giovedì, Luglio 18

Turchia: una lingua antica per un nuovo impero Il Presidente Erdogan vuole introdurre l’insegnamento dell’antico ottomano nelle scuole

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La tradizione islamica è strumentale al nazionalismo di Erdoğan o ne è parte essenziale?

Secondo me ne è parte essenziale. Erdoğan proviene da certi ambienti più vicini islamismo che al nazionalismo. Andando però ad analizzare il pensiero politico turco, esiste da quarant’anni una zona grigia, che ha creato e sta creando un’identità politica di destra che raccoglie settori apparentemente molto diversi come l’ultranazionalismo e l’islamismo, in cui queste differenze sfumano e si fanno più sottili. Infatti, è andata formandosi una nuova visione ideologica sulla storia e identità turca (la Sintesi turco-islamica), all’interno del ‘Focolare degli intellettuali’, che ha avuto un’influenza enorme sulla costruzione di un’identità politica nazionalista turca in cui trovassero spazio istanze nazionalistiche e islamistiche. L’idea etnonazionalista della Turchia fondata sull’identità etnica, linguistica, culturale turca si fonde con l’islamismo attraverso il recupero dell’eredità ottomana. Si fondono elementi storici, linguistici, religiosi, etnici con questa nostalgia imperiale. Erdoğan è figlio di questa impostazione ideologica. È vero che nei primi anni del proprio regime, Erdoğan aveva preso le distanze da questa visione, puntando l’accento sull’aspetto post-nazionale, che associava l’identità della Turchia sull’influenza culturale che questa aveva avuto in senso lato nel suo periodo ottomano: pensava di risolvere in questo modo anche la spinosa questione dei curdi. Il Presidente turco sta andando a recuperare quell’impostazione di nazionalismo etnico misto a riferimenti religiosi, in una prospettiva di avvicinamento alle istanze dell’estrema destra ultranazionalista: è alleato con il Partito d’azione nazionalista (MHP), l’estrema destra dei ‘lupi grigi’ – pochi giorni fa ha anche fatto il ‘saluto del lupo’- abbandonando così la fase liberale-islamica per riabbracciare le istanze del  nazionalismo turco. Non abbandonerà gli aspetti religiosi: ha parlato di ‘aggiornare’ l’Islam alle pratiche del tempo, attaccando così alcune personalità ultraconservatrici del clero turco. In questo senso, pur mantenendo un riferimento religioso, la sua politica va orientandosi in senso nazionalista, essendo questo il polso del popolo turco. Da profondo conoscitore della sua gente, sa che questa scelta ha più successo fra il popolo turco, considerando anche che solo il 12% dei turchi sarebbe favorevole alla sharia, una delle percentuali più basse all’interno del mondo islamico. La religione è sempre considerata all’interno del nazionalismo turco: ha un grande peso al suo interno, ma non è quell’Islam che siamo abituati a pensare.

Rimane un grande rispetto per la figura di Mustafa Kemal: pur nella diversità, si mantiene una certa aderenza con la sua politica?

Negli ultimi tempi c’è stata una sorta di rivalutazione della figura di Atatürk, da parte di Erdoğan. C’è stata anche una svolta nella sua retorica: viene citato spesso, continua a essere onnipresente nei meeting del politici del Presidente, anche iconograficamente. Per molti aspetti, la politica di Erdoğan è radicalmente diversa da quella di Atatürk, ma bisogna tenere presente che, in questa trasformazioni che ha attraversato il nazionalismo turco, anche la figura di Kemal ha subito qualche cambiamento: la memoria e la sua eredità è stata manipolata dai nazionalisti conservatori, che ne hanno riscritto la storia e riraccontato la personalità, per renderlo più accettabile dal loro punto di vista. Lo stesso Erdoğan, quando ne parla, mette in luce certi aspetti che sono a lui più congeniali e ne mette in ombra altri. Ciò che invece è molto innovativo da parte di Erdoğan in questo contesto è rispetto alla tradizione del suo partito e il modo in cui esso è giunto al potere. Quando l’attuale Presidente turco ha cominciato a vincere le elezioni, il suo partito rappresentava l’anti-Stato, un corpo estraneo e veniva visto come un nemico dalle élite che costituivano lo Stato: l’esercito lo guardava con sospetto, la presidenza e la corte costituzionale erano contro di lui, etc. In questi anni, il partito di Erdoğan (AKP), da partito antisistema, critico verso certi aspetti del nazionalismo turco e che veniva visto come un movimento ambiguo rispetto ai valori nazionali (la bandiera la figura di Atatürk, …) si è impadronito progressivamente dello stato, fino a conquistarlo quasi completamente – perché l’AKP sta andando verso il diventare un partito-Stato. Ecco che Atatürk e gli altri simboli della Turchia sono stati conquistati, risemantizzati e riutilizzati. È normale che il partito visto come antisistema e anti-Stato sia critico verso certi aspetti di Atatürk: una volta che però diventa sistema e Stato, ecco che si appropria dei simboli della Turchia e ne riscrive le caratteristiche, adeguandole a sé.

Come entra la politica culturale nelle scelte di politica estera? Ne è causa o effetto?

La politica culturale di Erdoğan è contemporaneamente causa ed effetto della propria politica estera. L’idea che la Turchia possa sganciarsi dall’essere subordinata al mondo occidentale, ma che debba trovare una sua collocazione sullo scacchiere internazionale è anche effetto della visione ideologica di Erdoğan, che vede il proprio come un Paese che, occidentalizzandosi, ha perso i caratteristi essenziali della sua identità e che ha indebolito la sua autonomia sullo scacchiere internazionale. La Turchia ideale, per i conservatori, non è parte dell’Europa o del mondo occidentale, anche se hanno fatto richiesta di entrare nell’UE. La Turchia che vede Erdoğan è un Paese che, forse troppo ambiziosamente, è simile alla Russia o alla Cina, cioè un Paese con una propria politica estera, con una sua area di influenza e i suoi interessi, legati anche al suo essere civiltà autonoma. Tuttavia, questo ripiegamento nazionalista è anche frutto delle esigenze di politica estera: il fatto che sia fallito il tentativo di usare l’eredità ottomana in un senso panislamico (con le Primavere arabe) o in senso culturale (come l’influenza sui Balcani), ha portato a sostituire questo progetto verso uno più nazionalista, quello attuale. Oggi Erdoğan non vuole più creare una Turchia egemone in Medio Oriente, ma vuole formare una Turchia più grande, che vuole portare sotto la propria diretta influenza certe zone dei Paesi confinanti, come sta accadendo con la Siria: da una prospettiva post-nazionale a una nazionale. Questo cambiamento in politica culturale è anche frutto delle mutate esigenze internazionali.

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