domenica, Agosto 25

Turchia, stop a convenzione europea sui diritti umani

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Dopo il tentativo di golpe, la Turchia non ha ripreso la normalità. Anzi, Il Presidente Recep Tayyip Erdogan ha deciso di annunciare lo Stato d’Emergenza basato sull’articolo 120 della costituzione turca. Secondo questo articolo, lo stato d’emergenza può essere dichiarato in alcune o in tutte le regioni della Turchia per un periodo non superiore ai sei mesi, in caso di diffusi atti di violenza volti alla destrutturazione dell’ordine democratico. Se di democrazia si può parlare. Questa misura permetterà al presidente e al governo di scavalcare il parlamento nella promulgazione di nuove leggi e di limitare o sopprimere i diritti e le libertà personali, se ritenuto necessario. «La Turchia sospenderà la Convenzione europea sui diritti umani, come ha fatto al Francia». Ad annunciarlo il vicepremier e portavoce del governo di Ankara, Numan Kurtulmus, aggiungendo che comunque l’esecutivo spera di poter revocare lo stato di emergenza già dopo «40-45 giorni». Mentre sono state arrestate circa 8mila persone, continuano ad essere presi di mira potenziali sostenitori del golpe seppur senza prove. Le donne iniziano a uscire un po’ più coperte e ovunque si vedono sventolare le bandiere turche a sostegno dell’AKP, partito islamista di Erdogan. Il timore delle ritorsioni è altissimo tra i laici e tutto fa presagire che la Turchia si stia predisponendo ad applicare la sharia come legge nazionale. Una storia già vista che ricorda l’Afghanistan laico di Massud e che si conclude con un epilogo tutt’altro che secolare. «Rivedremo la struttura organizzativa dell’intelligence e le relazioni tra potere civile e militare», ha aggiunto Kurtulmus, citato dalla Cnn Turk, spiegando che attualmente «ci sono debolezze sia a livello individuale che organizzativo nella struttura dello Stato». Sì, ma in futuro. Finora le priorità sono state far saltare tutti coloro che lavoravano nel settore dell’educazione e dell’Università, oltre ai militari garanti della laicità.

Gli stati occidentali guardano ad oriente con stupore e sconcerto mentre vedono tristemente la Turchia di Ataturk scomparire lentamente. Tutti. Tranne Donald Trump che sceglie di starne fuori. «Se sarò eletto presidente non farò pressioni su Ankara o su altri alleati autoritari che conducono purghe sui loro avversari politici o riducono le libertà civili. Gli Stati Uniti devono risolvere i loro problemi prima di cercare di cambiare il comportamento di altri Paesi». Parole pesanti  alla vigilia dell’accettazione della sua nomination presidenziale alla convention repubblicana di Cleveland.  «Gli Stati Uniti» ha detto Trump «non hanno il diritto di dare lezioni ad altri Paesi». E fin qua niente di sbagliato. A causare sgomento è stato l’elogio al presidente turco, Recep Tagyyp Erdogan: «gli do grande credito per essere stato capace di ribaltare la situazione dopo il tentativo di golpe». Ignaro del fatto che i golpe storici in Turchia son sempre serviti a ricondurre l’orientamento politico nei binari della democrazia. «Alcuni dicono che il tentativo di colpo di stato sia stato provocato ad arte, ma io non lo credo», ha aggiunto. Trump non intende quindi unirsi al coro di chi invita Ankara alla moderazione nel reprimere gli oppositori rispettando gli standard occidentali della giustizia: «quando il mondo vede quanto male le cose vanno negli Stati Uniti e si comincia a parlare di libertà civili, non penso che noi siamo dei messaggeri credibili». Una riflessione che pare direttamente collegata agli ultimi fatti di cronaca sulle tensioni tra il corpo di polizia e gli afroamericani.

Nell’America del sud si è diffusa la notizia che non solo una cellula islamica avesse giurato fedeltà all’Isis ma che stessero preparando attentati per le imminenti olimpiadi. Sono stati 10 gli arresti tra i quali un minorenne avvenuti in Brasile. Il gruppo sarebbe stato reclutato sul web dall’Isis, secondo il ministro della Giustizia brasiliano, Alexandre de Moraes. Gli arresti sono avvenuti sulla base della legge antiterrorismo entrata in vigore nel marzo scorso. Altre due persone sono ricercate. La minaccia del terrorismo islamico sbarca anche in Brasile e viene presa molto seriamente dai responsabili della sicurezza alle Olimpiadi di Rio de Janeiro, a meno di tre settimana dalla cerimonia di apertura. Il sedicente gruppo integralista ‘Ansar al-Khilafah Brazil’ ha annunciato fedeltà all’Isis ed ha creato un canale sul servizio di messaggistica istantanea Telegram in cui sono già stati postati messaggi con riferimenti diretti ai Giochi olimpici. Anche in Colombia sarebbero in corso delle tensioni ma di tutt’altro genere. Al 44esimo giorno di sciopero dei camionisti a Bogotà sono arrivati anche gli scontri tra gli autisti e le forze dell’ordine.

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