sabato, Giugno 6

Turchia, elezioni anticipate: Erdogan alla prova finale per prendersi tutto Il Presidente Turco Recep Tayyip Erdogan ha annunciato elezioni anticipate il prossimo 24 Giugno. Per capire le motivazioni di tale scelta abbiamo intervistato Fabio L. Grassi docente di Storia dell’Eurasia e Lingua Turca all’Università di Roma ‘La Sapienza

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La Turchia andrà alle elezioni anticipate. Nella giornata del 18 Aprile, a seguito di un incontro con l’alleato Devlet Bahçeli, leader del MHP, Milliyetçi Hareket Partisi, Recep Tayyip Erdogan ha annunciato che il prossimo 24 Giugno, data da confermare, i turchi andranno alle urne per eleggere il prossimo Presidente della Repubblica. Precedentemente fissate per il Novembre del 2019, Erdogan ha anticipato le elezioni di ben 18 mesi. In un’intervista televisiva Erdogan ha dichiarato come «nonostante il Presidente ed il Governo stiano lavorando in armonia, in ogni nostro passo dobbiamo confrontarci con un sistema vecchio e malato».

Le prossime elezioni si terranno, per la prima volta, sotto un nuovo sistema, a seguito del referendum a favore di una riforma costituzionale votato nell’Aprile 2017, che ha visto una vittoria del sì. Le riforme costituzionali hanno notevolmente accentrato il potere nelle mani del Presidente, che avrà la capacità di dissolvere il Parlamento, nominare giudizi, viceministri, officiali, emanare decreti esecutivi e dichiarare lo stato di emergenza.

Ed è proprio in questo clima di incertezza dettato da uno stato di emergenza che dura ormai da due anni, che l’annuncio del Presidente turco non è certo una mossa inaspettata. Il golpe fallito del 15 Luglio 2016 ha permesso all’ex Primo Ministro turco di mettere in atto una serie di epurazioni volte ad eliminare molti dei suoi oppositori. Mascherate dallo Stato di Emergenza come legittime operazioni di sicurezza, negli ultimi due anni la Turchia avrebbe preso in custodia più di 150.000 persone, arrestate 78.000 e oltre 110.000 dipendenti civili sarebbero stati licenziati, secondo i dati forniti dalla Commissione Europea.

Nei 18 anni di Governo Akp, la Turchia di Recep Tayyip Erdogan ha conosciuto una notevole crescita economica, rilanciando Ankara sui mercati internazionali ed attraendo investimenti stranieri. Tuttavia, negli ultimi due anni la Lira turca ha conosciuto un notevole deprezzamento ed una conseguente inflazione. Una delle ragioni che, secondo Fabio Grassi, docente di Storia dell’Eurasia e Lingua Turca all’Università di Roma ‘La Sapienza’, avrebbero spinto il Presidente turco a correre ai ripari in queste elezioni anticipate. “Erdogan intende prevenire l’aumento del malcontento per la situazione economica veramente difficile che sta attraversando la Turchia soprattutto in riferimento alla caduta della lira turca”.

Dal 2016 il fallito colpo di Stato, le inclinazioni dei rapporti con l’unione Europea, nonostante l’accordo sui rifugiati, e l’onore di ospitare 3 milioni di profughi siriani sul suolo turco hanno significativamente aumentato la percezione di insicurezza dell’establishment governativo, spingendo Erdogan a riforme per accentrare il potere.

Da Gennaio le operazioni militari ad Afrin, nel Nord della Siria, dopo alcuni mesi in sordina, hanno riportato la Turchia al centro delle dinamiche della guerra in Siria, rendendola un attore sempre più importante nelle trattative per un accordo sul futuro di Bashar al-Assad, come dimostra l’ultimo incontro tenutosi ad Ankara tra Vladimir Putin, Erdogan e Hassan Rouhani. Sempre più preoccupata della minaccia curda proveniente dal PKK, Partîya Karkerén Kurdîstan e dalla suo partito affiliato siriano del PYD, Partiya Yekîtiya Demokrat Erdogan ora non sembra intenzionato a lasciare il teatro siriano, dove, ha ripromesso alla Russia, la Turchia rimarrà fino a che la minaccia terroristica non sarà debellata, facendo presagire la volontà di Ankara di estendere le sue operazioni sino ai confini con l’Iraq. “La spiegazione più probabile è che intenda monetizzare la fase di esaltazione nazionale e nazionalistica in riferimento all’intervento militare in Siria”, continua Grassi, chiarendo i motivi di queste elezioni anticipate.

In questo clima di tensioni interne e di instabilità politica ai confini turchi, Erdogan è pronto a prendersi tutto, in un tentativo di prendere il controllo del Paese e guidare la sua agenda di politica estera e domestica. Viene tuttavia da chiedersi quale opposizione troverà a fermarlo, e se in Turchia si possa parlare di un’ala d’opposizione allo strapotere dell’Akp. “Generalmente non c’è nessuna opposizione. Va anche considerato che tutto ciò avverrà sotto un rinnovato stato di emergenze. Situazione anomala per cose come elezioni politiche e presidenziali. Inoltre vi è la questione specifica del nuovo partito di centrodestra, Il Partito Buono, che potrebbe trovarsi legalmente in una di difficoltà. Si pensa che questa ulteriore anticipazione rispetto alla data ventilata qualche giorno fa, intorno alla fine di agosto, derivi dal tentativo di impedire che questo partito possa presentarsi come tale”.  

Tuttavia, la nascita di questo partito è arrivata con sorpresa. L’ MHP è stato e continua ad essere il più ‘fedele’ alleato di Erdogan. “C’era un partito tendenzialmente di destra – nazionalista, il MHP per l’appunto, che però negli ultimi anni è diventato una ruota di scorta dell’Akp. Rispetto a questa posizione c’è stato un forte malumore nel partito, ed è emersa la leadership di Meral Aksener, leader del Partito Buono, Iyi Parti, politica di lungo corso, che eredita una tradizione di centrodestra con sponde religiose e nazionaliste, ma fondamentalmente laico. É riuscita a prosciugare molto del bacino popolare del MHP, ha fondato un nuovo partito, e questo partito sembra aver riscontrato un interesse presso l’elettorato, ci sono infatti sondaggi che indicano potenzialità discrete”.

Già lo scorso anno, il referendum costituzionale aveva decretato un notevole accentramento di potere nelle mani del Presidente, una mossa che, unita alle ultime dichiarazioni riguardo alle elezioni, fa pensare ad un ulteriore passo avanti per ottenere più potere. “Certo, Erdogan ha l’obiettivo di consolidare e stabilizzare il proprio potere. Rispetto a questa sua strategia il Partito Repubblicano del Popolo, CHP, il partito kemalista, non sembra rappresentare un notevole pericolo. É uno dei partiti più stabili del panorama politico turco. Si aggira sempre attorno ad un 25% da cui sembra non discostarsi mai. Infatti, attrae una Turchia kemalista che sembra più una comunità più che un partito, è parte della Nazione, è quella, non cambia, ma non riesce neanche ad attrarre altri strati della popolazione. Questo Partito Buono rappresenta per Erdogan un pericolo serio perchè va a competere sull’area extra-kemalista, conservatrice, nazionalista-moderata, che è quella dell’Akp che domina la Turchia dalla fine del 2002”.

La Turchia è attualmente impegnata nello scenario bellico siriano, ed è sempre stata caratterizzata da una politica estera molto oscillante, anche a seconda delle dinamiche interne. “Sicuramente la politica estera ha un impatto su quella domestica. Motivi di contenzioso, di dissidio che ha con questo o quell’altro stato o l’Unione Europea nel suo insieme, vengono utilizzati a fini interni. Bisogna considerare che è uno Stato dove il sentimento nazionale è molto forte, il richiamo a certe sensibilità è un’arma vincente. Tanto più è un’arma contro la quale il partito kemalista ha difficoltà a schierarsi. Erdogan sta utilizzando una retorica, una narrativa che erano tipiche del nazionalismo kemalista. Ed erano quelle cose che lui non faceva nel 2004-2005-2006 e per cui veniva fortemente criticato dagli ambienti nazionalisti sia di sinistra che di destra. Uno dei problemi degli oppositori di Erdogan è che il Presidente turco sta facendo quello che si aspettavano facesse anni primi. Era considerato un venduto, che stava corrompendo i diritti della Turchia per far contento l’Occidente, l’Unione Europea, da Cipro agli accordi economici. Erdogan è stato capace di appropriarsi di temi che in realtà erano spesso e volentieri i temi dei suoi avversari”.

Se questo annuncio è stato uno sorpresa di certo non lo saranno i risultati di un’elezione che quasi certamente vedrà Erdogan, dopo 16 anni al potere, continuare a governare in solitaria un Paese diretto verso una deriva sempre più autoritaria.

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