giovedì, Dicembre 12

Turchia: tra conflitti, finzione e l’anniversario dell’accordo sui migranti

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Istanbul – I pianeti della tensione funzionale sembrano essersi allineati sulle sponde del Bosforo. Le elezioni in Olanda e Germania, oltre che il Referendum in Turchia sono la cornice perfetta per creare uno stato di emergenza senza emergenza. I contrasti fanno comodo a tutti. I partiti liberali di Berlino e L’Aia si schierano a difesa dei valori democratici europei, intercettando le spinte di estrema destra, in Olanda è andata bene in Germania vedremo; Ankara compatta il fronte nazionalista, circuendo sempre di più l’MHP e isolando il CHP, il Partito Repubblicano del popolo intriso di speranze europeiste. E’ ormai chiaro che il Referendum si gioca sul filo del 50%, e un innalzamento dei toni sulle relazioni con l’UE è un’ottimo ombrello alle pecche turche entro i confini nazionali. L’economia stenta e gli immensi investimenti paventati dal Presidente Erdogan nel 2013, costruzione nuovo aeroporto ad Istanbul, nuovo ponte sul Bosforo e potenziamento della TAV, latitano.

Intanto compie un anno l’accordo tra Bruxelles e Ankara sui migranti. Accordo raggiunto grazie alla forte spinta di Berlino e segno di svolta nella politica di accoglienza di Angela Merkel. Il patto originale prevede cinque punti fondamentali, anche se la maggior parte sono in stand by dopo il golpe e l’inasprimento dei toni con le autorità di Bruxelles. C’è la questione rimpatrio di tutti i migranti irregolari giunti in Grecia dal 20 marzo 2016; c’è il sistema 1 a 1, per ogni siriano irregolare giunto in Grecia e poi rimpatriato l’Europa avrebbe dovuto reinsediare un siriano accolto dalla Turchia che non abbia tentato la traversata illegale; c’è il tema corridoi umanitari in cui l’Europa si è impegnata ad attivare uno schema volontario di riammissione umanitaria; c’è l’annosa discussione sulle liberalizzazioni dei visti per i cittadini turchi che vogliano entrare in Europa; c’è l’accordo economico, con l’erogazione dei primi 3 miliardi di euro per aiuti umanitari e mobilitazione di ulteriori 3 miliardi di euro entro la fine del 2018; ed infine c’è l’apertura dei negoziati di adesione della Turchia all’Ue.

Da un punto di vista pratico l’accordo sembra reggere. Stando ai dati diffusi dall’Unione Europea nel 2015, quindi prima dell’entrata in vigore del patto, sono entrati via mare più di un 1 milione di profughi, mentre nel 2016, gli sbarchi registrati sono stati 363 mila. Uno dei punti che ha creato più nervosismo nel Governo di Ankara è la questione aiuti umanitari. I 3 miliardi di euro iniziali promessi dagli esecutivi dell’UE sono stati spalmati per un valore di 1,5 miliardi in 39 progetti d’aiuto ai migranti, mentre solo 777 milioni sono arrivati liquidi nella casse di Ankara. La stessa Commissione Europea ha affermato in una nota che «il totale assegnato per investimenti nella cornice degli aiuti ai rifugiati in Turchia in azioni umanitarie e non umanitarie è di 2,2 miliardi». Altri due punti dell’accordo sono stati messi in discussione dall’Unione Europea, nonostante non abbiano provocato reazioni così nervose come quelle per la questione economica. La liberalizzazione dei visti turchi in area Schengen non è stata attuata, mentre il processo di adesione all’UE della Turchia sembra essere giunto ad un binario morto, soprattutto alla luce delle conseguenze del fallito golpe di agosto.

Le minacce di Ankara non sono una novità per l’Europa: in almeno cinque occasioni, precedenti al recente raffreddamento dei rapporti con Berlino e L’Aia, il Governo di Erdogan ha paventato la possibilità di far saltare gli accordi del 20 marzo 2016. Il capitolo finale ha la cornice del ‘No’ delle cancellerie tedesche e olandesi a manifestazioni sul referendum, ma il dipinto centrale sono i patti relativi alla seconda trance di aiuti da 3 miliardi. L’ultima cronaca sugli screzi è ad opera del Ministro degli Interni Suleyman Soylu. Giovedì, durante una manifestazione dell’AKP, Soylu ha ribadito il concetto: «Se volete possiamo mandare nell’Ue 15.000 rifugiati ogni mese e sbalordirvi. Avete questo coraggio? Vi ricordiamo che non potete fare giochi in questa regione e ignorare la Turchia». Ma sono le parole del Ministro turco per gli affari UE Omar Celik a porre il focus sui reali attriti tra Ankara e Bruxelles: «La Turchia ha rispettato tutti i suoi obblighi in base all’accordo dello scorso anno, mentre l’Ue non ne ha portato a termine nessuno. L’Ue non ha fatto un singolo passo per ricevere i rifugiati come stabilito dall’intesa. Inoltre solo una parte dell’assistenza finanziaria promessa alla Turchia è arrivata, mentre il problema della liberalizzazione dei visti non è ancora stata risolto».

In mezzo alla bagarre politica c’è poi la questione umanitaria. Quella più importante. Un problema per Bruxelles, un ricatto per Ankara. Nei vicoli sotto alla moschea di  Suleymaniye, quartiere Fatih di Istanbul, i rifugiati appaiono sui marciapiedi. Madri e bambini vivono in scantinati e alloggi di fortuna. Loro, il tema dell’accordo, sono strattonati tra i due fronti. Il contesto senza futuro si scontra con il silenzio dell’Europa e la lunga burocrazia per la richiesta di un Visto nei confini di Schengen. Il conflitto non conflitto, generato da più di un tema, è l’ennesima prova che tra Ankara e Bruxelles c’è complicità. Ad ora, vuoi per arrestare l’avanzata dei populisti, vuoi per fermare il terrorismo, vuoi per tenere sotto controllo una nazione con un referendum, i due attori non possono fare a meno l’uno dell’altro. Spettatori esterni, contenti dell’evoluzione, Trump e Putin: il primo che punta alla disgregazione dell’Unione, il secondo che cerca di indebolire il ruolo di Berlino.

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