giovedì, Aprile 25

Tute blu, ultima chiamata

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tute blu 

Per 23 anni, un giorno dopo l’altro, la mia vita in fabbrica. La solidarietà, gli sfoghi, le amicizie. Il rombare del reparto, il rumore delle macchine rotto dalle battute urlate dei miei compagni. La pressa, la catena, la mensa. Vedo anche il sangue degli infortuni, delle mattanze, lo strazio di Mario con il braccio amputato. Le lacrime non trattenute, mentre al telefono, avvertiamo sua moglie Sara. Le lotte, gli scioperi, le assemblee. Quanti anni, quanti pensieri. Anche questa mattina indosso la mia tuta blu, mi reco al lavoro. Ma cosa succede ? Perché non c’è nessuno ? La fabbrica sembra una piazza abbandonata… capannoni vuoti, parallelepipedi coperti da erbacce. Sono sparite le macchine. Hanno portato via tutto, è un deserto. Con il groppo nel cuore mi sveglio di soprassalto… stavo sognando… spalanco gli occhi nel buio, brucio di sudore.  Da quando hanno annunciato i licenziamenti precipito sempre nello stesso incubo. E’ tutto dannatamente reale: sono in cassa a zero ore, 850 euro al mese anziché 1250, l’inutilità dei corsi di aggiornamento e riqualificazione professionale (chi li ha fatti, lo sa). Come farò con i miei figli ? Ho solo 47 anni, un’età maledetta. Sono un morto che parla, un esubero, uno scarto, un niente.

Mescolanza di paura ed impotenza. Ogni notte gli stessi incubi, in milioni di case. I bambini che dormono, tua moglie accanto, e tu, lo sguardo fisso nel vuoto, che non smetti di macinare col cervello possibili proteste, vie di uscita, soluzioni. Perdi la testa. La notte dilata ogni cosa. E’ il terrore della disoccupazione che ti assale. Pensi alla sopravvivenza, a come sarà difficile pagare il mutuo, alla tua salute, alle certezze che svaniscono, alla pensione irraggiungibile.

Gli operai non sono più operai. Sono uomini persi, fantasmi di piccole e grandi fabbriche in estinzione. Già negli anni ’80 i 50 gruppi pubblici e i 50 gruppi privati più importanti del paese investono la metà dei loro profitti non in attività produttive, ma nell’acquisto di titoli di Stato, per la semplice ragione che i titoli di Stato italiani rendono tantissimo. A quel punto gli investimenti nella finanza soppiantano gli investimenti nella produzione, l’industria passa, proprio allora, in secondo piano e da lì in avanti dovrà costare il meno possibile. La flessibilità sempre più marcata, produrrà la precarizzazione. E’ l’inizio della deindustrializzazione.

Un processo inarrestabile che si concretizza quando i grandi stabilimenti, vanto dell’imprenditoria, iniziano a cedere il passo a nuove realtà, l’Ikea, la Metro, gli ipermercati, le multinazionali del consumo, dove non hanno più cittadinanza i miti e i riti della classe operaia di un tempo. Si avvera, di fatto, la profezia di Enrico Cuccia, il banchiere italiano più potente del Novecento. All’alba degli Anni Novanta, l’allora Presidente di Mediobanca, era convinto che per resistere e non cadere, le grandi famiglie del capitalismo italiano sarebbero traslocate dalla manifattura ai servizi; dalla produzione alla tranquilla gestione degli ex monopoli di stato ai quali, la liberalizzazione dei mercati, non avrebbe impedito di assicurare ottimi guadagni ancora per un lungo periodo. E’ sulla base di questa colossale conversione che si sono moltiplicate le privatizzazioni, con il seguito di chiusure e tragedie collettive, accompagnate da mutazioni sociali violente.

Oggi il frutto velenoso delle delocalizzazioni – il trasferimento delle produzioni all’estero per abbattere i costi del personale e ottenere maggiori profitti – continua a mietere vittime (benché, soprattutto nel settore tessile, sia in corso un timido processo di ritorno). Le grandi fabbriche sono scomparse, ma in molti casi non è scomparso quello che le grandi fabbriche producevano. Tuttavia, quello che prima veniva prodotto in due chilometri quadrati, adesso viene prodotto in mille chilometri quadrati o magari a mille chilometri di distanza. Sono le cosiddette catene globali di produzione che anche all’interno di un singolo paese si possono distribuire su spazi grandissimi.

Tutto questo significa frammentazione in unità produttive sempre più piccole che possono facilmente essere dismesse, chiuse o delocalizzate, con il risultato che molti lavoratori vengono licenziati o messi in mobilità. I sindacati incontrano gravi difficoltà nel seguire questa dispersione della produzione e questa enorme diffusione dello spazio territoriale e giuridico: 20 anni fa la tipologia dei contratti era numericamente ristretta, oggi ne esistono dozzine e dozzine. E’ il trionfo del lavoro a chiamata, delle collaborazioni temporanee, della forza lavoro ‘usa e getta’, dei mini jobs dai compensi umilianti, delle professioni interinali e atipiche.

 Una lettura condivisa nella sostanza da Sergio Cofferati, l’ultimo grande leader della Cgil, un passato più complicato da Sindaco di Bologna, un presente da europarlamentare, e un futuro di rinnovato impegno da candidato (di area cuperliana) alle primarie del Pd per le regionali della Liguria.

 “La crescita del lavoro è una priorità in Europa, in Italia e nelle realtà territoriali”, spiega Cofferati. “Va affrontata investendo, giorno per giorno, sulla collaborazione con operai, cittadini, lavoratori autonomi e commercianti. La Liguria, ad esempio, sta attraversando una crisi profonda. La peggiore della sua storia. La caduta verticale del comparto manifatturiero sta generando effetti drammatici e vistosi. La crisi riduce i consumi e le realtà produttive, soprattutto quelle che non hanno investito nell’innovazione, pagano il prezzo più alto. Occorre creare alternative a settori maturi, sviluppare le condizioni per rilanciare un modello di sviluppo basato sulla valorizzazione delle attività tecnologiche. Nel nostro Paese le competenze non mancano”.

 

Cofferati, sul fronte della rappresentanza, lo scollamento tra mondo del lavoro e politica appare profondo.

Vero. E’ uno strappo che va ricucito, partendo dal riconoscimento dei ruoli reciproci e dalla valorizzazione delle rispettive funzioni che non andrebbero messe in discussione. La rappresentanza acquista il suo valore più nobile e positivo nel confronto, nel  rispetto di procedure e modalità, nella proposta di contenuti. Un Esecutivo gestisce la legittimazione; ne consegue che quando un’istituzione- Governo o Ente Locale – rifiuta il confronto, di fatto, delegittima. E’ accaduto nei confronti del Sindacato ed è stato un errore. Occorre rimettere al centro il confronto preventivo. Accade nelle famiglie, deve accadere tra Governo e parti sociali. Solo dal confronto possono emergere elementi di convergenza e si possono allentare le tensioni. E’ un bene per il Governo, è un bene per tutti.

 

Il 23 marzo del 2002,  a Roma, Sergio Cofferati, portò in Piazza tre milioni di persone per difendere l’articolo 18. La manifestazione più grande del dopoguerra. Una sintonia corale che non si è più ripetuta. Una prova di forza che rappresentò l’avvio della riscossa del centrosinistra nei confronti di Berlusconi e che portò alla vittoria elettorale, sia pure di misura, del 2006.  Al Circo Massimo il centrosinistra c’era tutto, anche molti renziani di oggi.

 

Cofferati, rispetto al clima di allora cosa è mutato ?

Va subito considerato un aspetto che deve far riflettere. In quella straordinaria occasione le rivendicazioni sui temi del lavoro erano contro un Governo di centro destra. Oggi, sugli stessi temi, si manifesta contro un Governo di centro – sinistra. Non è un fatto di poco conto. Sul piano più generale è mutata la competizione, è cambiato il mercato del lavoro, sono cambiate le dinamiche della rappresentanza. Il compito del sindacato è diventato molto più difficile. Qualche anno fa, prima della frammentazione dei cicli produttivi, il contatto tra sindacato e lavoratore era fisico, diretto, quotidiano. La condivisione degli spazi era continua. Oggi, anche la scelta di iscriversi al sindacato, è ostacolata dalla delocalizzazione e dalla dispersione spinta. Si tratta di un mutamento profondo, non ancora sufficientemente esplorato, che si ripercuote negativamente sull’associazionismo. Rispetto a qualche anno fa, unirsi è più complicato, ed è un limite serio.

 

Per le tute blu, nell’era del ‘renzismo’ tutto è smart, sprint, fast, friendly, young, easy; lessico contagioso che ha già prodotto effetti collaterali imbarazzanti. Molti termini anglossassoni proliferano nei curriculum per indicare improbabili qualifiche professionali, oppure vengono utilizzati per rendere più accattivanti offerte di lavoro, spesso vergognose o ingannevoli, in un mercato senza regole, dove i contratti a tempo indeterminato, semplicemente, non sono più previsti. La moderna schiavitù rivestita da una patina glamour.E’ caduto un mondo. Si sono dissolte le ideologie protettrici, e con esse, è crollata la qualità della rappresentanza esercitata tradizionalmente dalla politica. I partiti, dilaniati al loro interno da faide e divisioni, e percepiti, all’esterno, alla stregua di lobbies o comitati d’affari, incassano sfiducia e astensionismo dilagante. Sono cambiati rapidamente i modi e i tempi della comunicazione. La politica ha perso la sua residenza anagrafica, non si fa quasi più in Parlamento, meno ancora nelle sezioni semideserte dei partiti. Il dibattito, da anni, si è trasferito nelle arene dei talk show dove si fabbricano i consensi e si seminano le convinzioni, mentre è attraverso la rete, cinguettando un ‘tweet’, che si lanciano proclami, intenzioni e promesse. La politica in 140 caratteri.  Così nel deserto del confronto, si accende lo scontro. Mentre il Premier Matteo Renzi, segretario del Pd, accusa il sindacato di voler spaccare il Paese, a Roma, come in un curioso contrappasso, un reparto di poliziotti carica a freddo i lavoratori delle acciaierie Ast Tyssen Krupp di Terni sui quali pende la minaccia di un licenziamento di massa. E’ la svolta, il segno plateale ed inequivocabile, che essere un operaio, oggi, non è più un traguardo, ma una condanna. Tra le teste rotte, il segretario generale della Fiom Maurizio Landini pronuncia parole che sono lo specchio della profonda spaccatura, in atto nel paese, tra un Governo che si dichiara di centro – sinistra e l’universo operaio metalmeccanico:

“Il Governo deve rispondere adesso ! Siamo noi che paghiamo le tasse, che paghiamo questi (i poliziotti ndr) e quelli che son là (i politici ndr). Basta ! Dica una parola il Presidente de Consiglio. Che si vergognino. Hanno da chiedere scusa ai lavoratori. Paghiamo le tasse anche per loro. Questo paese esiste perché c’è la gente che lavora. Altro che palle, Leopolde e cazzate varie ! Basta, basta slogan. Basta ! Hanno rotto le scatole, questo è il problema. E dobbiamo prendere anche le botte, noi che paghiamo, noi che lavoriamo dobbiamo essere anche picchiati da chi ? Da altre persone che per vivere devono lavorare ? Ma che diano gli ordini di colpire quello che c’è da colpire. Cazzo, in un paese di ladri ! Di gente che evade, di corruzione ! Se la vengono a prendere con gli unici onesti ? Ma dove cazzo siamo messi !”.

L’episodio di Roma, liquidato come un incidente da far ricadere nella sfera dell’ordine pubblico, ha invece lasciato il segno nelle città dove l’identità operaia è ancora oggi carne viva.  “Se ci picchiano vuol dire che esistiamo”, ripetono sornioni davanti alle fabbriche di Genova. Il capoluogo ligure, del resto, non è stato a guardare, ha risposto immediatamente ed è sceso in piazza in segno di solidarietà con i lavoratori di Terni.

Bruno Manganaro è il Segretario generale della Fiom Cgil di Genova. Pochi giorni fa, assieme all’ex Segretario Franco Grondona, è stato iscritto nel registro degli indagati per le proteste dei lavoratori, che nell’ambito della vertenza Fincantieri, il 4 gennaio 2012, bloccarono le vie di accesso dell’aeroporto Colombo. Il reato ipotizzato, nei confronti dei due sindacalisti genovesi, è interruzione di pubblico servizio.

Manganaro, la vostra vicenda processuale indica che il clima tra sindacato e istituzioni ha toccato il punto più basso.

Tutta la politica si vanta di aver salvato lo stabilimento genovese di Fincantieri, ma evidentemente le conseguenze giudiziarie ci sono solo per il sindacato. Io e Grondona siamo orgogliosi di aver condotto quella lotta, non mi sono pentito e non mi pento di aver fatto quello che ho fatto, peraltro senza alcun tipo di violenza. Il governo non ci convocava, e purtroppo in Italia l’unico modo per farsi ascoltare è alzare la voce. Come dicevano l’altro giorno gli operai in corteo, difendere il posto di lavoro non è reato. Sono un dirigente sindacale ed è mio dovere difendere i posti di lavoro.

La vicenda è poco nota. Cosa accadde di preciso ?

La protesta di quei mesi fu molto dura: Fincantieri aveva presentato un piano industriale che cancellava lo storico cantiere di Sestri Ponente. La risposta del sindacato e di tutta la città fu determinata e compatta. Le manifestazioni di quei giorni ricevettero la solidarietà della politica e delle istituzioni, e grazie alle lotte dei lavoratori, la vertenza si concluse in modo positivo: si scongiurò la chiusura del cantiere di Sestri e con esso si salvò tutta l’occupazione. Sono passati quasi tre anni, ed ora è esplosa la bomba di un possibile rinvio a giudizio. Purtroppo constatiamo che chi si oppone a scelte penalizzanti per i lavoratori e le loro famiglie, e all’impoverimento del tessuto produttivo, può anche diventare bersaglio di un’azione legale. Rifarei tutto quello che ho fatto. Se poi, un biglietto aereo vale più di un posto di lavoro allora siamo davvero alla fine.

Torniamo adesso ai fatti di Roma. Le nuove direttive sulla gestione della piazza hanno l’obiettivo di evitare lo scontro fisico tra cortei e forze dell’ordine. Qual’ è il vostro giudizio ?

Da quello che trapela sarà raccomandato l’uso degli idranti. Getti d’acqua al posto delle manganellate. Non cambia molto. Si perde di vista che la situazione dell’occupazione in Italia è drammatica. Stiamo parlando di persone che rischiano ogni giorno la perdita del lavoro e della dignità.

Genova è uno dei distretti metalmeccanici più importanti del paese. Qual è la situazione ?

E’ gravissima. Nel 2007 è iniziata la più cupa crisi economica dell’era moderna. A Genova tutte le aziende del comparto metalmeccanico sono in sofferenza. Il caso attualmente più doloroso riguarda la OMS Ratto, azienda specializzata nella fornitura di magneti e altri materiali biomedicali. Non parliamo, dunque, né di prodotti decotti, né di una realtà produttiva ferma agli anni Settanta. Ebbene i 60 dipendenti sono senza stipendio da settembre. Molti vanno avanti con la pensione dei genitori perché le scadenze a fine mese ci sono sempre e da quelle non scappi. Inoltre sono sempre aperte le crisi di Selex, Ilva e Ansaldo che con i suoi 2600 dipendenti è la realtà più importante.

Quanti sono i lavoratori del settore metalmeccanico che a Genova sono  costretti a fronteggiare situazioni critiche ?

Sicuramente 15mila, tra cassa integrazione, crollo della produzione, ricorso massiccio alle esternalizzazioni, tagli, mancanza di commesse e concorrenza brutale di realtà, come quella cinese.

Il Governo cosa fa ?

Nulla. E’ a un tale livello di inconsapevolezza che arriva persino a gioire per realtà in crisi. Porto l’esempio dell’industria aeronautica Piaggio, il cui nuovo stabilimento di Villanova d’Albenga è stato salutato con grande enfasi da Matteo Renzi. In realtà non c’è nulla di cui rallegrarsi in quanto la Piaggio ha chiuso lo stabilimento di Finale Ligure e ha dimezzato il polo di Sestri Ponente. Da 1300 dipendenti siamo scesi a 900. E lui ride.

Jobs Act qual’è il giudizio della Fiom ?

E’ un insieme assortito di promesse e bugie. Le proposte del Governo puntano a legittimare i licenziamenti e non crediamo che questa sia la soluzione per promuovere il lavoro in Italia. Il lavoro oggi va salvaguardato e rilanciato. Incentivare la flessibilità, abolire lo statuto dei lavoratori, decretare quasi per legge la morte del posto di lavoro fisso e cancellare diritti e tutele, significa potenziare la precarietà. Questa idea aberrante che il lavoro si possa creare se si abbassa il salario e se si riducono le tasse alle imprese è una bugia pura. Con il Jobs Act le imprese saranno libere di abbassare il livello delle mansioni e quindi di alleggerire gli stipendi. In Italia, negli ultimi anni, abbiamo assistito alla dissoluzione della politica industriale, tanto che oggi risulta più remunerativo speculare in Borsa che aprire una fabbrica.

Il Governo taglia l’Irap alle imprese confidando in una ripartenza delle assunzioni.

Un taglio generalizzato dell’Irap, in questa fase, non ha senso; bisogna privilegiare le aziende che non chiudono, quelle che tengono il lavoro in Italia e investono. Senza investimenti il lavoro non si crea. Inoltre, abbiamo il fondato timore, che il taglio dell’Irap alle aziende, verrà scaricato sul lavoro dipendente.

 

A Genova (si dice ancora oggi) non si passa. Ed è sempre istruttivo guardare al passato per comprendere una città e il suo presente. Il primo nostro riferimento corre  al giugno del 1960 quando i neo – fascisti del Movimento Sociale Italiano scelgono Genova, medaglia d’oro alla Resistenza, come sede del loro congresso nazionale. Ad aggravare l’affronto, la designazione, da parte missina, del presidente onorario dell’assemblea: Carlo Emanuele Basile, ex prefetto della provincia di Genova durante l’occupazione nazi-fascista, soprannominato il boia, tenace collaboratore dei tedeschi al tempo delle torture alla Casa dello Studente e organizzatore delle deportazioni di massa degli operai della fascia industriale che si estendeva dal porto a Sestri Ponente: 1600 uomini, molti dei quali non fecero più ritorno a casa. Il 30 giugno la popolazione di Genova si ribella. La città per molte ore è un campo di battaglia (uno scenario simile, pur con situazioni e contesti assolutamente differenti, si rivedrà solo 41 anni dopo, in occasione del G8 del 2001). Protagonisti della rivolta sono i portuali che partecipano agli scontri più duri con i reparti della Celere, gli ex partigiani, che prendono le decisioni tattiche, i ‘ragazzi con le magliette a strisce’, i più giovani che si affacciano per la prima volta sulla scena politica. Accanto a loro, gli operai delle fabbriche del Ponente, gli intellettuali, le donne. Dopo Genova altre città insorgeranno, con uno strascico di morti e feriti, costringendo alle dimissioni il Governo di centro-destra guidato da Fernando Tambroni. E’ proprio dai moti del giugno ’60, che qualche anno più tardi, secondo il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, bisognerà partire per comprendere la natura profondamente ribelle e le dinamiche eversive che hanno sempre connotato Genova.

 Genova, la città che attraverso alcune tappe fondamentali ha scritto la storia del movimento operaio. E’ all’ombra della Lanterna, infatti, che ai primi di ottobre del 1972 nasce la Federazione Lavoratori Metalmeccanici (Flm), un’esperienza assolutamente inedita, che per un breve periodo farà presagire una possibile e vera unità sindacale non solo dei metalmeccanici, ma delle tre Confederazioni.  Il primo durissimo banco di prova è a Torino. L’11 settembre 1980 la Fiat annuncia 15mila licenziamenti. La reazione dei lavoratori è immediata, con scioperi e picchetti sempre più duri che paralizzano la produzione. Fiat allora cambia tattica, trasformando le richieste di licenziamento in provvedimenti di cassa integrazione per 24mila lavoratori. Ai primi di ottobre un gruppo di ‘capi’, forzando un picchetto, entra in fabbrica a Mirafiori. L’episodio dimostra che il patto di solidarietà si è rotto. Alla Fiat una fetta consistente di personale vuole lavorare: fra i ‘capi’, ma anche tra gli impiegati e gli stessi operai. In questo clima, i ‘colletti bianchi’ e i quadri aziendali,  decidono di indire una manifestazione per il lavoro, che passerà alla storia come la marcia ‘dei 40mila’. E’ il segno che Torino e la cosiddetta maggioranza silenziosa della società italiana hanno preso le distanze dalla lotta. La Flm, pur nell’amarezza della resa, comprende che è giunto il momento di chiudere un capitolo. Passa la richiesta della cassa integrazione, senza rotazione, per 23mila unità. Un punto di svolta nella storia, la prima sconfitta delle tute blu. Per moltissimi di quei cassintegrati comincia un percorso senza ritorno, mentre il sindacato, indebolito dagli esiti di quella drammatica vertenza, subisce una progressiva perdita di potere e di influenza che si protrarrà per tutti gli anni Ottanta, non solo in Fiat, ma anche in altre realtà produttive del Paese. Alla fine del 1984 la Flm esaurisce la sua esperienza, restituendo piena libertà di iniziativa alle tre Federazioni dei metalmeccanici.

 

Genova è anche la città in cui, all’alba degli anni Settanta, con la ‘Banda XXII Ottobre’, nata in collegamento con i GAP, i Gruppi armati partigiani, fondati dall’editore Giangiacomo Feltrinelli, ha inizio la storia della lotta armata in Italia. A Genova è attiva la colonna più compartimentata e militarizzata delle Brigate Rosse; tra il ‘79 e l’80 la formazione può contare su una settantina di militanti e un’ampia rete di simpatizzanti. La città, indicata come la culla del terrorismo rosso, assiste silenziosa ad una sequenza spaventosa di ferimenti, attentati, sequestri ed omicidi. Solo dopo lo choc provocato dall’omicidio dell’operaio Guido Rossa, Genova si distacca dalle cupe ambiguità, dalle sotterranee e vaghe connivenze con le istanze di matrice rivoluzionaria. Rossa è una tuta blu, un sindacalista intelligente, un militante del Partito Comunista. Viene ucciso dalle BR per aver contribuito all’arresto di un collega, sorpreso all’interno della fabbrica mentre distribuiva volantini dell’organizzazione terroristica. Con l’assassinio del sindacalista, le Brigate Rosse decretano, di fatto, la loro fine. La giornata del 24 gennaio 1979 restituisce alla storia la tetra fotografia di una città battuta dalla pioggia, annichilita dal dolore, che compie la sua catarsi liberandosi da un indicibile equivoco durato troppo a lungo. 250mila genovesi scendono spontaneamente in piazza. Migliaia di tute blu di Ilva, Fincantieri e Ansaldo, affiancate dai portuali, si riversano in Piazza De Ferrari. E’ il popolo che costituisce la spina dorsale del Pci e che si stringe ai valori che affondano le radici nella Resistenza e nella democrazia. E’ la forza – lavoro, che ancora per qualche anno, alimenterà le residue velleità del triangolo industriale Ge Mi To. E’ la classe operaia che per la prima volta, compatta, urla No al terrorismo.

“Sì Genova è stata tutto questo” – spiega Franco Grondona, figura storica della Fiom genovese, protagonista di mille battaglie per la difesa del lavoro nelle fabbriche. “E’ una città che vanta una forte tradizione di lotte operaie e un patrimonio di solidarietà ancora solidissimo”.

 

Grondona, la classe operaia ha perso la centralità. Sembra travolta dalla scomparsa di riferimenti e antiche certezze. Manca una sponda politica.

Guardi, noi non abbiamo bisogno di sponde politiche. La nostra forza è l’autonomia. Le porto un esempio singolare: gli Stati Uniti non sono forti perché hanno alleati, ma hanno alleati perché sono forti. L’operaio cosciente, ha sempre visto la sua vita di fabbrica come un supporto alle battaglie di rinnovamento del paese. Le posso garantire che a Genova i metalmeccanici hanno ancora – mi perdoni il termine vetero – una coscienza di classe. Non siamo facili da battere. Non siamo gente che si arrende.

Qual è il vostro giudizio sull’operato del Governo Renzi ?

C’è uno striscione, diventato celebre, che la Fiom di Genova ha esibito nelle ultime manifestazioni e che sintetizza il nostro pensiero: Se Renzi è di sinistra, Berlusconi è femminista. Provo tristezza per gli iscritti, peraltro in costante diminuzione, del Pd. E’ un Governo che rifiuta apertamente il confronto e che non ha il consenso della stragrande maggioranza dei lavoratori. Questo è il dato. La situazione è disastrosa. A Genova, tutte le realtà del comparto industriale, sono toccate o sfiorate dalla crisi. La produzione dell’industria italiana, solo nel 2013, ha perso un ulteriore 5% . Rispetto a sette anni fa il crollo è stato del 25% e le stime economiche sono tutte al ribasso.

I dati più generali confermano le valutazioni del sindacato: 3milioni e 200mila disoccupati, crescita delle aziende che fanno ricorso alla cassa in deroga (oggi sono 6.151, con un aumento del 27,46% sullo stesso periodo del 2013). Nelle regioni del nord si registra l’uso più intenso degli ammortizzatori: prima la Lombardia con 203.379.155 ore, che corrispondono a 260.743 lavoratori, seguono il Piemonte e il Veneto. Tra le regioni del centro primeggia il Lazio, mentre per il Sud, è la Campania la regione dove si rileva il maggiore ricorso alla Cassa Integrazione.

Ridotta nei numeri, stravolta nella sua composizione, aggrappata con le unghie al cornicione sempre più friabile del posto di lavoro, impoverita dai redditi sempre più bassi, bloccata dall’evidente incapacità dell’attuale sistema economico di creare lavoro e di risolvere problemi complessi. Malgrado questi indicatori totalmente negativi, la classe operaia è ancora viva. Sofferente, ma viva.

Risale al 1971 (Matteo Renzi sarebbe nato 4 anni dopo) il film La classe operaia va in Paradiso‘, capolavoro diretto da Elio Petri e interpretato da Gian Maria Volontè e Mariangela Melato. Un film che entra nella fabbrica italiana degli anni Settanta, per raccontare il rapporto alienato degli operai con macchine e tempi di produzione, e allo stesso tempo esce al di fuori dello stabilimento per evidenziare come l’alienazione dell’uomo-macchina e il lavoro a cottimo siano i fattori che avvelenano la vita di tutti giorni, contaminando affetti, rapporti personali e salute. Un documento sul dolore, ancora attualissimo e moderno.

 

Perché oggi, a differenza e peggio di ieri, il lavoro manca. Perché un uomo, in fondo, si può annientare ed uccidere in tanti modi. Perché ieri con un lavoro si poteva sbarcare il lunario, mentre oggi, anche con un lavoro, la vita può essere miserabile.

 

 

 

 

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