del giudizio su tali mezzi, non di  inaccettabile crudeltà, ma  di scarsa efficacia. Efficaci invece, e quindi gradite,  trappole, esche, sostanze chimiche; non sono mancate badilate e altri interventi diciamo così caserecci, così come è uso fare con topi e affini: senza scandalo alcuno.  Già: prima si creano le condizioni ideali, vale a dire la convinzione che ci si trovi davanti ad una seria minaccia: la nutria è pericolosa, quindi cattiva, quindi meritevole di morte, di qualunque morte. E’ simile ai  topi, animali negletti, ripugnanti, sporchi, portatori di malattie, abitanti dei  bassifondi della nostra considerazione, delle fogne e degli immondezzai. La diffamazione, la riduzione allo status di essere pericoloso, infestante, nocivo aprono la strada, creando il consenso alla sua uccisione; chi vi provvede,  sta compiendo un’opera meritoria, meritoria  al punto tale che portare le “carcasse” nei centri di raccolta può essere premiato con un incentivo economico.

Niente di originale se solo si pensa ad  una situazione per certi versi del tutto analoga dall’altra pare del mondo: nella civilissima Australia (è la sociologa Nik Taylor a raccontarlo) i rospi, ritenuti una sorta di peste ecologica a causa del loro proliferare, sono diventati oggetto di una campagna che invita  la popolazione ad ucciderli ‘nel modo più umano possibile’, ma i ‘modi umani’ non sono, ahimè per i rospi, alla portata di tutti, e quindi il governo ha  corretto il tiro accontentandosi per  la mattanza  di metodi ‘facilmente acquisibili ed accettabili’.  Di adattamento in adattamento, il risultato è che molti ragazzi li attaccano con le loro mazze, usandoli come sostituto della palla da cricket o da golf,  a mo’ di allenamento per lo ‘swing’ (per far partire la palla verso l’obiettivo facendola alzare) sentendosi autorizzati a farlo dalla stessa  rappresentazione degli animaletti come dannosi e nocivi, il chè crea consenso intorno al loro pur orrido agire, che non viene stigmatizzato in quanto, al netto di noiosissime considerazioni etiche, è  considerato un atto socialmente utile.

Persino superfluo disquisire sull’ottica squisitamente antropocentrica che è il denominatore comune di queste situazioni: degli animali non umani si fa ciò che si ritiene utile per gli umani, che hanno su di loro incontrastato diritto di vita e di morte, sulla base di considerazioni di pura convenienza.

Più sottili sono altre  considerazioni che concernono le metodologie usate per la creazione del ‘nemico’, operazione non sempre facile perché a volte si tratta di animali fino al giorno prima considerati esseri del tutto innocui, piacevoli, perfettamente inseriti nell’habitat condiviso tra umani e non umani. Bisogna allora lavorare sulla loro rappresentazione quali esseri pericolosi, dannosi, da perseguitare: nessuna guerra può mai essere dichiarata senza che il ‘nemico’ di turno sia identificato come la fonte del male. Ce lo hanno bene insegnato i conflitti di ogni epoca, dall’antichità ai giorni nostri, che vedono l’odio artatamente sollevato da una propaganda che ne costituisce  l’imprescindibile punto di partenza. Anche per bruciare le streghe, gentile pratica protrattasi per secoli nella illuminata Europa, era stato necessario convincere la gente di quali malefici fossero responsabili quelle creature di Satana, capaci di ogni malvagità.

Un altro elemento è di grande rilevanza. E le analisi di Andrèe Girard sono al proposito illuminanti: nel corso della storia è sempre esistito il capro espiatorio, vittima su cui far confluire tutta l’aggressività dilagante, scelta in virtù della sua debolezza, mancanza di tutele, incapacità a vendicarsi. Chi più e meglio degli animali può assumere su di sé questo ruolo e quindi la responsabilità  degli errori e delle nefandezze umane, espiare le colpe dei colpevoli al posto loro, attirare su di sé l’aggressività che viene così distolta dal consesso umano?  E tra gli animali sono quelli più gentili le vittime ideali: dopo la loro mattanza, scaricata la propria aggressività, gli uomini, sempre tanto animosi gli uni contro gli altri, godono di qualche sprazzo di tranquillità,  per una volta in solidale compiaciuta compagnia dei propri conspecifici.

Le nutrie italiane e i rospi australiani, di certo come tante altre specie in tutti i posti del mondo, nulla sanno di tutto ciò e, mentre vengono colpiti da pallottole, badili o bastonate, avranno magari il tempo di chiedersi perché, ma non certamente la possibilità di trovare una sola risposta, capace di giustificare il  loro soffrire.

Una domanda banale viene bypassata nel disinteresse generale: se davvero il numero di questi animali è eccessivo rispetto alla tutela del territorio, perché non seguire le indicazioni degli etologi e in generale degli esperti, che hanno suggerito adeguati interventi di contraccezione? L’ipotesi, per quanto presentata con dovizia di informazioni, non viene neppure presa in considerazione e si scelgono invece strade che  sono l’apoteosi della violenza, perché apoteosi della violenza è, in tutte le sue forme, la caccia, che giustifica e attribuisce dignità all’espressione di istinti sadici e aggressivi. L’eliminazione delle nutrie in questo modo diventa occasione per celebrare il piacere di braccare e uccidere, piacere perverso e pericoloso, che qualunque autorità che avesse a cuore il benessere psicologico della propria comunità dovrebbe affrontare e gestire, anziché alimentare con il via libera ad ogni istinto distruttivo, in una inaccettabile sollecitazione ad incrementare il senso di onnipotenza che ogni volta accompagna l’uccisione di qualsiasi essere vivente e senziente.

Un’ultima osservazione: tutto ha luogo in territori pubblici, e finisce che possono essere ragazzini ad essere spettatori o a  rivestire il ruolo di vendicatore. Essendo ormai del tutto assodato che la violenza sugli animali è connessa con un link innegabile a quella contro gli esseri umani e che tante radici del futuro agire sono poste negli anni dell’infanzia e dell’adolescenza, davvero nessun senso di responsabilità nel rendere degli adolescenti testimoni o esecutori di mattanze che, alla faccia di qualsiasi eufemismo ideato per misconoscerle,  sono innegabilmente tali?

Chi conosce le nutrie, perché da studioso se ne è occupato, o semplicemente da comune cittadino si è avvicinato a loro con un atteggiamento non predatorio, ma curioso ed amicale, le descrive come esseri gentili, docili, timorosi, pacifici: vegetariani anche e quindi per natura alieni da un istinto predatorio. Trasportate da una parte all’altra del mondo per essere scuoiate e neppure più riconosciute una volta trasformate in capi di abbigliamento, hanno visto le poche sopravvissute al massacro adattarsi a una nuova vita e a nuove abitudini, affermando la propria volontà di sopravvivenza, nonostante tutto. Niente da fare:  gli umani prima hanno ricercato e dopo disprezzato, quando non più all’altezza dei propri standard, la loro pelliccia; si sono in seguito un po’ trastullati all’idea di un animale esotico da proteggere, ma poi il giochino non li ha più divertiti. Il passaggio alla fase successiva, attuato senza pudore alcuno, le ha trasformate in nuovi nemici: del territorio, della salute, dell’ecologia, con buona pace della scienza che smentisce molte di queste convinzioni: si rileva bassissima frequenza di positività a forme di leptospirosi, non esistono casi di malattie trasmesse all’uomo, non sono animali aggressivi. Niente da fare: e poi che diamine: trattasi di specie alloctona, estranea al territorio: che ci fa qua? “Eradichiamola” quindi: con fucili, badilate, bastonate, avvelenamenti, trappole, sostanze chimiche, esche, e perché no: armi da lancio quali archi o fionde, se solo si rivelano utili.

L’ordinanza del sindaco di Rovigo, al pari di quelle dei suoi omologhi (nell’anno appena trascorso un corso analogo ha avuto luogo, per esempio, a San Vitale e ha sfornato ben 130 ‘eradicatori’: 150 invece i diligenti esecutori formatisi a Crema; tanto per citare), si rende colpevole di un massacro ingiusto e inaccettabile, ai danni di un essere indifeso:  colpisce l’uso del linguaggio che parla di formazione degli operatori, di acquisizione di competenze, di ecologia, di ordinanze. L’asetticità del lessico non è comunque sufficiente a travisare la realtà, che è quella  dei soliti machi, eccitati nell’andare a uccidere, come sempre senza nulla rischiare perché il coraggio non è certo categoria che appartenga loro; e di tutti quegli altri elettrizzati all’idea di imitarli.  Una grandissima ingiustizia viene e verrà commessa ai danni delle nutrie, animali alieni da quella violenza che invece contraddistingue il genere umano; quando, a missione compiuta, prima o poi ci si sveglierà da quel sonno della ragione che tanto spesso ammanta le azioni di noi umani, l’ennesimo capitolo di una  storia di prepotenze e sopraffazioni sarà stato scritto. «Sono contro la debolezza umana e a favore della forza che le povere bestie ci dimostrano tutti i giorni perdonandoci» diceva Anna Maria Ortese: sempre più grande è la convinzione che di quel perdono non siamo affatto degni.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore