martedì, Marzo 19

Turchia: tra referendum e emergenza profughi, l’associazionismo che resiste

0
1 2


Izmir – La Turchia che si avvicina all’appuntamento del Referendum del 16 aprile è un Paese fortemente polarizzato su cui grava un’emergenza umanitaria senza precedenti. Sono 2,6 milioni i profughi siriani regolarmente registrati nel Paese, ma le stime ufficiose parlano di almeno 3,5 milioni di persone. La provincia di Izmir è una delle zone che da più rifugio all’esodo siriano. Se prima dell’accordo tra Bruxelles e Ankara la città era il porto di partenza per le navi della disperazione, adesso l’afflusso si giustifica nell’offerta di lavoro stagionale, molto più alta rispetto a città come Gaziantep e Adana. Cem Terzi è il direttore dell’ONG Vision People, una delle poche associazioni ancora attive sul campo. Passata indenne dai provvedimenti di chiusura del Governo, l’organizzazione non governativa conta 300 membri e più di 1000 volontari che lavorano ogni giorno a stretto contatto con i rifugiati.

 

Cos’è Vision People?

Innanzitutto è comunità, non solidarietà. La solidarietà non risolve i problemi, non cambia la situazione. Di fronte alle numerose difficoltà, la risposta non può arrivare dalle opere tampone di Organizzazioni internazionali, ma dall’operato del Governo. Il nostro primo progetto è incrementare la forza della voce dei siriani, appoggiandoli nel concreto. Sono due le vie che abbiamo intrapreso per raggiungere questo obiettivo. Da una parte promulghiamo informazione, rendiamo consapevoli i rifugiati dei loro diritti; dall’altra curiamo aspetti prettamente più umanitari, cercando di limare la distanza tra necessità e risposta degli organi competenti. La Turchia ha negato lo status di rifugiati ai profughi siriani e questa è una delle problematiche più difficili da affrontare. Come associazione chiediamo che queste persone scappate dalla guerra, a cui abbiamo aperto le porte, ricevano lo status di rifugiati secondo le leggi internazionali. Ma ci spingiamo oltre: chi vive in un Paese da 5 o 6 anni deve avere la possibilità di accedere alle pratiche per richiedere la cittadinanza. A nostro avviso questo è il percorso più facile per raggiungere il pieno possesso dei diritti. Attualmente i profughi vivono in un limbo, incapaci di difendere la loro posizione, politica, economica e sociale. E’ un deficit enorme per l’integrazione.

La sanità è uno dei settori di cui vi occupate maggiormente, qual è la situazione per i rifugiati in questo campo?

Più di 1000 tra dottori e infermieri si sono offerti di aiutarci. Solo lo scorso anno abbiamo esaminato i casi di oltre 6mila persone nella zona di Izmir. Il nostro è un aiuto medico concreto: andiamo nei campi e nelle aree periferiche della città a esaminare i singoli casi clinici, oltre che a fare divulgazione per la prevenzione di malattie. Per capire qual è la condizione sanitaria dei rifugiati bisogna però aprire una parentesi. In Turchia le cure sanitarie per i profughi sono garantite, almeno nella pratica. Se il profugo è registrato ad un’ufficio dell’immigrazione la sanità è garantita e gratuita. Ma nella pratica sorgono diversi problemi. Se il rifugiato si sposta in un’area diversa da quella dove ha effettuato la registrazione, per esempio per ragioni lavorative, perde i diritti connessi alla registrazione, inclusi quelli medici. I siriani dovrebbero quindi registrarsi nuovamente nella nuova area, ma il processo burocratico è molto lungo, fino a 2 mesi, lasciandolo così scoperto in caso di malattie. Anche su questo punto cerchiamo di intervenire, informando il rifugiato e aiutandolo nel processo burocratico.

La situazione lavorativa?

E’ uno dei campi peggiori per i rifugiati. Attualmente in Turchia ci sono circa un milione di siriani che cercano un lavoro, mentre solo 5mila hanno un’assicurazione sociale con contratto regolare e risultano dai dati. E’ una percentuale irrisoria. Questo significa che gli altri lavorano senza protezioni, senza contratto e in condizioni di sostanziale schiavitù. Anche il lavoro minorile è altissimo. La maggioranza dei bambini lavorano per aiutare le famiglie. Se ti muovi nelle zone rurali intorno a Izmir potrai vedere bambini di 9, 10 e 11 anni impiegati in attività connesse all’agricoltura.

Anche sui numeri si combatte?

E’ difficile reperire dei dati. Il Governo non diffonde i numeri. Possiamo affermare con certezza che il 10% dei rifugiati in Turchia si trovano in campi profughi, mentre gli altri vivono nei quartieri più poveri delle maggiori città. Ma i numeri del lavoro minorile e delle mancate registrazioni non sono verificabili.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore