venerdì, Maggio 24

Turchia: l’apertura (impossibile) all’Unione Europea Erdogan apre a questa possibilità, ma mancano le condizioni. Intervista ad Alberto Negri, analista ISPI

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Il Presidente Recep Tayyip Erdogan, durante la sua visita istituzionale a Roma, dove ha incontrato il Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni e il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ha concluso oggi la sua visita incontrando Papa Francesco. In questi giorni, tuttavia, ha fatto una dichiarazione che ha riaperto un capitolo dei rapporti fra Turchia e Europa che sembrava passato, ossia quello dell’ingresso dello Stato euroasiatico all’interno dell’Unione Europea. Se, però, questa eventualità era stata respinta negli anni ’90-‘00, risulta difficile credere che, alla luce degli eventi degli ultimi anni, venga accettata dagli Stati dell’Unione. Quante possibilità ci sono e come mai Erdogan rimette sul tavolo la vexata quaestio? Ne abbiamo parlato con Alberto Negri, analista ISPI, già corrispondente di guerra per ‘il Sole 24 Ore’.

 

Molti analisti ritengono impossibile l’ingresso della Turchia nell’Unione Europea. Lei è d’accordo con questa affermazione?

La richiesta dell’ingresso della Turchia in Unione Europea è rimasta in camera d’attesa per decenni: la prima domanda d’ingresso nella Comunità Europea risale agli anni ’60. Poi, dopo l’ascesa del partito AKP nel 2002, sembrava che potesse esserci un’accelerazione, tant’è vero che numerose leggi europee erano state recepite dal partito di Governo soprattutto contro la prevalenza delle forze armate nella vita politica e sociale del Paese. Quindi, in un certo senso, in un primo periodo le leggi dell’Unione Europea sono state usate dal leader dell’AKP e capo del Governo Recep Tayyip Erdogan, come grimaldello per smontare la pervasiva presenza delle forze armate in Turchia, che risale ai tempi di Atatürk (alla nascita della Repubblica turca). Alla fine di questo periodo, se ne è aperto uno completamente diverso, in cui Erdogan ha cominciato ad allontanarsi da quello che era il percorso di integrazione in Europa, facendo votare leggi che vanno contro gli ordinamenti dell’UE, fino ad arrivare a un punto, quello odierno, difficile da sostenere: ci sono esempi molto chiari in cui l’indipendenza della magistratura, per esempio, è assai dubbia; ci sono casi di applicazione di leggi che impediscono ad alcuni partiti, come quello curdo, di poter sviluppare la propria azione. Inoltre, sono stati imprigionati leader di partiti, giornalisti, intellettuali. Per di più, dopo il colpo di Stato del 15 luglio 2016, in Turchia c’è stata una purga che ha colpito centinaia di migliaia di persone, con 50000 arresti, 100000 funzionari licenziati, il 38-40% dei generali sono stati messi a riposo; più di 400 ufficiali che tenevano i rapporti con la Nato sono stati eliminati.

Questo ci dice molte cose e l’abbiamo visto recentemente, quando la Corte Costituzionale ha stabilito la scarcerazione di molti fra coloro che erano stati imprigionati e il Tribunale ordinario ha sovvertito questo ordine. È chiaro che è difficile per la Turchia  entrare in Europa con questo record negativo nei confronti della legalità, dei diritti umani e civili. Inoltre, la Turchia è entrata in guerra: ha attaccato i curdi in Siria, considerati terroristi per legge.

È evidente che questa Turchia ha dei problemi, come testimoniato dai pessimi rapporti che ha con la Germania e Angela Merkel. Germania e Francia sono stati i due Paesi che più di tutti si sono opposti in questi decenni all’entrata della Turchia nell’Unione Europea, e oggi, il comportamento di Erdogan e del Governo turco ha dato degli strumenti sia a Berlino che a Parigi per bloccare questo ingresso. Lo stesso Presidente francese Emmanuel Macron, in occasione dell’incontro con Erdogan,  ha detto chiaramente che, allo stato odierno, è impossibile pensare un ingresso turco in Europa. Bisogna anche tenere in considerazione un dato molto importante: con un ingresso in Europa, la Turchia diventerebbe il Paese più popoloso ed è evidente che, né Francia, né Germania hanno intenzione di permettere l’ingresso di un Paese musulmano così popolato e così poco controllabile. Probabilmente, si è perso troppo tempo negli anni ’90 e questo processo appare, al momento, assolutamente bloccato. Poi c’è il versante degli affari e delle questioni strategico-militari che hanno tutt’altro peso.

Quali sarebbero i pro di un’eventuale ingresso in Turchia? Come mai, secondo il punto di vista turco, l’Europa dovrebbe accettare?

L’Europa avrebbe avuto un vantaggio ad accettare la Turchia, nel momento in cui poteva servire all’UE come ponte tra Est e Ovest. Ma, negli anni ’90, rimase fuori. C’era ancora una forte influenza dei generali. Se a quel tempo si fosse cominciato con il processo, oggi ci troveremmo con una situazione diversa, ma allora Francia e Germania si opposero fermamente. Sono stati firmati degli accordi con la Turchia che avevano una valenza economica, come quello del ‘95-’96, sull’Unione doganale; se ne sono firmati tanti altri come quello, famigerato, sui profughi, che ha fatto di Erdogan il custode dei profughi provenienti dalla Siria e dal Medio Oriente e che consegna ad Ankara un’arma di ricatto nei confronti dell’Unione Europea.

La questione dei profughi potrebbe essere usata da Erdogan come strumento di ricatto per forzare il suo ingresso in Europa?

È molto difficile credere che l’Europa possa accettare l’ingresso di un Paese sulla base di un ricatto. L’Europa dei 28 ha già delle difficoltà, soprattutto a est, con il Fronte di Visegrad. Non penso che in questo periodo, in cui ha già queste difficoltà, oltre a quelle della Brexit, possa accettare l’ingresso di un Paese assolutamente fuori controllo come la Turchia.

Come vede, l’alleato russo, quest’avvicinamento di Erdogan all’Europa?

Bisogna procedere per gradi. Il problema della Turchia non è solo con l’Unione Europea, ma anche e soprattutto con la Nato. Questi rapporti sono arrivati al minimo storico. Dopo il colpo di Stato del 2016, la Turchia sequestrata la base Nato di Incirlik, che era quella che permetteva agli americani di fare i raid sull’Isis sia in Iraq che in Siria. Inoltre, dal 2015, quando la Turchia di Erdogan arrivò sull’orlo dello scontro con Putin, quando la contraerea turca abbatté un caccia russo, Ankara ha cambiato completamente campo: anzi, si è messa d’accordo con Mosca e con Teheran. Ha firmato degli accordi per l’acquisto di missili S400, oltre a quelli EUROSAM, italo-francesi, giocando così contemporaneamente su più tavoli: quello della Nato, quello dell’Iran e quello russo, essendo stato messo alle corde dai suoi stessi errori di calcolo. Erdogan ha aperto la strada all’ingresso di 40000 jihadisti in Siria, con il sostegno dell’ex Segretario di Stato Hillary Clinton, che pensava di riuscire ad abbattere Bashar Assad in pochi mesi. Tutto è nato da questo errore di calcolo enorme, che ha avuto delle conseguenze strategiche negative per la Turchia.

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